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Filippine: dove l'Asia parla latino

Filippine: dove l'Asia parla latino

Segnate da quattro secoli di dominazione spagnola e dal coinvolgimento nella seconda guerra mondiale e nella guerra del Vietnam, le Filippine vivono oggi forti contraddizioni. Molte sono infatti le tensioni politiche interne e l'occidentalizzazione di alcuni strati della popolazione, dovuta principalmente al forte sviluppo del turismo, contrasta con l'arretratezza e la profonda povertà di altri.

L'arcipelago delle Filippine, con le sue 7109 isole e isolette e trecentomila chilometri quadrati di estensione (più o meno come l'Italia) è uno degli spettacoli naturali più straordinari del nostro pianeta. Bellezza geologica e fertilità del suolo si fondono in un continuo scambio tra forza della natura e operosità degli abitanti, fra terra e mano dell'uomo. Le grandi risaie, le piantagioni di canne da zucchero e di tabacco (i sigari delle Filippine stanno alla pari di quelli cubani) racchiudono in sé un'armonia quasi perfetta, possiedono qualcosa di miracoloso, se si pensa che da millenni la terra, metro dopo metro, viene strappata alla foresta: eppure quasi non ce ne si accorge, non si nota, non c'è mai un vero e proprio scempio. In pieno Sud-Est asiatico, le Filippine sono considerate il paese meno orientale dell'Oriente e i quattro secoli di occupazione spagnola giustificano l'appellativo di 'Asia Latina' che si sono guadagnate. In più, per rendersi conto della bellezza di questo arcipelago basta pensare ai 28.000 chilometri di barriera corallina che lo circondano.

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A est del paese, c'è una delle fosse oceaniche più profonde del pianeta (oltre diecimila metri), punto di contatto tra due placche continentali, i cui movimenti sono all'origine della formazione dei numerosi vulcani filippini, della loro intensa attività e dell'alta sismicità del territorio. Quasi tutte le isole sono coperte dalla foresta equatoriale, con alberi di 40-50 metri d'altezza, e, ad alta quota, da querce, castagni e conifere. Baie e golfi sono orlati di mangrovie. Un patrimonio verde consistente, sfortunatamente sottoposto, dal 1970 a oggi, a un intenso sfruttamento a fini agricoli e per la produzione di legname da costruzione e da riscaldamento.

Il paradiso non è qui

Un paradiso turistico, comunque? Certamente no. Tracciare un itinerario ideale per la visita alle isole risulta molto complicato. Manila, la capitale, è stata rasa al suolo durante la seconda guerra mondiale, poi ricostruita in base a criteri che qualcuno ha definito 'avveniristici': il risultato è quello della solita metropoli asiatica, congestionata e affollata, con qualche rimasuglio del periodo coloniale spagnolo. Tutt'attorno, incalzano le baraccopoli. A pochi passi dal Manila Hotel ci si inoltra nel barrio più violento e sconvolgente. I turisti vengono invitati alla massima prudenza. Nel parco di Rizal la vita notturna è sfolgorante, attraente, divertente, ma sempre con qualche brivido che percorre la schiena del visitatore troppo curioso. A trecento chilometri dalla capitale c'è Banaue, ai piedi di montagne alte millecinquecento metri, dove gli Ifugau (una tribù locale) hanno trasformato il ricco patrimonio d'acqua della zona in un parco di divertimenti con cascate alte quindici metri percorribili con il rafting. I filippini sostengono che l'ottava meraviglia del mondo sia proprio questa. Alla fine di ogni percorso in canoa o in gommone il turista riceve un diploma di 'caimano'. I più accomodanti, specialmente gli americani, si ritengono del tutto soddisfatti. La frammentata geografia dell'arcipelago permette tuttavia di scoprire il mondo insulare in poco spazio e in poco tempo.

Se poi ci si spinge a sud, a Mindanao, che per grandezza è la seconda isola dopo Luzon (dove sorge Manila), ci si trova immersi fino al collo nella contraddittoria realtà filippina. A Zamboanga, la città più importante, convivono per esempio tradizionalisti cristiani e integralisti islamici, capitalisti e comunisti, feudalismo agricolo e progressismo. Nelle foreste circostanti si incontrano tribù animiste e pagane. All'estremità geografica e politica del paese c'è l'arcipelago di Sulù, luogo ritenuto tuttora pericoloso per i continui focolai di guerriglia che minacciano quotidianamente la vita degli abitanti. I contrabbandieri e due movimenti di liberazione musulmani rendono quasi impossibile qualsiasi iniziativa degli operatori turistici. Ed è proprio vero che l'apparenza a volte inganna: a Sulù ci si può immergere in un mondo di pacifici pescatori e mercatini domenicali. Salvo poi trovarsi quasi senza accorgersene testimoni di improvvise esplosioni di violenza o, ancora peggio, vittime di rapimenti.

Il punto di vista degli stranieri

'Il popolo filippino è certamente un concentrato di passionalità, di contraddizioni, a volte di litigiosità', dice Farhad Vladi, un canadese di origine tedesca, di professione venditore di isole, mentre sorseggia la sua birra nella Bamboo Room del Manila Hotel. L'albergo non ha perso nulla dei fasti degli anni Sessanta e Settanta quando era affollato di marines e piloti americani. Vladi sospira: 'Bisogna prenderli come vengono, specialmente se si vogliono concludere affari. Io sono qui per questo. Vendere isole è un buon mestiere, ma qui, in quest'Asia ammaliata dagli influssi latini, ci si scontra con improvvise rigidità alternate a slanci liberistici, e sempre frenati da stanchezze burocratiche. Un esempio: le Filippine hanno promesso di togliere il veto di commerciabilità a una cinquantina di isolotti. Sì, ma ancora non ho visto nulla. Per ora tratto Balaki, un posto incantevole di circa tre ettari, poco distante da Manila, che va via per novecentomila dollari. Uno scherzo'. Vladi spiega che la sua attività quasi trentennale l'ha portato a raggiungere un fatturato annuo di oltre quaranta milioni di dollari. 'Ma non è vero che la mia clientela sia costituita soltanto da miliardari. Il mio motto è: se puoi comprarti un'automobile puoi comprarti un'isola'.

Un vecchio giornalista americano, Jules Archer, forse il miglior conoscitore della realtà di questo paese fino alla fine degli anni Settanta, raccontava sempre ai colleghi più giovani le sue esperienze di inviato di guerra. 'Sono sbarcato in questo arcipelago nel '45 con Mac Arthur, precisamente nell'isola di Mindoro', diceva a quei tempi Archer sorseggiando il suo drink proprio qui, nella stessa Bamboo Room dove adesso sta seduto il commerciante di isole Farhad Vladi. 'Mi sentii immediatamente a casa, nonostante ci fosse ancora qualche sacca di resistenza giapponese. I filippini erano tutti dalla nostra, eroici. E non bisogna dimenticare che al principio del secolo, quando il grande eroe nazionale era Emilio Aguinaldo, americani e filippini se l'erano date di santa ragione. Voglio dire che questa gente è quella che sa tutto di noi, quella che in Asia ci conosce meglio. Come noi dovremmo conoscere loro. E invece no, Washington continua a prenderli sotto gamba, a darli per scontati. Le Filippine sono state il nostro primo esperimento imperialista e hanno condizionato in seguito tutta la politica asiatica degli Stati Uniti. Gli stessi errori fatti con Aguinaldo li stiamo ripetendo nel Vietnam. Se non avessimo sbagliato allora, non sbaglieremmo adesso a Saigon'. Pochi davano retta a Jules Archer in quelle notti lontane. Specialmente quando sosteneva che i filippini oltre a combattere contro gli spagnoli prima, gli americani poi, e alla fine contro i giapponesi, avevano sempre dovuto confrontarsi con gravissimi problemi interni: culture indigene arretrate nel Sud, corruzione, analfabetismo, voglia di secessione e banditismo.

Ci sono una settantina di gruppi etnici in queste isole, ognuno con la propria cultura, religione e, naturalmente, lingua: 'Ma', spiegava Archer, 'la società filippina è tuttora stratificata in quattro gruppi ben definiti. Al primo posto ci sono i 'peninsulares' di origini spagnole, spesso nati in Europa. Poi gli 'insulares', europei nati qui. I meticci, frutto di matrimoni misti tra europei e filippini. Infine gli indios, discendenti dei primi uomini che abitarono le isole nella preistoria'.

I dilemmi di un popolo

Il giovane filippino moderno si guarda attorno e si ricorda che il nonno e il bisnonno parlavano spagnolo. Oggi parla l'inglese meglio del tagalog (la lingua indigena più diffusa). Il sistema politico che ha in mente o sogna è ritagliato sulla misura di quello americano. Ma non si sente affatto americano, il giovane filippino. Confuso e angosciato, va alla ricerca della propria identità: sono o non sono asiatico, appartengo o non appartengo all'Oceano Pacifico? Sono questi i dilemmi alla base del malessere di questo popolo. Dilemmi destinati forse a rimanere senza risposte chiare per molto tempo. Questioni che, fino a quando non saranno risolte, creeranno altri malumori, altri squilibri, probabilmente altre dittature.

Duilio Pallottelli, Dove l'Asia parla latino, in Airone, Ottobre 1998.

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