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| 2. | Il riconoscimento critico del manierismo |
Il termine deriva da “maniera”, che già nella letteratura artistica quattrocentesca (ad esempio negli scritti di Lorenzo Ghiberti e di Leon Battista Alberti) era stato utilizzato con il significato di “stile personale”, ovvero il peculiare modo di esprimersi di un artista. In tale accezione il termine appare anche nelle Vite del Vasari, usato tuttavia anche per indicare, in modo più generale, lo stile caratteristico dell’epoca.
Vasari scrive che la maniera moderna è esemplata sui modelli imprescindibili di Leonardo, Raffaello e Michelangelo: l’imitazione della loro opera, nella quale ebbero splendida trasposizione figurativa gli aspetti più felici della natura, avrebbe consentito agli artisti dei secoli a seguire di raggiungere il più alto grado di bellezza ideale.
Destinate prevalentemente a una fruizione colta, create in ambienti aristocratici e raffinati, le opere manieriste si segnalano per la ricercata politezza formale; per il modellato fortemente plastico delle figure, allungate e assottigliate, colte in pose inusuali; per le composizioni talvolta bizzarre, in cui emergono aspetti inquietanti della realtà; per la drammaticità delle scene; per l’uso di una gamma cromatica antinaturalistica, spesso presente in accostamenti raffinati quanto artificiosi.
Fu la frequenza con cui tali scelte stilistiche vennero adottate dagli epigoni dei grandi artisti del Cinquecento, insieme al confronto con la purezza e la classica semplicità delle opere del primo Rinascimento, a far giudicare nel corso del XVII secolo tale arte come fredda e artificiosa, quasi un esercizio di virtuosismo privo di sincera ispirazione e fine a se stesso.
Nella seconda metà del Seicento Giovan Pietro Bellori qualificò la produzione artistica degli anni centrali del Cinquecento come eminentemente “formale”, sottovalutandone la portata storica e, soprattutto, dimenticandone gli esiti innovativi. Considerazioni simili furono sviluppate anche dall’abate Luigi Lanzi, letterato e storico dell’arte al quale forse si deve il termine “manierismo”.
Dopo la rivalutazione compiuta negli anni Venti del Novecento a opera della critica tedesca, che riconobbe ai manieristi una consapevole presa di posizione anticlassica, la critica attualmente è propensa a intendere questo fenomeno come naturale sviluppo e superamento del Rinascimento maturo, individuando i primi segni del mutamento già nell’opera dei tre campioni del primo Cinquecento. Ad esempio, in quest’ottica il Giudizio universale del Buonarroti (1536-1541, Cappella Sistina, Vaticano) presenterebbe elementi e stilemi figurativi addirittura più estremi di quelli di molti manieristi.