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Alessandro Verri: Londra

Alessandro Verri: Londra

Fratello del più celebre Pietro, fondatore del periodico illuminista 'Il Caffè', Alessandro Verri nel 1766 accompagnò Cesare Beccaria a Parigi, dove il celebre autore del trattato Dei delitti e delle pene era stato invitato dagli enciclopedisti francesi sull'onda del successo che la sua opera aveva riscosso anche oltralpe. Da Parigi Alessandro Verri prese le mosse per un lungo viaggio - prima a Londra, poi in Italia fino a Roma dove si sarebbe stabilito - che lo avrebbe definitivamente allontanato da Milano e dal fratello, con il quale tuttavia mantenne un lunghissimo dialogo epistolare che è considerato tra le più importanti testimonianze documentarie del Settecento. Questa lettera risale al 15 gennaio 1767: Verri è a Londra e assiste all'impiccagione di quattro malfattori commentando che lo spettacolo ai cittadini londinesi 'non aspira l'orrore come da noi'. La sua descrizione dell'evento e della folla che vi assiste si rivela una cronaca di costume arguta e brillante sulla società anglosassone.

Mi è riuscita assai nuova per un Milanese la morte del Mantegazza. Vorrei che tal coraggio non fosse proprio che della innocenza oppressa. Io, a tal proposito, materia per materia, vi darò la relazione del modo di farsi appiccare alla Inglese. Ieri mattina se ne sono eseguiti quattro; vi volli esser presente perché è un modo di morire tutto nuovo. Non mi sento il menomo rimorso di ciò: questo spettacolo qui non aspira l'orrore come da noi. Ho avuto qualche momento di fremito ma poi, senza che si offenda l'umanità ed essendo sensibile, non si soffre moltissimo a tal fonzione. Vedrete l'apologia del mio cuore nella breve seguente narrazione che vi faccio. I Rei erano dunque quattro: due falsari di lettere di cambio, due ladri di strada. I due falsari, uno Avvocato, l'altro Capitano d'Infanteria. I ladri erano un marinaio ed un villano. Tutta Londra è in gran moto per tal fonzione, della quale sono curiosi gl'Inglesi anco più di noi. Vi sono de' gran palchi di legno dall'una e l'altra parte del patibolo, per montare su i quali si paga un tanto. Sono sempre pienissimi. Adunque m'incaminai verso il sito della esecuzione, che è appena fuori di Londra, e per la strada correvano sempre palle di neve che il popolo si divertiva di scagliare alle carrozze ed a' pedestri incessantemente. Questa si chiama libertà. Io non ne ho avuta nessuna per gran miracolo, perché il mio compagno Molini ed il mio servitore n'ebbero tre o quattro nella testa. Le carrozze che passavano alzavano gli scuri di legno che qui si usano per difendere gli specchi; i cocchieri ed i servitori stavano fresco, ed alcuni del popolo montavano senz'altre cerimonie dietro le carrozze per farsi condurre più comodamente. Altri tiravano palle di neve dai tetti ed in somma era una continua batteria per un gran tratto di strada che conduce al patibolo. Io era vestito affatto alla Inglese, che se avessi avuta la minima aria francese m'avrebbero servito di cuore. Mi guardavo dal parlare per la stessa ragione. Questa non era già una ribellione o un perturbamento della pubblica tranquillità: questa era una allegria ed una festa, e tanto rideva chi tirava come chi riceveva. Arrivato con questa pompa decorosamente al sito, montai sulla galleria. Tardarono una gran mezz'ora a comparire i Rei, e questa fu riempiuta di palle ancor di neve da tutte le parti. Venti o trenta facchini o marinai si divertivano così del pubblico ed era una delizia perché nissuna, in tanta moltitudine, andava in fallo.

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Fra gli altri, fu preso di mira un certo francese, ciarlatano famoso da tutti conosciuto, chiamato Comus, e gli fecero una guerra caldissima. Era su un palco e soffrì un assalto di palle infinite. La cosa andò a segno che fu scagliato anche un bastone. Allora le guardie, che stanno intorno al patibolo e che altro non sono che Borghesi i quali per torno fanno lo sbirro, non d'altro armati se non che di un grosso bastone, andarono qua e là per far finire questa faccenda e trovar quello del bastone. Ma in vano. Esse tornarono al loro sito: e la guerra di neve seguitò con riso ed applauso universale. In torno il patibolo non v'è altro riparo che questi sbirri del bastone, laonde, quando la folla ristringe troppo lo spazio per l'esecuzione, essi danno delle bastonate sul capo della gente, le quali le ricevono e fanno largo. Si vedono tal volta tutti questi bastoni a menar giù sulle teste disperatamente. Eppure l'impertinentissimo Inglese lascia fare: e non si rivolta contro un uomo così male armato perché teme le leggi, le quali non proibiscono di tirar palle di neve, ma bensì di rivoltarsi contro di un sbirro. Il timor delle leggi è grandissimo, e presiede alla conservazione di esse piuttosto la opinione della loro giustizia che la forza. Finalmente comparvero i Rei. Il Capitano era, secondo l'uso, su di una carretta di quelle che conducono le vettovaglie in Londra comunemente, i due ladri erano su un'altra carretta. Esse entrambe avevano il di dentro ricoperto d'un panno nero. L'Avvocato era in una carrozza tutta a lutto. Questa è una grazia che non è stata accordata da 15 anni in qua. Cominciò adunque la carretta del Capitano, tirata al solito da un sol cavallo, a venire sotto il patibolo, a segno di mettervi precisamente sotto il paziente. Egli era legato pochissimo, con una leggier fune sotto le spalle; era in mezzo di un amico e di un predicante e, comeché egli era Irlandese cattolico, si crede che l'amico fosse un Prete. Quando fu vicino al patibolo si voltò indietro (perché sono posti nella carretta colle spalle rivolte al cavallo) e guardò intrepidamente e freddamente il patibolo istesso, poi l'uditorio. Poi si alzò, quando fu sotto, e vidi un bel giovine, di un'aria nobile e vestito molto decentemente; aveva il cappello in capo abbassato per davanti, aveva nelle mani un fazzoletto con cui si ricopriva la bocca dal freddo. Ne' suoi moti, nel suo gesto, nel suo contegno era freddissimo, come dovesse prendere una tazza di caffè. Quando fu in piedi, il Carnefice, ch'era venuto sulla carretta con Lui, gli si accostò: ed egli mise egli stesso a terra il suo cappello, tirò i guanti, levò il colletto come se dovesse fare una delle solite faccende, poi aiutò il carnefice ad applicargli il capestro, come si aiuta il servitore a porci il colletto: e tutto ciò fu fatto sempre disinvoltamente parlando col Carnefice, coll'amico e col Predicante. Quando egli fu così accomodato, l'altra carretta ov'erano i due ladri si accostò a quella che già era sotto il patibolo ed in essa vennero. Anch'eglino si levarono da sé ed uno de' due, appena alzato, slacciò i calzoni e pisciò su un lato della carretta, come quando si de' fare qualche faccenda che importi lungo tempo. Dopo la sua pisciata osservò il popolo e scioccamente anche sorrise un poco. Questi due furono posti a sinistra del Capitano col laccio al collo nella forma suddetta. Quindi l'Avvocato, ricevuto l'avviso ch'era tempo, sbalzò di carrozza e fe' la riverenza e l'addio a' suoi amici che l'avevano accompagnato, poi si portò francamente al patibolo. Egli aveva in mano un libro aperto di preghiere, col quale smontò, e che seguitò sempre a leggere sino agli ultimi momenti. Fu anch'egli applicato come gli altri al capestro. Quando così tutti furono allacciati cominciarono i due Predicanti l'ora di preghiere che si fa prima della esecuzione, in questa positura. Mi faceva pietà questa lentezza: durarono anche più d'un'ora le preghiere, le prediche al popolo, ai Rei, ed avresti veduto quei quattro stare ben una grand'ora in piedi e cantare col capestro al collo i Salmi col predicante, e l'avvocato legger sempre il suo libro. In tanto di tempo in tempo non lasciava di correre qualche palla di neve ed una fra le altre colpì il predicante, nel mentre ch'era infervoratissimo, nella fronte. La palla passò vicinissima alla testa dell'avvocato. Ma questa fu una brutalità dissaprovata al momento da tutta la moltitudine. Nessuno rise e molti gridavano che si pigliasse chi l'avea gettata. Allora il Predicante fece una calda arringa contro chi lo avea colpito, dicendo che forse alla prima esecuzione quel tale sarebbe stato sulla carretta. Si smaniava e si accendeva grandemente. In tanto l'Avvocato seguitava la sua lettura, il Capitano stava tranquillo col suo fazzoletto alla bocca, gli altri due stavano attenti alla predica e pregavano. Di tempo in tempo l'Avvocato e 'l Capitano si dicevano qualche parola. Forse si facevano gli ultimi addii. Finalmente furono abbandonati da' Preti, che discesero dalla carretta. Allora il Carnefice pose sul volto di ciascuno una berretta, in modo che tutto lo ricopre. Il Capitano avea la berretta, ma non volle coprirsene il viso. Ben tirò fuori i suoi guanti e se gli pose, sempre tenendo il suo fazzoletto in mano. Gli altri davano segno di pregar Dio, ma questo Capitano fu sempre freddissimo. Il Carnefice diede adunque una piccola frustrata al cavallo, la carretta andò avanti piuttosto lentamente ed i quattro pazienti caddero e furono sospesi. Il Capitano, poiché erano forse tre o quattro secondi ch'era già appeso, si tirò dal volto ben fortemente la berretta, poi stese le mani, morì. L'avere il volto coperto ed il non essere martoriati dal Carnefice scema di molto l'orrore di questo spettacolo. Stanno appesi un'ora, a capo della quale i parenti e gli amici gli vanno a prendere. Il Capo della giustizia, il Gran Scheref, è presente a tutta la fonzione. Gli Amici dell'Avvocato erano pure a pochi passi, nella carrozza, e mandarono a chiamare il Carnefice per avere la relazion della morte. Dato che ha il segno il Scheref che si possa staccare, molti del più basso popolo arrampicano sul patibolo e tagliar le corde, perché rimangono a chi fa quest'uffizio. Si ripose l'Avvocato e 'l Capitano in una cassa e su di un carro ammantato a lutto furono portati via. Uno de' ladri nessuno lo prendeva: alcuni soldati lo presero sulle spalle e lo portarono a seppellire. Nel mentre che tutte queste cose si passavano, v'è chi vende dolci come ad una festa. Si contano casi singolarissimi della maniera di morire alla Inglese. Talvolta, avvanti di mettersi il capestro, fanno una circolare riverenza al popolo, come per congedo; talvolta fanno una predica; talvolta è accaduto che se il paziente è giovine le sue ... vengono in carrozza alla fonzione ed egli dalla carretta le saluta ed è risalutato cordialmente, e si danno così gli addii; accadde un'altra volta che ad uno cadesse il cappello e che il popolo tumultuasse vicino alla carretta per coglierlo: egli si pose a ridere, benché avesse il laccio al collo, di questo tumulto e, colle mani legate come aveva, prese anche la perrucca e la gittò abbasso seguitando a ridere. Non è già uno sforzo che facciano ad avere questa freschezza, ma è propriamente insensibilità, nata, a mio credere, parte dall'abuso della pena di morte, parte dalla natura istessa del clima, del governo e della religione, che fanno gl'Inglesi molto tranquilli in faccia della morte. Gli timori d'una vita avvenire non sono qui molto profondi.

Ma io ho quasi fatto un trattato, piuttosto che una lettera. Perdona se t'ho parlato lungamente d'un lugubre soggetto: ma ho creduto che ne dovessi avere distinto racconto, benché forse ti possa destare melanconia. Così ho voluto fare ancor io; è un costume de' più curiosi da conoscersi a Londra. Addio, amico caro. Saluta gli amici e ti abbraccio. Partirò verso la fine del corrente mese. A rivederci a Marzo.

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Verri, Alessandro; Pena di morte; Londra

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