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Dai procarioti agli eucarioti

Dai procarioti agli eucarioti

La storia di ogni eroe cominciava un tempo quasi sempre con una genealogia. In quanto specie, ce ne siamo date finora parecchie, più o meno fantasiose o celebrative. Ma forse solo oggi sappiamo veramente da dove veniamo: perché abbiamo scoperto di portarci addosso, riprodotto in milioni di copie, il nostro albero genealogico. Adesso la nostra storia è lì, inchiodata in una provetta, cristallizzata sotto il freddo occhio elettronico del microscopio. È un breve documento scritto in un monotono codice di basi chimiche alternate: A, T, G, C, sedicimilacinquecento coppie di basi in tutto. I nostri scienziati lo chiamano DNA mitocondriale: un breve frammento di acido desossiribonucleico, ossia di quella macromolecola che, quando è racchiusa nel nucleo delle cellule dei nostri corpi, contiene la ricetta per la fabbrica delle proteine, degli enzimi, dei tessuti e quindi di ogni organismo vivente (almeno sulla Terra). Ma il DNA mitocondriale fa eccezione: giace fuori dal nucleo della cellula, nel cuore dei mitocondri, preziosi organelli cellulari che sono in pratica le centrali energetiche delle cellule.

I mitocondri svolgono una funzione fondamentale nei tessuti viventi: utilizzano l’ossigeno per ossidare le sostanze alimentari e produrre ATP (adenosintrifosfato), che è il combustibile biochimico delle cellule (qualcosa di simile è presente anche nelle piante verdi: sono i cloroplasti, che rendono possibile l’utilizzazione dell’energia solare per la fotosintesi, il primo anello della indissolubile catena della vita su questo pianeta).

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Ma ciò che rende speciali i mitocondri dal nostro punto di vista è appunto il possesso di un segmento della prodigiosa catena del DNA. Una catena piccola, circolare, una sorta di anellino, ben diverso dalla maestosa geometria dei cromosomi nei quali si addensa il codice della vita, come usiamo dire con una certa retorica, ma che rende questi organelli quasi totalmente autosufficienti: ne hanno quanto basta per riprodursi nella scissione cellulare, produrre le proprie proteine strutturali e gli enzimi necessari ai loro processi e alla loro sopravvivenza. Sono cioè dei discreti inquilini della cellula, gelosi dell’ospite: in cambio di vitto e alloggio forniscono l’energia necessaria ai processi cellulari, utilizzando come solo loro sanno fare il potente veleno che potrebbe bruciare e distruggere ogni tessuto vivente, l’ossigeno atmosferico, per innescare i processi metabolici. Ve ne sono centinaia in ogni cellula eucariote (le cellule che formano gli organismi pluricellulari, e quindi anche noi) e la loro stessa esistenza è una impressionante testimonianza dell’evoluzione della vita su questo pianeta, almeno come l’abbiamo finora decifrata. In questo racconto i mitocondri hanno un posto privilegiato, proprio perché la loro storia recente ha aperto uno spiraglio sugli archivi evolutivi della nostra specie, Homo sapiens sapiens. Ma in realtà i mitocondri vengono da molto lontano, dalla profondità di miliardi di anni, e vale la pena ricordare qualche ipotesi sulla loro vicenda – prima di passare alla loro funzione di “carta anagrafica” dell’uomo – perché forse rappresentano una chiave di volta per comprendere alcune delle strategie che la vita mette in opera nella sua continua trasformazione, e che potrebbero riguardare non solo il passato della nostra specie, ma anche, chissà, il nostro futuro.

Milleottocento milioni di anni fa, narrano infatti i resti fossili, la Terra era popolata esclusivamente da migliaia di miliardi di esseri microscopici: batteri, alghe azzurre fotosintetizzatrici, cianobatteri e così via, tutti “procarioti”, ossia organismi unicellulari sprovvisti di nucleo, il cui materiale genetico era immerso nel citoplasma, nella “carne” cellulare, al contrario delle cellule di noi animali superiori, dove è ben custodito da una membrana che lo separa accuratamente dal resto della cellula. Quegli esseri vivevano e si riproducevano velocemente nelle dense e tiepide acque lagunari, ondeggiando placidi a mezza altezza, catturando l’energia che il nostro Sole faceva piovere loro addosso e nutrendosi delle sostanze in sospensione nell’acqua. In realtà, a quanto pare, non solo di quelle: le riscostruzioni dei biologi dell’evoluzione ci assicurano che in quel mondo apparentemente pacifico era in corso una feroce concorrenza per il cibo e per lo spazio. Esistevano già allora predatori e prede: il batterio più grosso o più aggressivo divorava letteralmente quello più piccolo o più debole. Queste guerre batteriche durano ancora oggi: “I Bdellavibrio”, narra la biologa americana Lynn Margulis, “sono microbi che utilizzano l’ossigeno per la respirazione e fanno letteralmente a pezzi le loro prede, divorandole dall’interno [...]. Aggrediscono la preda, fissandosi a essa e ruotando come una trivella dal moto vorticoso: così penetrano all’interno della loro vittima e ne frantumano il materiale genetico. Dopo essersene serviti per sintetizzare i propri geni e proteine, rompono l’ormai inutile e vuoto sacchetto che costituiva il corpo dell’ospite andato distrutto. Sono in pratica le stesse strategie che producono in molti casi in noi animali pluricellulari malattia e morte a opera di germi patogeni”.

In quell’alba della vita, con l’impoverirsi delle materie organiche prebiotiche in sospensione nell’ambiente (costituito dalle tiepide acque vicine alle coste) aggressione e concorrenza spietate, fino al cannibalismo, erano divenute quindi la regola per la sopravvivenza, almeno per molti di quegli organismi unicellulari. Non c’è da scandalizzarsi eccessivamente: non possiamo conoscere le regole dell’evoluzione che valgono per altri mondi eventualmente fecondati dalla vita, ma sul nostro le norme che siamo riusciti finora a individuare sono abbastanza feroci. Ogni passo avanti, ogni successo, ogni aumento di complessità della materia vivente è segnato dalla vittoria di qualcuno a cui corrisponde la sconfitta, e spesso l’eliminazione, di un altro. Un gioco spietato e parossistico che si cela in ogni prato fiorito, in ogni tiepido stagno, in qualsiasi graziosa e tranquilla cittadina.

Quindi i nostri antenati procarioti erano – nella loro piccolezza – già molto affaccendati a farsi la guerra, il più grosso a nutrirsi del più piccolo, il più furbo a sfruttare le risorse del rivale a proprio vantaggio. Un’ipotesi oggi condivisa da gran parte del mondo scientifico è che proprio questo gioco al massacro abbia portato alla nascita delle grandi, maestose, raffinatissime cellule che formano i nostri corpi: le cellule eucariote, appunto. Il batterio “grosso” avrebbe cioè inglobato dentro di sé, nel tentativo di digerirlo, quello più piccolo; il più piccolo, ma meglio attrezzato per esempio per sfruttare a fini energetici processi ossidativi (ormai indispensabili alla sopravvivenza poiché la composizione dell’atmosfera cominciava a trasformarsi, grazie al fino ad allora velenoso ossigeno, prodotto di scarto dei processi vitali del mondo batterico), avrebbe scelto di trasformarsi in parassita del più grosso, per risparmiarsi il lavoro necessario a procacciarsi da vivere. In questo caso una sorta di lieto fine: la simbiosi.

“Sembra ormai certo”, scrive ancora la Margulis, che è forse oggi la maggiore teorica della simbiogenesi, “che i mitocondri fossero in passato batteri liberi che, per un periodo di tempo prolungato, abbiano stabilito un rapporto di simbiosi ereditaria con ospiti ancestrali i quali, alla fine, evolvettero in cellule animali, cellule vegetali e cellule che non rientrano né nell’una né nell’altra di queste categorie”. La stessa storia vale evidentemente per i plastidi, i quali furono originariamente alghe libere. E più avanti: “La prima cellula evoluta comparve quando un certo tipo di ospite, forse un batterio fermentante, acquisì come simbionti numerosi batteri più piccoli con respirazione aerobica. Dato il continuo aumento di ossigeno nell’atmosfera, la pressione selettiva avrebbe favorito una simile simbiosi. Alla fine i piccoli batteri aerobi divennero per i loro ospiti unità ereditarie e furono i primi mitocondri. Gli ospiti a loro volta evolvettero nella direzione delle amebe, cosicché si produsse una nuova popolazione di grosse cellule aerobie che affrontò il problema di come reperire le sostanze nutritive”.

Una strategia che sembra destinata a ripetersi con una certa costanza nel corso dell’evoluzione: la concorrenza feroce, che porta inevitabilmente alla distruzione della preda, alla fine si ritorce contro il più forte, che una volta distrutta o impoverita la riserva di prede si vede condannato alla fame o a divenire a sua volta vittima dei suoi consimili. A volte subentra quindi una sorta di alleanza: la cooperazione diviene più produttiva dell’aggressione, più efficace ai fini della sopravvivenza e dell’adattamento all’ambiente, di ciò che chiamiamo “fitness”. Un ragionevole arrangiamento, con una distribuzione di compiti, che poi progressivamente da associazione temporanea diviene stabile, dando vita a un unico organismo, nel quale i “soci” coprono ruoli differenti e raggiungono gradi diversi di specializzazione. È un processo che sembra avere segnato l’intero corso dell’evoluzione della materia vivente, ripetendosi a livelli sempre più complessi: per esempio con la nascita delle colonie temporanee di animali unicellulari, che in determinate circostanze di emergenza ambientale si aggregano e “specializzano” tra loro alcuni gruppi in funzioni diverse, indispensabili alla comunità; e infine con l’apparizione dei metazoi (gli animali composti da migliaia o milioni di cellule). La tendenza all’aggregazione, all’integrazione tra organismi elementari per formarne uno più complesso in grado di fornire risposte più duttili ed efficaci ai problemi e alle difficoltà ambientali sembrerebbe quindi una costante nell’evoluzione della vita in tutte le sue forme, se si considerano queste non immobili nel tempo, ma come plastici prodotti dell’evoluzione, risposte mutevoli ma sempre più efficaci all’inquieto trasformarsi dell’ambiente planetario. L’aggregazione e la specializzazione delle parti che ne conseguono sembrerebbero addirittura obbedire a una logica ripetitiva a invarianza di scala, come le curve frazionarie di un frattale, che determinerebbe alla lunga la straordinaria varietà formale e la sostanziale ripetitività delle forme viventi (che in ultima analisi sono composte in modo esclusivo da quattro basi azotate e da venti amminoacidi) e dei loro comportamenti.

Da questo processo non sembra immune lo stesso mondo umano, che nella sua storia di specie e sociale inventa continuamente forme “mediate” di aggregazione e specializzazione che quotidianamente sperimentiamo: come il nostro visitatore alieno potrebbe certamente notare, le società umane composte da migliaia o milioni di individui ripetono al loro interno alcune delle strategie cooperative (che ci piaccia o no) del mondo microbico. Non c’è da stupirsi. La vita è “unica”, un unico anello che circonda il pianeta. È possibile che altri fenomeni, singolari come questo, si svolgano su altre Terre lontane: lo spazio è grande e la fantasia della Natura infinita. Ma la vita che conosciamo e di cui siamo parte è sicuramente un prodotto unico e in un certo senso necessario del pianeta. Ed è nel suo complesso indissolubile: ogni sua parte è fortemente intrecciata con tutte le altre, e dove singole forme spariscono è solo per farne apparire altre, come le onde del mare che appaiono e scompaiono per cedere la loro energia ad altre onde, perpetuandosi in esse anche se la loro forma si è dissolta. Ogni forma di vita ha il suo posto, quindi, nell’agitato respirare del bios: ciò che cerchiamo di capire (forse invano) è il ruolo e il significato di quella particolare forma di vita che è rappresentata dalla nostra specie, che ha la caratteristica (forse unica) di “pensare se stessa”, di essere cioè cosciente (fino a un certo punto) di essere, e anche delle interazioni con le altre forme che la vita assume su questo nostro piccolo pianeta.

Gli esempi di processi simbiotici nel corso dell’evoluzione, della tendenza cioè della materia vivente ad aggregarsi, a formare colonie cooperative nelle quali progressivamente i singoli componenti perdono identità per divenire funzione, non mancano, anche se – ci ammoniscono gli epistemologi – i ragionamenti per analogia, nella cultura scientifica, sono pericolosi, possono nascondere trappole fuorvianti. A volte si è tratti in inganno da false analogie la cui apparenza ci è suggerita dall’ottica con cui guardiamo un certo fenomeno o anche dalla incompletezza dei dati di cui disponiamo. Per esempio i critici della simbiogenesi sostengono che le tappe del processo che avrebbe portato a un’associazione ereditaria tra specie diverse di batteri sono tutt’altro che chiarite, e che i mitocondri ospitati nelle nostre cellule potrebbero anche essere conseguenze del “sesso batterico”, il processo nel corso del quale organismi unicellulari si scambiano frammenti del loro materiale genetico. E che quindi, almeno in questo caso, un po’ di prudenza sarebbe opportuna. Ma l’analogia è anche in molti casi un potente strumento euristico: quando è correttamente applicata ci consente di vedere in prospettiva lo sviluppo parallelo di fenomeni diversi, e quindi di individuare le leggi comuni che li governano.

A ogni modo, con la formazione dei mitocondri e la nascita delle cellule eucariote è enormemente cresciuta l’informazione racchiusa in ogni vivente, è aumentata a dismisura la complessità dell’organismo e la possibilità di trasformazioni sempre più radicali. A un prezzo non indifferente: il batterio non muore, si riproduce per scissione, in pratica ripete infinite copie di sé. Dipende però passivamente dall’ambiente in cui è introdotto: solo moltiplicandosi – e magari cannibalizzando i suoi vicini – riesce a incidere su questo e modificarlo, ma i suoi limiti sono appunto i limiti dell’ambiente e le sue trasformazioni sono il prodotto di una sorta di lotteria, le modifiche casuali del suo DNA. Al contrario, l’organismo eucariote è molto più autonomo rispetto all’ambiente: sviluppa, per esempio, sistemi di locomozione che gli consentono di sottrarsi alle aggressioni e di cercarsi fonti alternative di cibo invece di attendere che questo gli giunga a tiro. Aumenta il suo livello di specializzazione. E principalmente è capace di innescare un processo che rende molto più veloce e variegata l’evoluzione delle forme di vita: la cooperazione tra organismi unicellulari, che è la strada maestra verso la nascita di organismi pluricellulari e la sessualità. La sessualità è una delle invenzioni più complesse e raffinate dei processi evolutivi: da una parte consente di continuare, sia pure a ritmi più lenti, la propagazione della specie, dall’altra introduce veloci variazioni genetiche grazie al rimescolamento del materiale genetico dei due genitori, ottenendo così un tasso di variabilità fenotipica che costituisce il patrimonio di riserva della specie in vista delle imprevedibili trasformazioni dell’ambiente.

Un successo quindi, come possiamo testimoniare noi esseri umani, ma con un costo individuale altissimo: perché la potente pulsione sessuale che domina da allora prepotentemente il mondo animale, l’eros, non solo contraddice l’istinto di conservazione che tutela ogni singolo vivente, lo distingue e lo contrappone concorrenzialmente ai suoi consimili, ma introduce nell’immortale mondo microbico la senescenza e la morte. L’organismo sessuato deve “investire” nella sessualità gran parte di quelle risorse metaboliche che altrimenti potrebbero essere impiegate nel mantenimento e nella riparazione dei tessuti logorati. “L’invenzione della morte”, scrive André Langanay, “è indissociabile dall’estensione sistemica della sessualità. L’una e l’altra giocano di concerto per creare ed eliminare senza soste. Grazie a essa la vita, fino allora molto statica, si mette in moto in una esplosione di variazioni e diversificazioni. Così la macchina dell’evoluzione accelera la sua marcia, a spese dell’individuo, condannato da quel momento a invecchiare e morire”. “Una eccessiva allocazione di risorse per il mantenimento e la riparazione del soma”, afferma il genetista T.B. Kirkwood, “tale da limitare o annullare la senescenza sarebbe sfavorevole da un punto di vista evolutivo e sarebbe oggetto di una selezione negativa, in quanto l’energia investita nella riparazione sarebbe sottratta a quella necessaria per mantenere un livello di fecondità e di riproduzione sufficiente per garantire la stabilità della popolazione”.

Le cellule eucariote, quelle che formano anche il nostro corpo, sono molto più grandi degli organismi procarioti (un rapporto almeno di uno a dieci) e racchiudono il loro prezioso nucleo in una membrana che separa la cassaforte dell’informazione genetica del resto della cellula, e quindi anche dagli “ospiti” simbionti che pure sono ormai parte del suo programma. La nascita dei mitocondri, col loro anellino di DNA, è parte infatti del programma genetico della cellula, ma in modo un po’ speciale: l’informazione necessaria alla loro formazione viene trasmessa solo attraverso l’ovulo e quindi per via esclusivamente femminile (anche se un ricordo della loro esistenza è contenuto nello spermatozoo, ma non è quello che viene trasmesso). Una caratteristica, questa, che come vedremo renderà più agevole la lettura della nostra storia. Torniamo allora al nostro albero genealogico e ai mitocondri, divenuti ormai parte integrante del patrimonio delle nostre cellule. C’è una prima informazione che dovremmo fornire al nostro visitatore alieno (e convincercene noi stessi), un dato sul quale il mondo della genetica concorda: tutti gli esseri umani che vivono, oggi sul nostro pianeta, senza eccezioni, appartengono a un’unica specie; vale a dire che dispongono dello stesso patrimonio genetico, comune a tutti. Il processo di formazione dell’uomo moderno risale a un unico ceppo originario che, dal momento dell’origine, non ha subito biforcazioni. Ciò che definiamo “razze” (gialli, neri, caucasici, mongolidi, amerindi e via enunciando: ne sono state classificate persino trenta...) sono in realtà gruppi umani contrassegnati da differenze genetiche superficiali che hanno avuto il sopravvento in risposta a particolari condizioni ambientali. Si tratta in genere di caratteri morfologici secondari (colore della pelle e dei capelli, tratti del viso, statura e conformazioni scheletriche) selezionati tra i vari alleli che “variegano” il nostro patrimonio genetico per consentire una più facile sopravvivenza in condizioni climatiche e ambientali diversissime, data la tendenza della nostra specie a occupare praticamente qualsiasi tipo di nicchia ecologica.

“Esistono leggere variazioni genetiche tra tutti gli individui, che si possono provare analizzando i costituenti del sangue”, scrive la genetista Alicia Sanchez-Mazas, dell’Università di Ginevra e del parigino Musée de l’Homme. “Disponiamo oggi di dati che riguardano numerose centinaia di migliaia di individui di tutti i continenti. L’informatica ci consente di comparare questi dati genetici planetari; e possiamo così constatare che tutte le popolazioni sono simili e diverse; praticamente tutte le molecole che definiscono i gruppi sanguigni hanno un carattere universale e nessuna di esse è tipica di una certa popolazione o di un gruppo di popolazioni [...]. [La nostra] è la storia di un’unica popolazione umana che nel corso della sua breve esistenza ha conquistato la totalità del pianeta; dalle zone geografiche meno accessibili agli ambienti più ostili. Nel corso delle loro migrazioni i gruppi di popolazioni ‘discendenti’ si sono differenziati localmente. Certe caratteristiche morfologiche si sono evolute sotto la pressione di condizioni ambientali tipiche degli ambienti ‘conquistati’ e probabilmente anche delle caratteristiche fenotipiche del ‘capostipite’, ciò che viene definito ‘l’effetto fondatore’”.

È questa un’altra delle caratteristiche della molecola del DNA, inimitabile capolavoro della natura: è rigidamente conservatrice, conserva cioè la preziosa informazione di cui è portatrice nel corso del suo viaggio nel tempo attraverso la catena dei viventi delle sue scissioni e riproduzioni, ed è al tempo stesso “plastica”, “opportunista”, pieghevole, attraverso la selezione naturale che premia quei caratteri che meglio consentono l’integrazione all’ambiente, favorendo la riproduzione e la diffusione di chi ne è portatore. Dura nel corso delle generazioni e si conserva, memoria storica dell’evoluzione, ma trasformandosi grazie a un meccanismo che sul lungo periodo apparirebbe quasi lamarckiano: piegandosi cioè alle esigenze dell’ambiente. Il motore delle trasformazioni sono le mutazioni casuali che – quando non sono micidiali o neutre, come accade nella maggioranza dei casi – sostituendo o invertendo coppie di basi nella catena molecolare alterano l’espressione dei geni, il “significato” del discorso espresso attraverso proteine ed enzimi. Statisticamente è possibile individuare il cammino di queste trasformazioni nel corso del tempo attraverso le progressive divaricazioni dei diversi genomi e stabilire la lontananza o la vicinanza di due specie o di due individui nella stessa specie, i tempi di allontanamento tra i due patrimoni genetici, persino grosso modo il momento della biforcazione di una specie unica in due specie diverse. Purtroppo il calcolo di questi itinerari è reso immensamente complicato dal fatto che il patrimonio ereditario di ognuno di noi viventi è frutto della combinazione di due genomi diversi, quello paterno e quello materno, ognuno dei quali è portatore per la sua metà di un diverso pacchetto di mutazioni. L’intreccio di queste nel fenotipo del figlio è quindi molto complesso e perciò difficile (ma non impossibile) da ricostruire. Ma al contrario il DNA mitocondriale, come abbiamo visto, è trasmesso solo per via materna: lo ereditano i figli, maschi e femmine, ma verrà trasmesso ai successori solo dalle femmine. Consente così di stabilire con sicurezza una linea di discendenza matrilineare. Proprio questa caratteristica rende l’analisi mitocondriale uno strumento prezioso per stabilire l’“asse ereditario”, la storia genetica degli individui e delle popolazioni. Inoltre il tasso di accumulo delle mutazioni del DNA mitocondriale è da cinque a dieci volte più veloce di quello del DNA nucleare; insomma funziona come un (quasi) perfetto orologio molecolare che ci consente di stabilire con una certa precisione non solo l’appartenenza di un individuo a un determinato gruppo (cioè a quello che ha ereditato lo stesso tipo di mutazioni o che ne discosta di poco), ma anche i tempi della divaricazione dal ceppo originario dei diversi gruppi umani, e persino stabilire in tal modo i “percorsi” seguiti e risalire al ramo più antico, quello dal quale si sono dipartiti nella loro diaspora i singoli gruppi umani.

È l’impresa in cui si è lanciato anni fa per primo un geniale biologo e genetista dell’evoluzione dell’università americana di Berkeley, Allan Wilson, purtroppo scomparso ancora giovane nel 1991. Wilson, con i suoi collaboratori che oggi proseguono la sua opera, prese in esame lo stesso segmento di DNA mitocondriale di 147 individui provenienti dall’Asia, dall’Australia, dall’Europa, dalla Nuova Guinea e dall’Africa. Le diverse sequenze vennero confrontate tra loro e fu misurato il tasso di mutazioni che li differenziavano. A partire da questi dati (ossia l’accumulo differenziale di variazioni negli stessi siti genetici) Wilson calcolò i tempi di separazione dei diversi gruppi e su questa base stabilì una sorta di albero genealogico evolutivo che rappresenta non solo l’attuale distribuzione delle varianti di DNA mitocondriale, ma anche il momento in cui i gruppi si sono separati e anche quello da cui ha avuto inizio il processo di differenziazione dal ceppo originario, sulla base di un calcolo del tempo di mutazione dei nucleotidi pari al due o al quattro per cento per milione di anni. In base a questi calcoli Wilson e i suoi collaboratori poterono affermare che il ceppo di DNA mitocondriale presente in tutti gli uomini oggi viventi era apparso (o meglio, aveva cominciato a differenziarsi) da centoquaranta a duecentonovantamila anni or sono. E poiché il gruppo in cui oggi si è accumulato il più alto tasso di mutazioni è quello più antico (perché ha avuto più tempo per differenziarsi al proprio interno), il gruppo di Wilson poté stabilire che il ceppo originario era quello africano. In Africa, centocinquanta o duecentomila anni fa, è vissuto il capostipite, o meglio, “la” capostipite, dalla quale tutti noi abbiamo ricevuto i nostri attuali mitocondri. Si trattava probabilmente di appartenenti a un gruppo di Homo sapiens arcaici: “L’origine di Homo sapiens sapiens da Sapiens arcaici dovrebbe essere un evento molto ‘speciale’ di speciazione, avvenuto in una popolazione molto piccola e isolata”, scriveva il 2 ottobre 1987 su Science Roger Lewin. In questo caso l’Eva mitocondriale sarebbe stata anche la prima donna moderna e la data di duecentomila anni segnerebbe l’origine di Homo sapiens sapiens”.

Naturalmente non tutto il mondo della ricerca accettò (e accetta) questa lettura della nostra origine, anche se le prove che si stanno accumulando sembrano continuamente confermarla e aggiornarla. Molti paleoantropologi (cioè quegli studiosi che ricostruiscono la storia della nostra specie attraverso i resti fossili) ritengono per esempio che le datazioni dei loro reperti non concordino con le date proposte dai genetisti, e si sentono più vicini a coloro che sostengono una genesi “a candelabro” dell’uomo moderno, una specie di mosaico formato da “pezzi” maturati in diverse parti del mondo allora occupato dagli antenati comuni, in seguito a scambi genetici tra i diversi Sapiens arcaici, a loro volta filiazioni dirette del predecessore comune, Homo erectus. Recentemente a sostegno di questa ipotesi è stato portato un teschio di Sapiens arcaico ma con forti caratteri moderni, trovato tempo fa in una cava di Jinniushan, in Cina, che alcuni studiosi dell’Università di Pechino avrebbero “ridatato” ad almeno duecentomila anni or sono.

Ma l’ipotesi della “continuità multiregionale” dell’evoluzione umana è contestata con forti argomenti biologici dalla maggior parte dei genetisti: “Alcuni antropologi negano vigorosamente – afferma Luca Cavalli Sforza, uno dei massimi genetisti europei e professore della Stanford University, in una relazione a un seminario dedicato a Comparative Studies in Human Evolution – “l’origine africana degli uomini moderni e appoggiano la vecchia idea di Wedenreich e Coon di una trasformazione da Erectus a Sapiens e quindi in uomo moderno avvenuta parallelamente in Africa, Europa e Asia. Oggi hanno accettato implicitamente che l’idea originaria di una evoluzione autenticamente indipendente, parallela (fortemente sostenuta da Coon), non funziona e cercano di mantenere in vita questa idea, sulla base dell’assunzione che una forte rete di scambi genetici avrebbe assicurato questa trasformazione parallela. Una difficoltà cui va incontro questa ipotesi è che in generale molte nuove specie si formano in un posto specifico e quindi si diffondono a partire da lì. L’ipotesi alternativa (definita immaginosamente da Howells “dell’Arca di Noè”) asserisce invece che gli uomini moderni si sono diffusi partendo da un solo posto di origine, che si pensa sia l’Africa”.

Improbabile, quindi, l’idea che noi uomini moderni siamo il prodotto di un “patchwork”, di una serie di incroci tra le sottospecie in cui si era suddivisa nel corso della sua diaspora l’umanità. E lo confermano i mitocondri, che ci raccontano: in un contesto geografico africano molto speciale, probabilmente in particolari circostanze ambientali e di isolamento, un piccolo gruppo di esseri umani ha cominciato a trasformarsi dando luogo a un processo di speciazione da cui sono sbucati i nostri diretti antenati. Un “collo di bottiglia” evolutivo all’origine di tutta la nostra vicenda e destinato a segnarci irrevocabilmente; nelle femmine di quel gruppo, probabilmente molto ristretto, era maturo il tipo di mitocondri di cui oggi siamo provvisti tutti. Anzi, sostengono i genetisti, probabilmente i processi selettivi hanno premiato alla fine una sola di esse, quella che giornalisticamente è stata soprannominata “Eva nera”, portatrice del mitocondrio “capostipite”, la madre di noi tutti. O meglio – come ammoniva Cavalli Sforza – più che di una Eva nera bisognerebbe parlare di una “madre fortunata”: delle donne di quel lontano gruppo in cui era maturato il “mitocondrio capostipite”, solo una nel volgere delle generazioni ha continuato ad avere discendenti femmine, fino alle nostre generazioni, e quindi a trasmettere nei millenni il suo patrimonio.

Da allora sono trascorse almeno seimila generazioni, l’albero si è intricato, milioni di eventi sia biologici che culturali si sono accumulati, ma il piccolo mitocondrio ci ha guidati in questo viaggio per farci trovare il seme della nostra origine e convincerci della sostanziale unità dei membri della specie a cui apparteniamo.

Franco Prattico, La tribù di Caino. L’irresistibile ascesa di Homo sapiens, Raffaello Cortina Editore, Milano 1995.

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