| Casa di bambola | Articolo | ||||
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| 3. | Una “tragedia dei nostri tempi” |
Casa di bambola è l’esempio perfetto di ciò che è stato da più critici definito il “femminismo” di Ibsen, che qui, come in altre opere, ad esempio La donna del mare, mette in scena la dicotomia tra la coscienza maschile e la coscienza femminile, del tutto diversa, e il dramma della donna, sempre giudicata in base al codice di comportamento stabilito dall’uomo. Nora è considerata da Torvald una creatura inferiore, una bambola da accudire, bisognosa delle cure prima del padre, poi del marito, oppure solo una moglie e una madre, non una persona con una propria dignità e una propria capacità di pensiero. Avrà però la forza di affermare la propria dignità di persona e di andarsene, abbandonando marito e figli e rompendo le convenzioni sociali.
Per il tema trattato (la falsità del matrimonio borghese, apparentemente perfetto, ma nel quale marito e moglie sono profondamente estranei l’uno all’altra), ma soprattutto per la scelta di un finale tanto poco convenzionale, Casa di bambola suscitò grande scandalo tra i contemporanei. Quando il dramma venne messo in scena in Germania, ad esempio, il regista chiese (e ottenne) che Ibsen scrivesse un altro finale, una sorta di “lieto fine” con Nora che ripensa al gesto che sta per compiere e decide di rimanere accanto al marito e ai figli.