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| 3. | Mito, storia e ragione |
Per il fatto che il mito arriva a pervadere molti aspetti della cultura e della vita sociale, le sue funzioni non sono percettibili nel tempo e nel luogo in cui sono attive, ma possono essere individuate e decodificate solo dall’esterno, così come una persona che parla non è cosciente dei fenomeni logici e linguistici che mette in atto e delle norme sociali e comportamentali che applica parlando, ma essi sono individuabili solo da chi ascolta (o da chi parlava, ma in un’analisi successiva). Proprio per la sua natura onnipervasiva, dunque, l’analisi del mito è stata spesso usata come strumento atto a gettar luce su molti aspetti della vita dell’individuo e della società; ma l’analisi stessa della comunicazione (colloquiale o mitica che sia), nel momento in cui provoca la coscienza del meccanismo in atto, ne compromette immediatamente la spontaneità.
Mentre nelle altre civiltà la narrazione mitica costituiva e costituisce tuttora un’espressione non mediata della realtà, nella civiltà europea l’eredità culturale greca ha instaurato un’opposizione tra la visione diretta del mythos e la razionalità discorsiva (logos), considerata a partire da Aristotele l’unica via per giungere alla conoscenza della verità. La tradizione ebraico-cristiana ha invece opposto al concetto di mito quello di storia, a partire dal fatto che il Dio degli ebrei e dei cristiani, benché esistente oltre il tempo e lo spazio, si era rivelato all’umanità entro la storia e la società.
Ma le distinzioni tra razionalità e mito, e tra mito e storia, benché fondamentali, non sono mai state assolute: Aristotele giunse alla conclusione che in alcuni primordiali miti cosmogonici logos e mythos coincidevano; Platone utilizzò il mito come un’allegoria e un espediente retorico per sviluppare un argomento; inoltre, mythos, logos e storia si sovrappongono nel Prologo al Vangelo di Giovanni, in cui Gesù è definito come Logos, il Verbo, venuto dall’eternità nel tempo storico.