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Espressionismo (arte)
1. Introduzione

Espressionismo (arte) Orientamento artistico volto a esprimere, attraverso il supporto e le tecniche prescelte, sensazioni ed emozioni, condizioni spirituali o esistenziali, più che a rappresentare la realtà oggettiva. Tale scopo viene perseguito enfatizzando elementi della composizione artistica, come il colore o il tratto di contorno delle figure in un’opera pittorica, e in genere mediante la forte caratterizzazione di vari aspetti formali o contenutistici, che porta spesso a una deformazione espressiva. Questa tendenza stilistica, in realtà, è rintracciabile quasi in ogni tempo e in ogni paese: ad esempio possono essere definite espressioniste alcune manifestazioni artistiche orientali, alcune opere europee d’epoca medievale, i dipinti di El Greco e di Matthias Grünewald.

Tuttavia, il termine “espressionismo” è oggi utilizzato perlopiù per indicare un movimento artistico specifico, affermatosi in Europa a partire dai primi anni del XX secolo. All’origine del suo sviluppo vi fu l’interesse per le opere di Vincent van Gogh, Paul Gauguin, Edvard Munch, James Ensor, artisti capaci di esprimere intense emozioni e stati d’animo (perlopiù drammatici o angosciosi) mediante colori violenti, composizioni semplificate e linee calcate. Forti consonanze legano inoltre gli espressionisti ai fauves francesi (André Derain, Raoul Dufy, Georges Braque, Henri Matisse), che coniugarono la sperimentazione sul colore con uno spiccato gusto decorativo. L’espressionismo figurativo ebbe un parallelo nella musica, nel cinema, nel teatro e nella letteratura.

2. Espressionismo tedesco

La corrente espressionista prese piede in vari paesi europei, con diverse declinazioni stilistiche; ma conobbe particolare fortuna in Germania, dove il perdurare di elementi della tradizione romantica e simbolista favoriva l’attenzione alle dinamiche dello spirito e agli aspetti del vissuto individuale. Il termine comparve per la prima volta nel 1911 sulla rivista berlinese “Der Sturm” (“La tempesta”), alla quale collaboravano, tra gli altri, gli austriaci Adolf Loos (architetto) e Oskar Kokoschka (pittore).

Ma l’esperienza espressionista era iniziata già sei anni prima, nel 1905, con la nascita a Dresda del gruppo Die Brücke (“Il ponte”), fondato dai pittori Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel e Karl Schmidt-Rottluff, cui successivamente si affiancarono Emil Nolde, Max Pechstein, Cuno Amiet, Otto Müller. Le opere di questi artisti (tele, sculture, xilografie, disegni) si caratterizzavano per la grande intensità espressiva, fondata talvolta sulla ripresa di stilemi propri dell’arte popolare o primitiva. Il lavoro creativo doveva mirare, per gli esponenti del gruppo, alla spontaneità e alla piena libertà della manifestazione artistica, intesa come immediato riflesso delle emozioni e della particolarissima condizione umana dell’autore. Nel 1911 Die Brücke si trasferì a Berlino, dove espose principalmente nella galleria di Herwarth Walden, fondatore della rivista “Der Sturm”.

Altro importante polo dello sviluppo dell’espressionismo in Germania fu Murnau, nei pressi di Monaco, dove dal 1908 si era costituita una colonia di artisti tedeschi e russi, capeggiata da Vasilij Kandinskij e dalla sua compagna Gabriele Münter, cui si unirono Alexej Jawlensky e Marianne von Werefkin. Nel 1911 il gruppo, trasferitosi a Monaco, accolse altri artisti, tra cui Franz Marc e August Macke, e si diede il nome Der Blaue Reiter (“Il cavaliere azzurro”).

Alle mostre organizzate a Monaco nel 1911 e nel 1912 parteciparono, oltre ai fondatori del movimento, numerosi pittori e scultori delle avanguardie novecentesche, come Paul Klee, Henri Rousseau, Hans Arp, Robert Delaunay, Georges Braque, André Derain, Natalja Gončarova, Kazimir Malevič, Pablo Picasso, Alfred Kubin, oltre a esponenti del Die Brücke di Berlino, tra cui Ernst Ludwig Kirchner, Erich Heckel, Emil Nolde, Max Pechstein. L’arte del Blauer Reiter, polemicamente antiaccademica, si distingueva per la propensione al lirismo, a una sorta di ritorno alla natura, che si traduceva in attenzione alle forme d’espressione più semplici o ingenue; in molti casi, tali ricerche portarono all’astrattismo.

Nel campo della scultura vengono riconosciute come espressioniste le figure di Wilhelm Lehmbruck e Ernst Barlach, che operarono un interessante recupero delle forme del gotico tedesco, il primo, e dell’arte trecentesca italiana, il secondo. Die Brücke si sciolse nel 1913, Der Blaue Reiter allo scoppio della prima guerra mondiale. Tuttavia, durante e dopo il conflitto, la Germania conobbe una sorta di seconda stagione espressionista, rappresentata soprattutto dai pittori Conrad Felixmüller, Max Beckmann, Otto Dix, George Grosz e dallo scultore Rudolf Belling.

È ancora in Germania che la critica riconosce gli unici seri tentativi di un’architettura espressionista, dapprima limitati agli utopici progetti dei membri della “Catena di vetro”, poi attuati da Bruno Taut, Hans Poelzig, Fritz Höger e soprattutto Erich Mendelsohn (Torre Einstein a Potsdam, 1921).

3. L’espressionismo in Austria, Paesi Bassi, Belgio

Oltre all’Austria, dove i pittori Egon Schiele e Oskar Kokoschka furono geniali personalità artistiche piuttosto isolate, fu soprattutto nei Paesi Bassi, attorno agli artisti Jan Sluyters e Leo Gestel, e in Belgio, che si svilupparono altre correnti espressioniste. La cittadina fiammiga di Laethem-Saint-Martin ospitò due generazioni successive di artisti espressionisti: la prima, riunita attorno al pittore Gustave van de Woestyne, era stilisticamente improntata al simbolismo e all’esempio degli artisti fiamminghi. La seconda, affermatasi subito dopo la guerra, si caratterizza per maggiore varietà e invenzione. Constant Permeke e Fritz van den Berghe svilupparono uno stile luminista che fa risaltare le forme. Gustave de Smet praticò un disegno più confuso, disordinato, approssimativo, e Edgar Tytgat si fece conoscere per vignette fintamente ingenue. Più in disparte, ma importante per l’apporto dato alla corrente espressionista, Franz Masereel produsse soprattutto xilografie.

4. L’espressionismo in altri paesi

Già dalla fine degli anni Dieci del Novecento l’espressionismo era ormai sentito come una tendenza, un’inclinazione stilistica diffusa in tutta Europa. Negli anni dell’ascesa del nazismo e del fascismo, tale modalità espressiva apparve a molti come la forma più adatta a ritrarre l’angoscia, il disgusto e il senso di smarrimento davanti all’assurda violenza in atto.

Assonanze più o meno marcate con l’espressionismo nordico sono riconoscibili in Francia nella produzione di Georges Rouault prima della Grande Guerra, e in quella di Marcel Gromaire, Georg e Amédée de la Patellière durante gli anni Venti. Né si può negare un’impronta espressionista nelle tele del primo Jean Fautrier, di Jules Pascin e soprattutto di Chaïm Soutine e Františ Kupka. E molti considerano vicina alla sensibilità espressionista anche la scultura di Ossip Zadkine, di Jacques Lipchitz e di Emile-Antoine Bourdelle.

In Italia ebbero accenti espressionisti nella loro opera alcuni esponenti della cosiddetta Scuola romana (Mario Mafai, Scipione, Antonietta Raphaël, Giuseppe Capogrossi, Marino Mazzacurati, Corrado Cagli) e diversi artisti di Corrente (Renato Birolli, Bruno Cassinari, Giuseppe Migneco), oltre a figure isolate come Lorenzo Viani.

Messa al bando dal regime nazista come “arte degenerata”, la produzione artistica di molti di questi pittori venne in parte distrutta o dispersa. Alcuni artisti emigrarono negli Stati Uniti (ad esempio Grosz e Beckmann), altri rimasero in Europa proseguendo in segreto le loro ricerche espressive. L’efficacia della tendenza espressionistica trovò nuovi interpreti nel dopoguerra, tra cui spicca l’inglese Francis Bacon.