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Voltaire: Eguaglianza

Eguaglianza

La libertà e l'eguaglianza degli uomini nello stato di natura sono i fondamenti del contratto sociale, vincolo di reciproca obbligazione politica che presiede all'istituzione dello stato civile e quindi delle leggi. Nel passaggio tra l'uomo naturale e l'uomo sociale, tuttavia, i conti non si pareggiano, e all'eguaglianza formale sancita dal diritto positivo non corrisponde un'eguaglianza materiale nel possesso e nella gestione dei beni: ovunque vi sono 'ricchi che comandano, poveri che servono'. Per certi versi parrebbe quindi migliore la condizione animale, che non conosce né dominio né servitù. Questo, nel Dizionario filosofico di Voltaire, lo spunto polemico da cui prende avvio una genealogia della modernità che riconduce l'origine delle diseguaglianze economico-sociali a un'ineliminabile asimmetria tra bisogni e risorse, secondo una strategia retorica di chiara matrice riformista. Se da un lato Voltaire rifiuta la legittimazione di qualsiasi privilegio di sangue o di razza, dall'altro finisce per occultare le potenzialità rivoluzionarie del conflitto sociale.

In che cosa un cane può essere obbligato a un cane, e un cavallo a un cavallo? In niente. Nessun animale dipende dal suo simile. Ma l'uomo, avendo ricevuto quel raggio della luce divina che si chiama ragione, quale ne è il risultato? Che egli è schiavo in quasi tutta la terra. Se questa terra fosse ciò che sembrerebbe dover essere, vale a dire se l'uomo vi trovasse ovunque sussistenza facile e sicura, e un clima adatto alla sua natura, è chiaro che sarebbe stato impossibile a un uomo asservire un suo simile. Fate che questo globo sia abbondantissimo di frutti salutari; che il clima che deve contribuire alla nostra vita non sia tale da darci malattie e morte; che l'uomo non abbia bisogno di altra casa e altro letto di quello che hanno i daini e i caprioli; e vedrete che i Gengis-Kan e i Tamerlano non avranno altri servitori che qualche loro figlio che sia così dabbene da aiutarli nella vecchiaia. In uno stato come quello di natura, del quale godono tutti i quadrupedi, i rettili e gli uccelli, l'uomo sarebbe felice quanto loro, dominio e servitù sarebbero una chimera, una assurdità che non verrebbe in mente a nessuno: perché cercare dei servitori, quando non si ha bisogno di nessun servizio? Se poi venisse in mente a qualche individuo di naturale tirannico e di braccia robuste di farsi uno schiavo, così per capriccio, del suo vicino meno forte di lui, la cosa risulterebbe impossibile: l'oppresso sarebbe a cento leghe di distanza prima che l'oppressore potesse prendere le sue misure. Tutti gli uomini sarebbero dunque necessariamente uguali, se fossero senza bisogni. Son le miserie connaturate alla nostra specie, che obbligano un uomo ad obbedire ad un altro. La vera disgrazia non è l'ineguaglianza, ma la dipendenza. Non conta niente, che un uomo si faccia chiamare Sua Altezza, e l'altro Sua Santità: quel che è duro è servire l'uno o l'altro.

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Una famiglia numerosa ha coltivato un bell'appezzamento: due piccole famiglie lì vicino hanno campi ingrati e ribelli: finisce che le due famiglie povere si asserviranno alla famiglia facoltosa, o si metteranno d'accordo per sopprimerla, la cosa è troppo naturale. Ma può anche darsi che una delle due famiglie povere vada ad offrire le sue braccia a quella ricca per aver del pane; e l'altra vada ad assalirla, restandone sconfitta. La prima famiglia è l'origine dei famigli e braccianti; l'altra, degli schiavi. È impossibile, nel nostro sciagurato globo, che gli uomini che vivono in società non siano divisi in due classi: dei ricchi che comandano, dei poveri che servono, e queste due si suddividono in cento altre, e ciascuna di queste cento ha le sue sfumature.

[Tu vorresti venire, quando il gioco è fatto, e dirci: – Io sono un uomo come voi; ho due mani e due piedi, tanto orgoglio quanto voi e forse più, un cervello almeno altrettanto scombinato, incoerente e contraddittorio quanto è il vostro. Sono cittadino di San Marino, o di Ragusa, o di Vaugirard: datemi la mia parte della terra. Nella parte del globo da noi conosciuta ci sono all'incirca cinquantamila milioni di arpenti da coltivare, fra passabili e sterili. Noi uomini socievoli siamo solo un miliardo all'incirca: vuol dire che ciascuno ha diritto a cinquanta arpenti. Fatemi giustizia: datemi i miei cinquanta arpenti.

Ti si risponderà: – Vatteli a prendere presso i Cafri, o gli Ottentotti, o i Samoiedi: vedi di arrangiarti con loro. Qui le parti sono già fatte. Se invece vuoi abitare e mangiare fra noi, e avere anche di che vestirti e scaldarti, lavora per noi come ha fato tuo padre: servici o divertici, e sarai pagato. Se no, sarai obbligato a chiedere l'elemosina, il che degraderebbe troppo la sublimità della tua natura, e ti impedirebbe in verità di essere uguale ai re, o anche un semplice vicario di villaggio, secondo le pretese della tua nobile fierezza.]

D'altronde non tutti i poveri sono assolutamente infelici. La più parte son nati già in tale stato, e il lavoro continuo abbrutendoli li impedisce dal riflettere troppo sulla loro situazione. Ma quando se ne accorgono, si vedono quelle guerre come ce ne fu tra il partito popolare e il partito del Senato in Roma, o come le rivolte dei contadini in Germania, in Inghilterra, in Francia. Tutte queste guerre finiscono presto o tardi con l'asservimento del popolo: perché i potenti hanno il denaro, e il denaro è padrone di tutto in uno Stato. Dico in uno Stato, perché non è la stessa cosa nei rapporti fra nazione e nazione: la nazione che sa adoperar meglio il ferro soggiogherà sempre quella che avrà più oro e meno coraggio. Ogni uomo nasce con una inclinazione piuttosto violenta verso l'autorità, la ricchezza e i piaceri, e con molta inclinazione alla pigrizia: perciò ogni uomo vorrebbe avere il denaro e le donne o le figlie degli altri, comandare su di loro, assoggettarli a tutti i suoi capricci, e non far nulla o almeno occuparsi solo di ciò che gli piace. Vedete bene che con queste belle disposizioni è altrettanto impossibile che gli uomini siano eguali quanto è impossibile che due predicatori o due professori di teologia non siano gelosi uno dell'altro. Il genere umano, con queste inclinazioni, non può sussistere, a meno che non ci sia un gran numero di uomini utili che non posseggono niente. Perché certamente un uomo agiato non lascerà le sue terre per venire a lavorar le vostre; e se voi avete bisogno di un paio di scarpe, non sarà certo un magistrato che verrà a confezionarvele.

L'eguaglianza è dunque al tempo stesso la cosa più naturale, in linea di diritto, e la più chimerica in fatto. Siccome poi gli uomini sono eccessivi in tutto se appena lo possono, essi hanno spinto questa ineguaglianza oltre i limiti del sopportabile. In parecchi paesi si è arrivati fino a pretendere che non fosse permesso a un cittadino uscire dalla regione dove il caso lo ha fatto nascere. Il senso di una tal legge è evidentemente questo: 'Questo paese è così odioso e mal governato, che noi proibiamo a chiunque di uscirne, per paura che se ne vadano tutti'. Cercate di far qualcosa di meglio: date a tutti i vostri amministrati il desiderio di restare con voi, e agli stranieri quello di venirci. Certo ogni uomo, nel suo intimo, ha il diritto di credersi interamente eguale agli altri uomini: non ne consegue che il cuoco di un cardinale debba ordinare al suo padrone di fargli la cena. Il cuoco potrà dire: – Io sono uomo come il mio padrone, sono nato come lui nel dolore; egli morirà fra le stesse mie angosce, e con le stesse cerimonie. Tutti e due compiamo le stesse funzioni animali. Se i turchi dovessero prender Roma, e io diventar cardinale e il mio padrone cuoco, lo prenderò al mio servizio –. Discorso ragionevole e giusto. ma, aspettando che il Gran Turco venga a prender Roma, il cuoco dovrà fare il suo dovere, o nessuna società potrà sussistere. Nel caso poi di un uomo che non sia né cuoco di un cardinale, né impiegato in nessuna amministrazione pubblica: d'un privato che non dipende da nessuno, ma che si secca d'esser ricevuto ovunque con un'aria di protezione o di disprezzo, e vede benissimo che molti monsignori non hanno né più cultura né più ingegno né più virtù di lui, e si stufa di starsene troppe volte nelle loro anticamere, che decisione dovrà prendere? Quella di andarsene.

Voltaire, Dizionario filosofico, traduzione di M. Bonfantini, Einaudi, Torino 1980.

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