| Rousseau, Jean-Jacques | Articolo | ||||
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| 2. | La rivolta contro la società |
Nei due Discorsi del 1750 e del 1754 Rousseau svolse una critica morale dei mali della società del suo tempo, intesa come il regno della falsità e della corruzione, in cui prevalevano la bramosia di ricchezza, l’ambizione, la vanità, la sopraffazione. La tesi di Rousseau era che questi mali non sono connaturati all’uomo, ma derivano da cause estranee alla sua natura e connesse alla diffusione della disuguaglianza economica. Alla società contemporanea egli opponeva uno “stato di natura” che, diversamente dalla teorizzazione di Thomas Hobbes, era inteso da Rousseau come una condizione in cui gli uomini vivevano “liberi, sani, buoni e felici”.
Più che un preciso fatto storico, la nozione di questo stato naturale serviva al filosofo svizzero come criterio normativo per criticare la società del suo tempo. In tal modo, Rousseau finì per contrapporsi agli altri filosofi illuministi, in quanto all’ottimismo scientifico e filosofico di questi sostituiva una visione morale fondata sui valori dell’interiorità e sulla considerazione dello stato presente come condizione di decadenza e di corruzione rispetto allo stato originario.