Lingua volgare
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Lingua volgare
2. Diffusione del volgare in Italia

In Italia l’evoluzione della lingua volgare dal latino parlato è stata più lenta che nell’area della Gallia romanizzata, dove prima si sono sviluppate le lingue letterarie volgari come il francese e il provenzale, a loro volta modelli linguistici e tematici per i volgari letterari sorti in Italia. Per descrivere questo rapporto di emulazione Dante, nel De vulgari eloquentia, utilizzando come elemento discriminante il termine usato per dire “sì”, definisce i due principali volgari transalpini come lingua d’oïl e lingua d’oc, mentre le espressioni volgari italiche, pur nella frammentaria diversificazione municipale, possono essere catalogate sotto la definizione generale appunto di lingua del sì.

L’uso scritto del volgare si manifestò in Italia quasi contemporaneamente in varie aree. I primi ambiti testuali di diffusione furono quelli giuridici (i Placiti campani del X secolo; la Postilla amiatina dell’XI), commerciali (un Conto navale pisano dei primi decenni del XII secolo) e soprattutto religiosi (una formula di confessione umbra e un’iscrizione nella basilica di San Clemente a Roma, entrambi dell’XI secolo; e, tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo, il Ritmo laurenziano, il Ritmo cassinese e il Ritmo su Sant’Alessio, che già rivelano embrionali forme di cosciente elaborazione letteraria).

Ancora precedente è la testimonianza del cosiddetto Indovinello veronese, proveniente da un contesto monastico, e dal valore a metà tra il religioso-propiziatorio e il gioco verbale. Un’area in cui l’uso del volgare fu precocemente adottato nella documentazione amministrativa fu quella sarda, eccentrica anche dal punto di vista linguistico rispetto all’evoluzione del latino sul continente: della fine dell’XI secolo sono alcuni privilegi interamente redatti nel volgare insulare, molto più conservativo dei tratti fonetici e morfologici originari latini, da giudici di Torres, nel Logudoro.