| Dolcificante | Articolo | ||||
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| 2. | Dolcificanti calorici |
I dolcificanti calorici si dividono in dolcificanti naturali e dolcificanti di sintesi.
| 1. | Dolcificanti naturali |
I dolcificanti naturali si trovano nei frutti, nel miele e in alcuni tipi di verdure. Tra questi, i più utilizzati sono il glucosio (potere dolcificante, PD, pari a 0,7) e il fruttosio (PD pari a 1,2), preparati in forma di sciroppo a partire dal latte d’amido del mais. Il fruttosio può anche essere estratto dalla frutta, ma tale procedimento risulta economicamente meno vantaggioso rispetto all’estrazione dal mais. Altri composti che appartengono a questo gruppo sono il mannosio, il galattosio, il maltosio e il lattosio.
| 2. | Dolcificanti di sintesi |
I dolcificanti di sintesi derivano dalla trasformazione chimica dei dolcificanti naturali in composti organici che, chimicamente, sono alcoli, ossia composti caratterizzati da almeno un gruppo funzionale -OH. Tra questi, molto usati sono il sorbitolo (PD pari a 0,55), il mannitolo (PD pari a 0,55), lo xilitolo (PD pari a 1) e, inoltre, il maltitolo e il lattitolo. In particolare, il sorbitolo deriva dai frutti del sorbo e trova impiego in preparazioni dietetiche e farmaceutiche; il mannitolo si estrae dalla manna, secreto zuccherino della corteccia del frassino. Questi dolcificanti vengono assorbiti lentamente dall’organismo e non vengono completamente metabolizzati. Essi forniscono un’energia di circa 2,4 Kcal per grammo (mentre lo zucchero ne produce 4): di conseguenza, i prodotti contenenti tali composti hanno un potere calorico inferiore a quelli preparati con zucchero.
I dolcificanti di sintesi sono ben tollerati dai diabetici e vengono comunemente usati nella preparazione di marmellate e dolci che riportano in etichetta la dicitura “adatto ai diabetici”. Tuttavia, non si deve dimenticare che un consumo superiore ai 20-50 g al giorno può provocare effetti collaterali come disturbi gastrointestinali e diarrea. I dolcificanti di sintesi, specialmente il mannitolo, sono acariogeni: ciò significa che essi, a causa di una bassa tendenza a fermentare, non costituiscono un buon substrato per i batteri responsabili della carie dentaria e ne limitano lo sviluppo.