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Arcipelago delle Cíes: frammenti di Galizia

Arcipelago delle Cíes: frammenti di Galizia

Situato di fronte a Vigo, in Galizia, l'arcipelago spagnolo delle Cíes, composto dalle isole di Faro, Monteagudo e San Martiño, è divenuto nel 1980 parco naturale grazie al suo ricchissimo patrimonio avifaunistico.

Hanno le acque turchesi di un'isola tropicale, colonie di gabbiani e distese di cisto profumato tipiche delle coste mediterranee, scogliere precipiti che si ergono come bastioni contro le onde violente dell'oceano Atlantico. Sono molti i volti delle Cíes, piccolo arcipelago spagnolo messo quasi a chiudere il fiordo (la ría) di Vigo, in Galizia; isole piccolissime e varie, sorprendenti ma sconosciute ai più, e dai contrasti affascinanti. Nel corso dei millenni questi tre isolotti, che fanno in tutto quattrocento ettari, sono stati più volte abitati e abbandonati dall'uomo, sino a diventare, nel 1980, parco naturale. E pensare che di fronte c'è Vigo, attivissima città portuale cresciuta troppo in fretta, e coste che di verde non hanno più nulla. Non era così che le aveva viste Hemingway nel 1922, quando parlava delle 'montagne che scendono come un dinosauro vecchio e grigio in un mare color smeraldo'. Erano i tempi della povertà, che vedevano navigare lungo la ría ondate di emigranti diretti in America. Il successivo boom economico lasciava però miracolosamente intoccate le Cíes.

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O quasi. Prima di accostare al molo, un cippo (che l'ente parco ha cercato di camuffare dipingendolo di verde) ricorda ancora i venticinque anni del regime franchista. E la mano del Generalissimo si vede purtroppo anche altrove sulle isole. Franco amava venire qui a riposarsi, ma mancava l'ombra su questi aridi lembi di terra. Così ordinò di rimboschire con eucalipti, acacie, pini. Ancora oggi il manto arboreo dell'arcipelago è quello esotico da lui voluto, anche se il parco prova a reintrodurre pian piano le quercette (Quercus pyrenaica) indigene. Ma dopotutto Monte Agudo, Monte Faro e San Martiño sono sostanzialmente blocchi scoscesi di granito, dove nessun albero può attecchire.

Se verso l'Atlantico le scogliere, alte anche 100 metri, scendono a precipizio in mille forme scavate dal vento e dal mare, dal lato orientale ci sono morbidi declivi, spiagge, perfino una laguna (chiamata semplicemente El lago). La spiaggia, bianchissima, lunga un paio di chilometri, è un tombolo che unisce le due isole di Monteagudo e del Faro. La laguna retrostante fu creata in questo secolo con una bassa diga; l'idea era di allevarvi aragoste e molluschi. Erano gli anni tra le due guerre, che videro le isole popolarsi. Ma la mancanza d'acqua fu un ostacolo insormontabile, e negli anni Settanta le Cíes vennero abbandonate definitivamente dai pochi abitanti. Forse l'arcipelago non fu sempre inospitale come appare oggi. I primi insediamenti risalgono addirittura all'età del Ferro: lo testimoniano su Monte Faro resti ancora visibili di un 'castro', il villaggio fortificato a capanne tonde costruito in tutta la Galizia a partire dal V secolo avanti Cristo da popolazioni celtiche. Poi ci furono i romani, e i normanni, e infine eremiti e monaci: nel XIV secolo su ogni isola sorgeva un monastero francescano. L'abbandono avvenne nel Settecento, probabilmente a causa delle scorrerie dei pirati francesi e inglesi.

Così, oggi, nonostante le moderne concessioni al turismo, la natura è la vera padrona delle Cíes. Sempre che si venga fuori stagione, puntualizza Estanislao Fernandez de la Cigoña, il naturalista che ci accompagna nella visita. 'Perché a luglio e agosto le isole si trasformano nella spiaggia pubblica di Vigo', dice. Estanislao è un ex capitano della marina mercantile, ecologista di lunga data (è presidente della Agce, la più importante associazione conservazionista galiziana). Non hanno segreti per lui le scogliere dei versanti atlantici, dichiarate riserva integrale e comunque inaccessibili a visitatori che non siano anche alpinisti. Qui nidificano le colonie di uccelli marini che fanno la ricchezza naturalistica dell'arcipelago. 'Ci sono almeno 15.000 coppie nidificanti di gabbiani reali', dice, 'cioè la colonia più grande della Spagna e tra le maggiori d'Europa. Circa un migliaio sono i marangoni dal ciuffo, ovvero la colonia più numerosa di tutta l'Europa sudoccidentale'. Mentre ci arrampichiamo verso la Campana, un punto panoramico dove il parco ha installato un capanno per il birdwatching, gabbiani adulti attaccano ripetutamente il povero Estanislao. Sono dappertutto, anche troppi per il cibo che possono fornire le acque di queste isole. Ma dall'osservatorio altre specie si possono vedere: sule che si lanciano in mare, cormorani posati ad asciugarsi al sole sugli scogli minori, un falco pellegrino in volo. Per l'abbondanza delle colonie di uccelli marini e la presenza di specie rare a queste latitudini, le Cíes sono state dichiarate 'zona di importanza speciale per l'avifauna'.

Anche il clima delle isole, come già accennato, è particolare. A differenza che nel resto della Galizia, dove piove molto, le nubi qui non riescono a fermarsi. Risultato: temperature per metà dell'anno intorno ai 20 gradi. La sensazione di essere su un arcipelago tropicale ha insomma qualche base scientifica. Tipica di climi più caldi è in parte anche la vegetazione, che offre cisto bianco e gigli di mare mischiati ai più nordici Ulex europaeus e, sulla sabbia, all'armeria marittima. Una rete protegge dal calpestìo, a fianco della spiaggia di Rodas, la fragile vegetazione delle vicine dune. Ma Estanislao riesce lo stesso a mostrarmi la sua piantina prediletta, la 'camarina' (Corema album). Prediletta perché muy gallega, tipicamente galiziana, quasi un simbolo della regione; e poi perché a rischio di scomparsa dalle spiagge spagnole, in gran parte urbanizzate. È un bell'arbusto dalle bacche bianche e profumate, che ha nelle Cíes la sua ultima roccaforte. Ma in questi frammenti di Mediterraneo sparsi in faccia all'Atlantico, forse, può stare tranquilla.

Guya Mina, Frammenti di Galizia, in Airone, Dicembre 1998.

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