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Brydone: L'onorabile confraternita

L'onorabile confraternita

Lo scienziato Patrick Brydone (1741-1818), in compagnia di un giovane lord inglese di cui era precettore, dal 1769 al 1771 visitò l'Italia. Un resoconto del viaggio in Sicilia, scritto in forma di lettere indirizzate allo scrittore inglese William Beckford, riscosse un buon successo europeo, tanto da divenire fonte di riferimento del celebre Viaggio in Italia di Goethe. Tra le cose che più colpiscono il viaggiatore irlandese è la diffusa presenza dell'inestricabile intreccio tra potere e malavita. I signori del luogo si avvalgono, nell'amministrazione quotidiana dei loro interessi, di schiere di incalliti malfattori tanto temibili per la loro smisurata efferatezza che conviene proteggerli e avvalersi dei loro malvagi servizi piuttosto che combatterli e metterli al bando. Tuttavia quella che lo stesso Brydone chiama 'la degna confraternita' possiede nella sua ferocia una stimata onorabilità. Insomma, un quadro non ignoto ai giorni nostri sembra già due secoli fa caratterizzare le leggi del vivere civile in Sicilia.

Torniamo adesso dalla casa del principe: ci ha ricevuto cortesemente, ma con grande sfarzo. Ci ha offerto di servirci delle sue vetture, giacché a nolo non se ne trovano, e ci ha chiesto nel suo solito stile in che cosa avrebbe potuto esserci utile. Già abbiamo detto che eravamo costretti a partire l'indomani e lo pregavamo di accordarci la sua protezione per il viaggio. Ha risposto che avrebbe dato subito ordine perché fossimo accompagnati da guardie che avrebbero pensato a tutto, che non dovevamo preoccuparci di niente, e che le mule, quante ce ne occorrevano, le avremmo trovate pronte alla porta dell'albergo all'ora da noi fissata. Ha poi soggiunto che potevamo contare in modo assoluto su quelle guardie, uomini risoluti e coraggiosi, di una fiducia a tutta prova, pronti a castigare immediatamente chiunque avesse ardito recarci offesa.

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Che sorta di gente pensate che siano queste guardie stimate, questi uomini di fiducia? Malfattori tra i più insolenti e incalliti che esistano al mondo, e che in qualsiasi altro paese sarebbero arrotati o impiccati; qui, invece, sono protetti pubblicamente e ognuno li rispetta e li teme. È uno degli aspetti del reggimento della Sicilia sul quale temevo di intrattenervi; ma su questo argomento ho conversato con gli uffiziali del principe, i quali mi hanno confermato tutto quanto mi disse il signor Maestre. Mi disse cioè che non si è mai riusciti ad annientare i banditi nella parte orientale dell'isola chiamata Val Demoni o Valle dei Diavoli, e che si suppone vivano annidati sul monte Etna; che c'è attorno a questa montagna una quantità innumerevole di caverne e di passaggi sotterranei, in cui è impossibile alle truppe inseguirli; che d'altronde il principe di Villafranca di tanto in tanto non si fa scrupolo di servirsi di questa gente, perché ne conosce l'audacia e sa che non mancano mai di vendicarsi in maniera terribile di chi li ha offesi, e perché infine il più saggio consiglio politico è sempre quello di divenire loro protettore e patrono dichiarato. Quando uno di costoro vuole lasciare le montagne sulle quali si è rifugiato, anche per poco tempo, è sicuro di trovare incoraggiamento e protezione al suo servizio. Il principe accorda a questa gente una fiducia senza limiti, della quale finora essi hanno sempre fatto buon uso. Vestono la sua livrea e portano inoltre un distintivo del loro onorato ordine di banditi, il che ispira al popolo terrore e rispetto ad un tempo.

Sono stato or ora interrotto da uno degli uffiziali del principe; dagli sguardi e dal linguaggio costui sembra appunto far parte di questa degna confraternita; ci avverte che ha ordinato ai nostri mulattieri, sotto pene severissime, di tenersi pronti allo spuntare del giorno; che noi partiremo solo quando lo riterremo opportuno, e che è dovere degli uomini attendere le Nostre Eccellenze. Ha aggiunto di aver ordinato a due dei più risoluti campioni di tutta l'isola di accompagnarci, e che se qualcuno si azzardasse ad offenderci, sarebbe massacrato su due piedi. Gli ho dato un'oncia, al che egli ha reiterato le sue reverenze e i suoi Eccellenza, dichiarando che noi eravamo i più honorabili Signori che egli avesse mai incontrato, e che, se volevamo, avrebbe considerato un onore mettersi in cammino con noi per punire chiunque avesse osato recarci il minimo disturbo. Lo abbiamo ringraziato per il suo zelo, mostrandogli che non ci mancavano le armi, e così si è ritirato. [...]

Per certi aspetti questi banditi sono le persone più rispettabili dell'isola, e hanno un'idea singolare e altissima di quel che essi chiamano il loro onore. Per quanto criminali possano essere nei confronti della società, osservano tuttavia una lealtà assoluta nei loro rapporti, come anche verso tutte le persone alle quali si sono una volta legati. Sovente i magistrati si son visti obbligati a proteggerli o a ingraziarseli; questa gente è infatti così vendicativa che chiunque abbia dato loro motivo di lagnanza, anche molto tempo addietro, sarebbe sicuro di essere assassinato. Per converso a chi si è posto sotto la loro protezione o gli ha mostrato una certa fiducia, non è mai accaduto che avesse a dolersene; essi lo difendono da ogni sorta di vessazioni, rifiutano di fare a metà con i padroni degli alberghi, come è costume alla maggior parte delle guide e degli accompagnatori, e al bisogno espongono la propria vita per difendere quella dei loro ospiti. Quelli tra loro che si son posti al servizio della società sono conosciuti e stimati dagli altri banditi di tutta l'isola; insomma considerano sacre le persone che accompagnano. Perciò parecchi viaggiatori ne assoldano due di città in città; è il mezzo più sicuro per attraversare il paese al riparo da ogni pericolo. Per farmi conoscere meglio il carattere di questi briganti, il signor Maestre mi ha raccontato due episodi accaduti pochi giorni fa e che sono ancora sulla bocca di tutti.

'Qualche tempo fa un certo numero di contadini fu trovato a scavare in un fondo, nel quale si supponeva fosse nascosto qualche tesoro dal tempo della peste. Siccome questi scavi erano stati proibiti sotto le pene più severe, costoro furono cacciati subito in prigione e ci si aspettava di vederli trattati senza misericordia; ma, fortunatamente per gli altri, uno di questi eroi apparteneva alla confraternita dei banditi: scrisse subito al principe di Villafranca, che adoperò in loro favore così potenti argomenti che tutti furono rimessi immediatamente in libertà'.

Questo fatto serve a indicarvi l'influenza che hanno cotesti briganti sul potere civile; il secondo vi darà un'idea della ferocia e di quell'orribile mescolanza di vizio e di virtù, se così posso definirla, che sembra improntare le loro azioni. Avrei potuto dirvi che è loro costume prendere denaro in prestito dalla gente di campagna, che non osa negarglielo; e quando essi promettono di restituirlo, sono puntuali ed esatti sia riguardo al tempo sia riguardo alla somma; arriverebbero a rubare e assassinare piuttosto che mancare alle loro promesse. E non di rado sono stati costretti a scegliere quest'ultimo partito proprio e soltanto, essi assicurano, per assolvere i loro impegni e salvare il loro onore.

'È accaduto quindici giorni fa che il fratello di uno di questi eroici banditi, avendo bisogno di denaro e non sapendo dove trovarlo, decidesse di servirsi del nome e dell'autorità di suo fratello, espediente che credeva non potesse venire scoperto. Si recò da un prete di campagna e gli disse che suo fratello aveva urgente bisogno di venti ducati in prestito. Il prete gli giurò di non avere una così grossa somma, ma gli promise che se fosse tornato di lì a qualche giorno l'avrebbe trovata di certo. Il ladro replicò che temeva di presentarsi dinanzi a suo fratello con quella risposta e consigliò il povero ecclesiastico di stare attento ad evitare l'incontro con quell'uomo così terribile, perché da parte sua non rispondeva di ciò che gli sarebbe potuto accadere. All'indomani di quest'inganno prete e bandito s'incontrano in un sentiero; il primo si inchina rispettosamente, tremando a misura che l'altro s'avvicina, e infine si getta ai suoi piedi per domandargli perdono. Stupito di quel procedere, il bandito gliene chiese la ragione: mezzo morto il prete gli risponde: 'il denaro; il denaro; ma mandate vostro fratello domani e glielo darò'.

Il generoso bandito lo assicura che si sarebbe vergognato di prendere denaro da un povero prete, e che se qualcuno dei suoi fratelli era stato tanto vile da fare una simile richiesta, lui la pensava assai diversamente, e che anzi era pronto a prestargli egli stesso quella somma. Allora il prete lo informa della visita ricevuta il giorno prima, protestando che se avesse avuto quel denaro l'avrebbe dato subito. 'Benissimo,' dice il bandito, 'ma io vi farò conoscere a chi dei due bisogna credere, se a mio fratello o a me; seguitemi fino a casa sua, che è distante appena qualche miglio'. Arrivati sulla porta chiama il fratello, che viene fuori subito, non supponendo di essere stato scoperto; ma appena scorto il prete, comincia a scusarsi della sua condotta. Il bandito gli dice che non accetta scuse, e che vuole soltanto sapere 'se era andato effettivamente a chiedere a nome suo del denaro in prestito a questo prete'. Alla confessione del fratello, l'altro subito punta il fucile e con estrema freddezza lo stende morto stecchito; poi, rivolgendosi al prete allibito: 'Credete ora, reverendo, che avessi la minima intenzione di derubarvi?'.

Viaggiatori stranieri nel Sud, a cura di A. Mozzillo, Edizioni di Comunità, Milano 1982.

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