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Abbas, Mahmud

Abbas, Mahmud (Safad 1935), uomo politico palestinese. Nato in un villaggio della Galilea durante l’amministrazione fiduciaria britannica della Palestina, fu costretto con la famiglia a rifugiarsi in Siria in seguito alla proclamazione dello stato di Israele e allo scoppio della prima guerra arabo-israeliana (1948). Compì studi giuridici in Siria e in Egitto, completando la sua formazione a Mosca. Esiliato in Qatar, alla fine degli anni Cinquanta aderì all’organizzazione Al Fatah fondata da Yasser Arafat, diventandone, con il nome di Abu Mazen, membro del Comitato centrale nel 1964. Al fianco di Arafat in Giordania nei tragici avvenimenti del “Settembre Nero” (1970), in Libano durante la guerra civile e in Tunisia dopo l’espulsione seguita all’offensiva israeliana “Pace in Galilea” (1982), fu uno dei principali sostenitori della svolta politica che portò l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), di cui fu responsabile delle relazioni internazionali dal 1980, ad avviare negoziati con Israele (vedi Questione palestinese).

Abu Mazen ebbe contatti con esponenti della sinistra e dei movimenti pacifisti israeliani già dagli anni Settanta. Scettico nei confronti della prima intifada (1987), nel 1988 fu chiamato nel Comitato esecutivo dell’OLP al posto di Abu Jihad, ucciso a Tunisi da un commando israeliano, diventando in seguito uno dei protagonisti dei negoziati che portarono nel settembre 1993 alla firma degli “accordi di Oslo” tra Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin. Rientrato in Palestina nel 1995, l’anno successivo venne eletto nel Parlamento palestinese e fu chiamato a ricoprire l’incarico di segretario generale del Comitato esecutivo dell’OLP, diventando così il numero due dell’Autorità nazionale palestinese (ANP) dopo Arafat.

Nonostante la crisi del processo di pace, nel 2000 contrastò lo scoppio della seconda intifada e la seguente militarizzazione della protesta, sostenendo la necessità di proseguire con mezzi pacifici la lotta per l’affermazione della causa nazionale palestinese. Questa sua posizione lo portò diverse volte a scontrarsi con i settori più radicali della resistenza palestinese e con lo stesso Arafat, tenuto sotto assedio dal dicembre 2001 nel quartier generale della Muqaata di Ramallah dall’esercito israeliano. Sostenitore di una profonda riforma delle istituzioni dell’ANP, nel marzo 2003 fu nominato primo ministro, un ruolo creato al fine di rilanciare il processo di pace con la cosiddetta “Road Map” proposta dal quartetto di mediatori costituito da ONU, Unione Europea, Stati Uniti e Russia. In giugno incontrò il primo ministro israeliano Ariel Sharon in Giordania, senza tuttavia ottenere la ripresa dei negoziati. In settembre, i dissensi con Arafat (soprattutto sul controllo delle forze di sicurezza, che questi aveva conservato per sé) lo indussero a rassegnare le dimissioni.

In seguito alla morte di Arafat (novembre 2004) Abu Mazen fu eletto (anche per le pressioni delle diplomazie occidentali) alla presidenza dell’ANP. Nel nuovo quadro creato in medio Oriente dall’offensiva anglo-americana contro l’Iraq, poté tuttavia giocare solo un ruolo marginale. Egli non riuscì infatti a ottenere una ripresa dei negoziati con la leadership israeliana, decisa a imporre un piano unilaterale di divisione della Palestina. Inefficaci furono anche i suoi tentativi di riformare l’ANP e di contrastare la crescita di influenza delle organizzazioni più radicali e in particolare di Hamas, uscita clamorosamente vittoriosa nelle elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006. Cercò in seguito di mantenere aperto il dialogo con Israele e i paesi occidentali e di attenuare i contrasti sorti tra Hamas e Al-Fatah. Nel marzo 2007 favorì la formazione di un governo di unità nazionale, ma nel giugno 2007, dopo il violento scontro che oppose nella Striscia di Gaza le milizie delle due fazioni, si schierò decisamente contro Hamas, destituendo il primo ministro Ismail Haniyeh.