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In Africa sono considerati eroi. Mentre nel mondo occidentale sono idolatrate le star della televisione, del cinema e della musica, in Africa, dove molte persone la televisione non possono nemmeno permettersela, sono corridori e maratoneti come Haile Gebrselassie, Moses Kiptanui, Willie Mtolo, Henry Rono, Wilson Kipketer e Fatuma Roba che esaltano l'animo della gente.
Fotografie di corridori africani ritratti mentre gareggiano in competizioni internazionali, i ricchissimi meeting di atletica leggera di Oslo, di Zurigo, di Montecarlo o le affollatissime maratone di New York, di Boston, di Tokyo, di Rio e di Milano, sono appese, come quadri di valore, negli studi dei professionisti, nei salotti e persino nelle scuole. Questi atleti, oltre a essere osannati come eroi popolari, sono realmente considerati un patrimonio nazionale, protetti fisicamente da guardie del corpo fornite dal governo e assistiti finanziariamente da manager.
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Tutto iniziò nel 1960, quando un africano nero, l'etiope Abebe Bikila, conquistò per la prima volta la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Roma. Bikila vinse la maratona attraversando Roma esattamente come aveva corso da villaggio a villaggio in Africa, da giovane: a piedi nudi. Quattro anni dopo a Tokyo, con le scarpe, vinse il suo secondo oro olimpico nella maratona con il più ampio distacco mai registrato nella storia della disciplina. Anche se stretto nella morsa di una devastante siccità e di una povertà disperata, il popolo etiope festeggiò le vittorie di Bikila accogliendolo come un eroe. Immediatamente la corsa sulla lunga distanza, attività che tutti gli etiopi praticano abitualmente da sempre, divenne una fonte di orgoglio nazionale. La corsa di fondo divenne una significativa metafora per esprimere la lotta sostenuta dall'Etiopia e da tutto il continente africano per il riconoscimento di una propria dignità internazionale.
Correre rappresenta tuttora per i giovanissimi africani l'opportunità, anche se minima, di sfuggire a una magra esistenza per inseguire il sogno del successo sportivo. 'Bikila ha cambiato tutto: ha aperto le porte a tutta l'Etiopia' ha commentato il giornalista etiope Tamrat Bekele su Runner's World. 'Se non ci fosse stato Bikila non avremmo mai avuto Haile'.
Haile Gebrselassie è nato nel 1973, lo stesso anno della morte di Bikila, in una fattoria a circa 3000 metri sul livello del mare, nel villaggio di Asela. Haile e i suoi quattro fratelli e cinque sorelle andavano di corsa pressoché ovunque: per andare a scuola c'erano 19 chilometri di percorso in collina, e per andare a prendere l'acqua dovevano percorrere 13 chilometri. Ma anziché diventare una fatica, per Gebrselassie correre diventò una sfida. Nel 1980 gli capitò di ascoltare per radio la cronaca della vittoria, alle Olimpiadi di Mosca, del suo compatriota Miruts Yifter, medaglia d'oro nei 5000 e nei 10.000 metri. Da allora correre per Haile divenne un'irrefrenabile, ossessionante passione. 'Agli altri ragazzi della scuola piaceva giocare a calcio e avrebbero voluto che ci giocassi anch'io' disse in un'intervista a Runner's World nel 1996. 'Ma a me interessava solo correre'. Suo padre, come gli altri anziani del villaggio, sulle prime era un po' scettico. 'Non mi piaceva che corresse così tanto. Non riuscivo a capire a cosa servisse. Adesso invece sono davvero felice, e ho capito che la corsa di Haile è un dono di Dio'.
Gebrselassie corse una prestigiosa maratona dedicata al suo eroe, a Bikila, quando aveva solo 16 anni. Nel 1995 vinse due campionati del mondo sui 10.000 metri e diventò il primo atleta da 15 anni a detenere il primato mondiale sia nei 10.000 sia nei 5000 metri. Con queste straordinarie affermazioni sportive Gebrselassie si è conquistato il soprannome di Neftenga, che significa 'il Boss'. Come a Bikila, anche a lui capita di correre senza scarpe, per sentirsi più leggero.
Le Olimpiadi di Atlanta costituirono un grande palcoscenico internazionale per i corridori africani degli altipiani. Gebrselassie, vincitore dell'oro nei 10.000 metri non fu l'unico dei corridori africani che tornò in patria con delle medaglie olimpiche: i kenyoti Keter e Kiptanui arrivarono primi nella gara dei 3000 siepi; l'etiope Fatuma Roba fu la prima donna africana a vincere la maratona, conquistando la medaglia con il più ampio distacco della storia delle Olimpiadi; e infine il Burundi festeggiò un memorabile debutto sulla scena dei Giochi, celebrando la vittoria di Venuste Niyongabo nei 5000 metri la prima volta che il paese partecipava alle Olimpiadi. L'Etiopia e il Kenya sono forse tra i paesi africani che hanno il maggior numero di grandi corridori; molti villaggi e famiglie, infatti, vantano la presenza di fuoriclasse. I grandi fondisti kenyoti, da Kiptanui a Keino, da Sang a Komen, da Tergat a Kirui, provengono dalla stessa tribù (famosissima per aver dato grandi campioni, quella dei Nandi, appartenente al ceppo etnico nilotico), e talvolta sono anche parenti. Fatuma Roba viene dallo stesso villaggio di Derartu Tulu, un'atleta che gareggiava sui 10.000 metri e che nel 1992 fu la prima donna nera dell'Africa a vincere un oro olimpico.
I corridori kenyoti hanno avuto un ruolo particolarmente importante, perché da quel paese venivano gli otto siepisti più forti del 1995, i cinque migliori corridori nella maratona di Boston del 1996 e tutti i campioni del mondo di corsa campestre dal 1986 al 1996. Come la Finlandia negli anni Venti, la Svezia negli anni Quaranta e l'Inghilterra del periodo a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta, il Kenya è riuscito a fondare una dinastia di campioni della lunga distanza. Tra coloro che si distinsero particolarmente ci sono Kip Keino, vincitore dell'oro olimpico nei 1500 metri nel 1968 e dei 3000 siepi nel 1972, e Amos Biwott, che nel 1968 vinse per primo i 3000 siepi senza mai bagnarsi i piedi nel superare le riviere d'acqua.
Anche il Sudafrica si appresta a seguire le orme di Kenya ed Etiopia. A lungo bandito dalle competizioni internazionali a causa della sua politica di segregazione razziale, il Sudafrica ha fatto ritorno sulla scena sportiva mondiale alle Olimpiadi di Barcellona, nel 1992, quando Jan Tau si piazzò al 25° posto nella maratona. Quello stesso autunno David Tsebe vinse la maratona di Berlino, e Willie Mtolo quella di New York. Come l'etiope Gebrselassie, anche Mtolo è più di un semplice corridore: è un induna, un saggio a cui gli abitanti dei villaggi di tutto il paese si rivolgono per avere consiglio. Fu uno dei due atleti invitati ai festeggiamenti per Nelson Mandela quando questi divenne presidente del Sudafrica. Tra le molte attività di beneficienza, Mtolo creò delle società sportive per i giovani del suo paese e organizzò la corsa amatoriale 'Zero to Hero' (da zero a eroe), una corsa birazziale che si proponeva di incoraggiare la riconciliazione tra bianchi e neri.
Prima di poter partecipare alle competizioni internazionali, Mtolo dovette chiedere al suo villaggio il permesso di lasciare il paese. Poche persone che vivevano nella zona rurale del paese, compreso il padre di Mtolo, erano in grado di capire il concetto di viaggio in aereo, e solo dopo che l'atleta ebbe spiegato loro che per correre fino alla località europea in cui si sarebbe tenuta la gara ci avrebbe impiegato un anno, gli diedero il permesso di salire sull'aereo. Il premio in denaro che ricevette vincendo la maratona gli consentì di pagare la lobola, la dote alla famiglia di sua moglie: 12 mucche, per un valore di 8000 dollari.
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Gebrselassie, Haile; Atletica leggera
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