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Celli: Formiche e droga

Formiche e droga

Fin dall'antichità le formiche hanno costituito un termine di paragone per la loro previdenza. Su tutti gli apologhi, spicca la celebre favola di La Fontaine, in cui la laboriosa formica assurge a modello etico di parsimonia e dedizione al lavoro, di contro alla cicala, oziosa e spendacciona, che paga con la vita il debito della spensieratezza. Tuttavia, secondo l'etologo Giorgio Celli, questa è solo una parte di verità. Le analogie tra il macrocosmo umano e il variegato microcosmo delle formiche non investono solo l'ambito della virtù: al contrario, uno sguardo più scaltro può cogliere nel formicaio i segni del vizio e del degrado, svelando i contorni di un inquietante traffico di stupefacenti.

'Impara dalla formica!' ci ammonisce il re Salomone, nella Bibbia, invitando ogni uomo a farsi specchio di questo insetto prodigioso. Salomone, non dimentichiamolo, aveva ben poche notizie per alimentare il suo entusiasmo di regale mirmecologo; sapeva solo che la formica tesaurizza i semi raccolti, che possiede degli ampi granai sotterranei, vero emblema zoologico della previdenza, e del risparmio. Che cosa avrebbe detto, allora, per osannarla, se avesse saputo che questo minuscolo popolo ha inventato, prima di noi, l'agricoltura e la pastorizia? Che alleva i funghi, e che si dedica alla 'mungitura' dei pidocchi delle piante? È pur vero che l'etologia della formica, come ci è nota oggi, non fa solo di questo insetto uno specchio possibile delle nostre virtù, ma l'altra faccia animale dei nostri crimini, e dei nostri vizi. Per esempio, lo sapevate che la formica è una guerrafondaia? Scrive, infatti, Julian Huxley che 'esistono solo due specie di animali che fanno abitualmente la guerra: l'uomo e la formica'. Una guerra determinata, e la cosa è davvero pedagogica, da ben precisi fini economici: l'esproprio violento effettuato da un formicaio delle risorse accumulate da un altro formicaio. E sono proprio le formiche cosiddette mietitrici, che hanno i granai più estesi, a praticare queste selvagge razzie, come se l'istinto, si fa per dire, della proprietà e quello della guerra facessero parte della medesima costellazione di comportamenti. Al pari delle nostre, le guerre delle formiche culminano in scontri, e stragi senza quartiere, e durano talora diverso tempo: delle Verdun in miniatura!

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McCook, celebre mirmecologo americano, ci ha tramandato la cronaca di una di queste 'campagne', osservata in Penn Square, al centro della città di Filadelfia; apprendiamo così che il confronto tra i due eserciti si protrasse per circa tre settimane. Alla fine, le riserve granarie del formicaio vinto vennero espropriate – seme per seme –, premio in natura per i 'signori della guerra'.

Ma la cosa forse più strabiliante in questo bestiario dei nostri vizi e delle nostre virtù che sto elaborando, e in cui ho posto al vertice le formiche, è che questi insetti si drogano. Di che cosa si tratta? Cominciamo subito col ricordare che il formicaio, questa piccola Sparta abitata da un popolo guerriero e rurale, ospita una moltitudine di commensali, e di parassiti, che vivono 'a sbafo', sfruttando l'incuria, oppure, ancor meglio, le 'debolezze' delle formiche. In questa folla da torre di Babele di 'portoghesi', ben decisi a 'non pagare il dazio', le creature più infami, e pericolose, sono dei minuscoli coleotteri, le lomechuse, grotteschi saltimbanchi spacciatori di liquori nefasti. Le lomechuse abitano il formicaio in virtù di una loro certa somiglianza con le loro ospiti, enfatizzata da un comportamento intenzionale, da mimi attivi, nel senso che esse recitano la 'parte' di una formica. Conoscono, tra l'altro, poliglotte gestuali, il linguaggio delle antenne, dei movimenti stereotipati mediante i quali le formiche si scambiano delle informazioni, o in senso lato 'parlano'. Ecco, una lomechusa incontra una formica: comincia subito a toccarla con le antenne, formulando una domanda di cibo. Il travestimento, e il messaggio gesticolatorio, funzionano benissimo, perché l'interpellata passa subito alla postulante un po' di sostanza alimentare, nel modo d'uso, e cioè 'bocca a bocca'.

Ma l'incontro non termina qui, e hanno inizio i guai. La formica si mette, a sua volta, a ispezionare il corpo della lomechusa finché non trova dei ciuffi di peli, sul suo addome; questi tricomi gemono un liquido, che essa, senza frapporre indugi, lecca avidamente. La connection è avvenuta, la spacciatrice ha consegnato la sua droga. Le conseguenze di questo incontro, moltiplicato per cento e cento volte, consistono nell'avvento di una tossicomania di massa, che si estende a tutta la metropoli sotterranea, determinandone il declino.

Infatti, le formiche drogate subiscono delle vistose modificazioni di comportamento. Perdono, a poco a poco, il 'senso del dovere' e cessano di occuparsi dei servizi sociali del formicaio per dedicarsi alla ricerca delle lomechuse, e del loro liquore inebriante. I biechi avvelenatori, dal canto loro, depongono le loro larve nella covata delle formiche, che le nutrono scambiandole per le proprie. Ma le ingrate, certe dell'impunità, si danno ad azioni criminose, mangiano a quattro palmenti le larve dell'insetto ospite, fino a compiere delle gigantesche scorpacciate. D'altra parte le formiche addette alla covata sono già delle tossicodipendenti: non pensano ad altro che all'oscura alchimia che le divora, preferendo, infine, le larve delle spacciatrici alle proprie che, denutrite, muoiono o diventano degli adulti piccoli, e deformi. Anche l'allevamento delle giovani regine viene abbandonato dagli insetti drogati, e, al posto di riproduttrici normali, compaiono delle creature grottesche, e gibbose, incapaci di deporre uova, e destinate a morte precoce, note come pseudogine. La lomechusomania trasforma il formicaio nel paese dei lotofagi. Scrive Raignier: 'Un giorno trovammo una colonia di Formica sanguinea composta completamente di pseudogine. Al primo colpo d'occhio si rimaneva meravigliati dall'indolenza evidente che presentavano questi insetti: tutti i movimenti erano lenti, mentre le F. sanguinea, normalmente così bellicose e con un temperamento agitato, sembravano semiaddormentate.' Questa indolenza, questo torpore, questa caduta del desiderio di vivere ci sono tristemente familiari.

Forel, all'inizio del secolo, aveva paragonato il fenomeno al flagello dell'alcoolismo, che ai suoi tempi costituiva una delle più gravi sfide sociali. Oggi, la prospettiva appare mutata. Il termine più immediato di paragone non è più il vino, è, se mai, l'eroina. Queste formiche che scordano i loro compiti biologici primari, iscritti dall'evoluzione nei loro geni attraverso i millenni, e che cadono in una stupefazione beota, ci ricordano, dolorosa analogia, i 'giovani dalle grandi pupille', che siedono come in catalessi in qualche angolo un po' buio delle nostre piazze.

Giorgio Celli, Ecologi e scimmie di Dio, Feltrinelli, Milano 1985.

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