|
Una triremi romana naviga per le acque del basso Adriatico, ormai in vista delle coste pugliesi. Al centro della tolda si erge bianca una tenda; sotto di essa un giaciglio ospita riverso un uomo sofferente. Ha attraversato una notte di febbre e delirio, scandito dal ritmo continuo e ossessionante delle onde. Con lui il peso di un'opera, parole che resteranno anche dopo aver oltrepassato l'ultima soglia. Così, in uno dei romanzi più complessi del Novecento, La morte di Virgilio (1945), Hermann Broch racconta le ultime ore di vita del grande poeta latino e il suo affannoso chiedersi, in un lungo monologo sinfonico, il senso dell'arte, della parola, del potere, della morte.
 |
Oppresso dal mal di mare, che minacciando costantemente di insorgere lo teneva in continua tensione, per tutto il giorno non aveva osato muoversi, per quanto ora, anche se legato al giaciglio che gli avevano eretto in mezzo alla nave, egli avvertisse se stesso o più precisamente il suo corpo e la vita del suo corpo che già da molti anni a stento riusciva a riconoscere come sua propria, come una sola cieca ricerca e un solo assaporar la memoria di quel sollievo che, improvvisamente, come in un fiotto, gli aveva percorso le membra, allorché la nave aveva raggiunto il tratto di mare più calmo vicino alla costa; e questa fluente, quieta ed acquietante stanchezza lo avrebbe forse colmato di una felicità addirittura perfetta se, nonostante l'aria salubre e corroborante del mare, non fosse ritornato il tormento della tosse, lo spossamento della febbre d'ogni sera, l'affanno di ogni sera. Così giaceva, lui, il poeta dell'Eneide, lui, Publio Virgilio Marone, giaceva con diminuita coscienza, quasi umiliato per la sua impotenza, quasi esasperato per il suo destino, fissando la ricurva, perlacea conchiglia del cielo: ma perché aveva ceduto alle pressioni di Augusto? Perché aveva lasciato Atene? svanita era ormai la speranza e il sacro e ridente cielo di Omero potesse, propizio, favorire il compimento dell'Eneide, svanita ogni speranza di quella vita immensamente nuova che sarebbe dovuta seguire, una vita distaccata dall'arte, libera dalla poesia, rivolta al pensiero e alla scienza nella città di Platone, svanita la speranza di poter mai riporre il piede sulla terra di Ionia, svanita, ahimè, svanita la speranza di poter essere partecipe del miracolo della conoscenza, di poter risanare nella conoscenza. Perché vi aveva rinunciato? Di sua volontà? No! era stato come un comando delle ineluttabili forze della vita, delle ineluttabili forze del destino, che mai compiutamente dileguano. [...]
 |
|
Altre risorse |
|
 |
|
|
|
|
[...] la pace senza guerra, il viso umano nella pace si scorse nell'immagine del fanciullo in braccio alla madre, unito con lei nel mesto sorriso dell'amore. Questo egli vide, vide il fanciullo, vide la madre, ed essi gli erano così noti che quasi avrebbe potuto chiamarli senza trovare i loro nomi; tuttavia, ancor più familiare del volto e dell'irreperibile nome era il sorriso che legava il fanciullo alla madre, e pareva che in questo sorriso fosse già contenuto l'intero significato dell'infinito accadere, che la legge significante fosse annunciata in questo sorriso, la dolce e insieme terribile magnificenza dell'umano destino, generato dalla parola e già in questa generazione significato della parola, consolazione della parola, grazia della parola, intercessione della parola, virtù redentrice della parola, forza di legge della parola, rinascita della parola, ancora una volta espressa ed esprimibile nelle insufficienti – eppure le sole sufficienti – immagini terrestri dell'umano operare e mutare, in esse annunciato e custodito e ripetuto per sempre. In amorosa conoscenza la parola accolse in sé la nostalgia del cuore e la nostalgia del pensiero in una grande comunione, divenne essa stessa in forza della sua necessità la non vanità, accogliendo la nostalgia dell'ospite, sì che divenisse figlio e si compisse la sua missione. Così attratti dal richiamo della parola i ruscelli e i fiumi cominciarono a scorrere, con soave brusio la risacca batteva la riva, i mari fluttuavano con onde azzurrigne e leggere, mossi dai fuochi più bassi del sud, e tutto improvvisamente gli apparve in una sola, profonda contemporaneità perché volgendosi indietro a guardare l'infinito che aveva lasciato dietro di sé, vide attraverso di esso nell'infinito del presente, sicché guardava e ascoltava indietro ed avanti nel medesimo tempo, e il brusio del passato, sprofondando nell'invisibilità dell'oblio, risalì al presente, si fece fluente contemporaneità, nella quale riposa l'eterno, l'archetipo di tutte le immagini. Allora fu percorso da un brivido, e grande era questo brivido, quasi benigno nelle sue definitività, perché l'anello del tempo si era concluso, e la fine era l'inizio. Caduta era l'immagine, cadute le immagini, solo il fremito continuava, il brusio che, invisibile, le custodiva. Fluida fonte del centro invisibile e luminosa nell'immensa paura della consapevolezza: il nulla colmò il vuoto e diventò il tutto.
Il brusio continuava, risonando dalla mescolanza della luce con l'oscurità, scosse entrambe dal suono incipiente, perché soltanto ora quel suono ebbe inizio e la musica era più che canto, più che tocco, più che nota, più che voce perché era tutto questo ad un tempo e prorompeva dal nulla e dal tutto come intesa più alta di ogni intendimento, come significato, più alto di ogni comprensione, come la pura parola che era, sublime, al di là di ogni comunicazione e di ogni significato, definitiva e incipiente, possente ed imperiosa, terrificante e consolatrice, soave e tonante, la parola della distinzione, la parola del giuramento, la pura parola che lo investì fragorosa, sempre più piena, sempre più forte, tanto che nulla più poté resisterle e l'universo svanì dinanzi alla parola, si dissolse e si vanificò nella parola, e tuttavia era ancor contenuto nella parola, custodito in essa, annientato, e creato ancora una volta e per sempre, perché nulla era andato perduto, perché la fine si univa col principio, rigenerato, rigenerante; la parola si librava al di sopra del tutto, si librava al di sopra del nulla, al di là dell'esprimibile e dell'inesprimibile: ed egli, travolto e al tempo stesso avvolto dal fragore della parola, si librava con lei; tuttavia, quanto più quel fragore lo avvolgeva, quanto più egli penetrava nel suono fluttuante che lo penetrava, tanto più irraggiungibile e tanto più grande, tanto più grave e tanto più evanescente si fece la parola, un mare sospeso, un fuoco sospeso, con la pesantezza del mare, con la leggerezza del mare, e tuttavia sempre parola: egli non poteva ricordarla, non doveva ricordarla; essa era per lui incomprensibilmente ineffabile, perché era al di là del linguaggio.
 |
Hermann Broch, La morte di Virgilio, traduzione di A. Ciacchi, Feltrinelli, Milano 1963.
Compare in
Broch, Hermann; Virgilio Marone, Publio; Letteratura austriaca
|