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Capuana: Il verismo

Il verismo

Massimo teorico del verismo, che trattò nei suoi saggi di critica letteraria e sperimentò nelle sue opere narrative, Luigi Capuana propugnò la necessità di dar vita a una nuova forma di romanzo che fosse documento della realtà e ne indagasse gli aspetti con metodo scientifico: egli riteneva che l'uomo dovesse essere analizzato nella sua completezza e la società esplorata nel suo complesso mediante il metodo dell''impersonalità', senza cioè relazione con il pensiero individuale dell'autore. Le sue teorie letterarie furono da lui trattate nel suo saggio Per l'arte (1885), considerato il manifesto del verismo, nel quale configurò i principi del romanzo verista: la riduzione della vita italiana a materia d'arte, ritraendola direttamente dal vero, l'abbandono del romanzo storico per il romanzo di costume contemporaneo, l'analisi psicologica dell'elemento umano, temi provinciali e personaggi presi dagli strati umili della società. Tutti elementi fatti propri da Giovanni Verga, che infatti Capuana ammirò e sostenne come l'emblema del verismo italiano.

[...] Prima di metterci a scrivere guardammo attorno, addietro a noi. Che vedemmo? Vedemmo il romanzo moderno già grande, già colossale in Francia, col Balzac, e neppure in germe in Italia. Sotto il piedistallo del monumento che il Balzac si è rizzato da sé aere perennius, vedemmo una schiera di scrittori di primo ordine che ha lavorato a ripulire, a migliorare, a perfezionare la forma lasciata a mezzo dal maestro: il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola, il Daudet, e dicemmo risolutamente: bisogna addentellarsi con costoro! Ci mettemmo subito all'opera. Un'opera infernale. Pel nostro lavoro avevamo bisogno di una prosa viva, efficace, adatta a rendere tutte le quasi impercettibili sfumature del pensiero moderno, e i nostri maestri non sapevano consigliarci altro: 'studiate i trecentisti'! Avevamo bisogno d'un dialogo spigliato, vigoroso, drammatico, e i nostri maestri ci rispondevano: 'studiate i comici del cinquecento'. Parlavano sul serio. Noi li guardammo nel bianco degli occhi e facemmo una spallucciata. Fu forza decidersi a cercare qualcosa da noi, a tentare, a ritentare; quella prosa moderna, quel dialogo moderno bisognava, insomma, inventarlo di sana pianta. I toscani, che avrebbero potuto darci il gran soccorso della loro lingua viva, non facevano nulla; covavano Dino Compagni e la Crusca e in questo affare sudavano a goccioloni. Dovevamo rimanere colle mani in mano, aspettando la prosa nuova di là da venire? E ne abbiamo imbastita una pur che sia, mezza francese, mezza regionale, mezza 'confusionale', come tutte le cose messe su in fretta. I futuri vocabolaristi non la citeranno (eppure chi sa? Fénélon disse: c'est dommage que Molière ne sache pas écrire, e Molière oggi è un classico); ma gli scrittori che verranno dietro a noi ci accenderanno qualche cero, se non per altro, per l'esempio di aver parlato scrivendo. Se voi sapeste che travaglio c'è costata questa prosa ora da voi fulminata con tanto disdegno! E se voi sapeste come ne siamo scontenti! Ma è meglio che nulla. [...]

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I nostri predecessori, i nostri maestri stranieri, quando noi ci mettevamo all'opera, avean già fatto molto anche per quel che riguarda l'osservazione, il contenuto dell'opera d'arte. Da gente abile, sperimentata, rotta al mestiere, si erano sbrancati qua e là, non avevano, si può dire, lasciato un pollice del cuore umano, da dissodare, da lavorare, avean messo tutto sossopra. Sul punto di imitarli, ci trovammo da questo lato in un grande imbroglio. La civiltà, questa inesorabile livellatrice, ci faceva apparire più imitatori di quel che non eravamo in realtà. Un torinese, un milanese, un fiorentino, un napolitano, un palermitano dell'alta classe e della borghesia differiva, esteriormente e interiormente, così poco da un parigino delle stesse classi che il coglierne la vera caratteristica presentava una difficoltà quasi insuperabile, almeno a prima vista. Allora, per ripiego, rivolgemmo la nostra attenzione agli strati più bassi della società dove il livellamento non è ancora arrivato a rendere sensibili i suoi effetti; e vi demmo il romanzo, la novella provinciale, (più questa che quello) per farci la mano, per addestrarci a dipinger dal vero, per provarci a rendere il colore, il sapore delle cose, le sensazioni precise, i sentimenti particolari, la vita d'una cittaduzza, di un paesetto, d'una famiglia... Ingrati che siete! Non ce ne avete saputo grado. Non ci avete presi sul serio [...].

Noi abbiamo avuto forse il torto di far un gran salto e pretendere che il pubblico lo facesse dietro di noi. Dal romanzo storico-politico, siam sbalzati, di lancio, al romanzo di costumi contemporanei; dalla forma tutta personale (dovremmo forse dire semplicemente: da un pretesto di forma) alla vera forma dove l'opera d'arte non vuol essere altro o, almeno, vuol essere innanzi tutto un'opera d'arte; e n'è nato un putiferio. La gente avrebbe dovuto discutere di arte... e si è messa a strillar per la morale. Chi gliela maculava la sua morale? Avrebbe dovuto esaminare se noi facevamo bene ad assimilarci tutte le nuove ricchezze di forma nel romanzo moderno, dovunque esse si trovavano, e ci ha sputato in faccia che non ci crede capaci di fare, impotenti lucidatori di disegni altrui, neppure uno sgorbio di nostro. Avrebbe dovuto incoraggiarci nell'arduissimo tentativo di ridurre a materia d'arte la vita italiana, ritraendola direttamente dal 'vero', e non co' soliti cieli di carta turchina o colle solite campagne di verde inglese brizzolato di rosso e di giallo per simulare i crisantemi e i rosolacci, e non colle contadinelle di terra cotta e le signore vestite di cencio, dalla testina di cartone verniciato; e invece ha risposto col voltarsi in là, turandosi il naso col fazzoletto... Che si aspettavano dunque? Si aspettavano delle cose divertenti, da toccargli la corda sensibile; insomma non volevano annoiarsi (è la parola sacramentale) in compagnia di certa gentaglia...

La critica, quella che giudica e manda secondo che avvinghia, vorrebbe intanto una cosina da nulla, dei capolavori. – Diavolo? Perché non facciamo dei capolavori? – Sicuro; ce lo domandiamo anche noi: perché non facciamo dei capolavori? Ma, santo Iddio, se incominciamo appena ora! Ma se non abbiamo avuto neppure il tempo di apprendere bene il mestiere di scioglierci la mano! Dei capolavori? Si fa presto a dirlo. Dovreste piuttosto osservare che vent'anni fa l'Italia non aveva neanche questo pochino che noi, a furia di sforzi abbiamo potuto apprestarle. Dal latte e miele del Carcano al pane nero del Verga la distanza è incredibile. [...].

Non ci sarà mai né un romanziere 'naturalista', né un novelliere 'verista' il quale abbia tanto coraggio da 'inventar' nulla che rassomigli, da lontano, alle continue e terribili assurdità della vita reale. E se il romanziere e il novelliere rispondono alla vostra esclamazione col mettersi dinanzi i 'documenti', per provarvi così che essi han narrato un 'fatto vero', replicate che la difesa diventa peggiore dell'accusa. Vorrà dire che essi non hanno saputo indovinare il segreto processo di quel 'fatto vero', che nella loro narrazione s'incontrano delle discontinuità, e quindi l'azione, i personaggi non sian riusciti organici, viventi! Vorrà anche dire: è solamente artista colui che ripete, nella forma letteraria, il segreto processo della natura. [...].

I 'documenti umani' intesi in tal modo – e mi pare che sia il vero – se non scadon di pregio, non hanno però la straordinaria importanza che gli si è voluta accordare in quest'ultimi tempi, mettendoli tra i primi criteri da giudicare un'opera d'arte. Forse avviene per questo che molti li abbiano a noia. Anche a me cominciano a dar fastidio, ma per un'altra ragione: essi servono di pretesto a una sciocca accusa contro i romanzieri moderni. Quale accusa? – Mancano di fantasia, mancano d'immaginazione – Quante volte non l'ho sentito ripetere...

Che il volgo dei lettori dica questo, anche dinanzi a un lavoro dello Zola o del Verga, passi pure. Ma che delle persone colte, le quali dovrebbero sapere che cosa siano l'immaginazione e la fantasia, rimpiangano il nodo, l'imbroglio, la favola, la machine– chiamatela come diavolo voi volete – dei romanzi di trenta anni fa, che delle persone di talento si lamentino di veder perdere a poco a poco il segreto di costruire l'ossatura di un romanzo, come ai bei tempi di Dumas il vecchio e di Eugenio Sue, e ripetano anch'essi a carico degli scrittori moderni: mancano di fantasia! mancano d'immaginazione! – mi pare, scusate, una enormità inconcepibile. Dunque essi credono sul serio che lo Zola, il Verga e tutti gli altri non facciano che accozzare, riordinare alla meglio le loro osservazioni personali dirette, insomma una specie di ignobile processo verbale di cui spesso leggiamo anticipatamente i sunti, i frammenti, gli acccenni nella spicciola cronaca cittadina dei giornali quotidiani? Dunque essi credono sul serio che per la rappresentazione così portentosamente viva dell'Assommoir e dei Malavoglia gli autori non abbiano dovuto adoperare, per lo meno, tanto sforzo di fantasia e d'immaginazione quanto il Dumas nel suo Mille e una notte francese da lui intitolato il Conte di Montecristo, o Eugenio Sue nelle complicate avventure dei suoi Misteri di Parigi?

Dunque essi prendono gli scrittori così detti 'naturalisti' o 'veristi' proprio sulla parola, e pensano che i malaugurati 'documenti umani' (la materia prima, la materia grezza delle nuove opere d'arte) siano assolutamente tutto, e che debba esser bastato allo Zola lo studiare e il prender delle note intorno all'alcoolismo degli operai parigini, e al Verga il vivere per qualche mese, durante la villeggiatura, fra i pescatori di Aci-Trezza, perché tutti e due abbian potuto poi scrivere la storia della Gervasia e del Coupeau, e i casi di Padron 'Ntoni e di tutta la famiglia dei Malavoglia? Andiamo via! Non la mando giù!

Certamente il carattere di un'opera d'arte moderna – restringiamoci alla novella e al romanzo – non è più quello di prima. L'opera d'arte – può darsi che sia anche una decadenza – è diventata seria: troppo seria! dicono i maligni. Infatti non è divertente. Il romanziere ruba il mestiere al psicologo, al fisiologo, al professore di scienze naturali. Non già che predichi, che dimostri, che voglia far lezione; ma egli scortica vivi vivi i suoi personaggi; ma egli pianta il bisturi in quelle carni palpitanti con la stessa spietata indifferenza di un anatomico. Almeno io non vorrei vedere il sangue sul coltello e sulle mani dell'operatore, mi diceva un giorno una signora gentile quanto colta, a proposito di un nuovo romanzo. La signora su questo punto aveva ragione. Però ella non pretendeva che il romanzo moderno 'tornasse all'antico': non pretendeva che, prima d'ogni cosa, divertisse, e fosse una bella fiaba grande pei bambini grandi. Questa benedetta o maledetta riflessione moderna, moderna, questa smania di positivismo, di studi, di osservazioni, di collezione di fatti, noi non possiamo cavarcela di dosso. È il nostro sangue, è il nostro spirito; chi non la prova può dirsi un uomo di parecchi secoli addietro smarritosi per caso in mezzo a noi. Ed è naturale quindi che dal nostro sangue e dal nostro spirito la riflessione positiva passi a rivelarsi anche nell'opera d'arte, nel modo s'intende, e colla misura compatibile con un'opera d'arte. Questa trasformazione non è un bizzarro capriccio degli scrittori: è l'effetto di un'evoluzione che nessuno al mondo è nel caso di arrestare o di impedire. Ve lo dicano quelle buone persone che vi si son provate, in politica, in religione, come in arte, e son rimaste deluse. Sarà sempre da vedere se gli artisti abbiano sbagliato il modo, o ecceduto nella misura. Vuol forse dire intanto che l'opera d'arte moderna non sia più un'opera d'arte? No. La fantasia, l'immaginazione rimangono, come prima, i sostanziali elementi d'essa; se non che si combinano un po' diversamente. Il romanziere, il novelliere guarda di qua e di là, osserva, prende nota. Se non poggia un piede sopra un fatto 'vero', non si crede punto sicuro, e non si avventura a metter l'altro innanzi. Il Verga – parliamo di cose nostre, non guasta – quando gli vien l'idea di foggiare in forma artistica i suoi contadini, non si limita soltanto a raccogliere delle generalità, ma circoscrive il suo terreno. Non gli basta che quei suoi personaggi siano italiani – il contadino italiano è un'astrattezza – egli va più in là, vuole che siano siciliani: molto di più e di più concreto. Credete voi che n'abbia assai? Nemmeno per sogno. Ha bisogno che siano proprio d'una provincia, d'una città, d'un pezzettino di terra largo quanto la palma della sua mano. Allora soltanto si ferma.

– Che ce n'importa? – Ma importa a lui, alla sua coscienza d'artista moderno; importa a tutti noi che vogliamo essere moderni, del nostro tempo, al pari di lui. E allora? Se i vostri romanzieri moderni han bisogno di tanti amminnicoli che gli antichi, i loro grandi predecessori, non immaginavano dovessero essere, un giorno, così indispensabili; se non inventan nulla, come voi volete che non ci si lamenti del loro difetto di fantasia, d'immaginazione? Qui vi casca l'asino.

– Inventano, creano, signori belli! Tutto quel materiale accumulato è roba morta. Voi, io, il più stupido dei contadini, di codesta roba morta ne abbiamo tutti in testa forse assai più di qualche gran romanziere, e potremmo dargli degli elementi per ben cinquanta volumi. Che è per questo? Noi non li scriveremo mai; e se tenteremo di scriverli, faremo tutti quel che ci parrà, ma non già un'opera d'arte, se non avremo la fantasia, l'immaginazione che dovrà dar vita nuova alla materia raccolta. Quando il materiale è lì pronto, il romanziere moderno fa precisamente come lo scienziato moderno. Questo è poeta, è creatore, è romanziere anche lui. La natura gli porge dei fatti; ma egli non saprebbe che farsene se non sapesse anche di potere arrivare a cavarle di mano la cosa più importante: il vivo processo di quei fatti. Allora lo scienziato cerca, tenta di compenetrarsi con quei fatti, si sforza, sto per dire, di diventar Natura; e a furia d'immaginazione – domandatelo ai grandi fisiologi – combina, rifà un processo che la Natura, gelosa dei suoi segreti, vorrebbe tenergli nascosto; e quando riesce – non vi paia una bestemmia – si mette quasi pari con Dio.

Il romanziere moderno è uno scienziato, aggiungiamolo subito, dimezzato. Lo scienziato, appena creato o scoperto un processo (val tutt'una) è più fortunato di quello: può riprodurne il fatto a piacere, quante volte gli garba, e può servirsi di tal processo per scopi più belli e più ragionevoli che non siano quelli della Natura. Il suo 'fatto' avviene fuori di lui; è il suo schiavo. Il romanziere moderno, invece, dopo che ha scoperto o creato un processo (ripetiamolo: val tutt'una) non può verificare il fatto, non può riprodurlo a suo piacere. È una inferiorità naturale, invincibile: non sappiamo che farci. Ma voi vi lamentate contro ragione, perché egli si serve, precisamente, come facevano i suoi predecessori, degli stessissimi elementi dell'opera d'arte. Per rappresentare, per far del vivo ci vogliono sempre quelle due divine facoltà: la fantasia, l'immaginazione, che potrebbe anche darsi siano un'identica cosa. Vi dirò anzi che il romanziere moderno ne adopera oggi in maggior quantità che non quelli del passato. Come potete affermare di no, se egli ha rinunciato volontariamente a tutti i mezzucci di effetto della vostra vecchia rettorica? Trovatemi venti righe di descrizione oziosa nelle cose del Verga, e vi darò causa vinta.

Se quel suo dialogo narrato, se quella sua narrazione parlata del personaggio, che dànno tanto sui nervi all'amico Scarfoglio (mi permetta di dirglielo l'amico mio, egli questa volta è andato fuor di carreggiata per troppa foga); se quella semplicità di mezzi ottiene un effetto di colorito, di rilievo, di movimento, di vita vera, come nessun romanziere di trent'anni fa se l'è mai sognato, da che diavolo dunque proviene questo? Dalla fantasia, dall'immaginazione! Sissignori! E da null'altro. Ed ego autem dico vobis v'è cento volte più ricchezza, più sfoggio d'immaginazione in mezzo volume dei Malavoglia, che non in tutti i Montecristo, i Tre Moschettieri, i Misteri di Parigi e simili libri presi insieme.

Luigi Capuana, Per l’arte.

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