| Epica | Articolo | ||||
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| 4. | L'epica occidentale dal Medioevo a oggi |
Nel Medioevo il quadro cambiò e si impose la tradizione dei popoli nordeuropei. Delle loro saghe primordiali, durante le migrazioni delle tribù germaniche, ben poco rimane. Abbiamo le più tarde rielaborazioni del poema anglosassone Beowulf (VI-VIII secolo), il Canto di Ildebrando (VIII secolo) e l'Edda (IX-XIII secolo), raccolta di canti scandinavi. Il testo più noto dell'epica germanica, col suo eroismo estremizzato, è il Nibelungenlied (1200-1205) di un anonimo scrittore austriaco. Intanto in Francia era sorta un'epica cortese, che presentava modelli di comportamento tipici della società feudale: sono le chansons de geste (fine XI - inizio XII secolo), che produssero la grande fioritura dei poemi cavallereschi, articolati nei cicli carolingio (temi patriottico-religiosi), bretone (temi incentrati sull'avventura e sull'amore) e antico (articolato in sottogeneri). Il protagonista è il paladino, campione della fede e di valori a misura umana. A questa letteratura si ispirano il Tristan di Goffredo di Strasburgo e il Parzival di Wolfram von Eschenbach. Di argomento nazionale è il Cantar de mío Cid, scritto verso il 1140 da un autore anonimo. Il Canto della schiera di Igor (XII secolo) è importante perché conserva, all'interno di una prosa ritmica, modulazioni tipiche della poesia orale.
| 1. | Italia |
In Italia i romanzi cavallereschi di Francia, rielaborati nei poemi franco-veneti, nei vari cantari e anche in testi in prosa, costituiscono la fonte principale di una ricca produzione letteraria che prende le mosse, a metà Trecento, con il Teseida di Giovanni Boccaccio, primo tentativo di poema epico in volgare italiano. L’esperimento boccacciano non riscuote molto successo, anche a causa della presenza del modello predominante latino costituito dall'Africa di Francesco Petrarca, che segna l’avvio al gusto per l'imitazione umanistica dei classici. Tuttavia, verso la fine del Quattrocento, il modello epico, seppur ormai “contaminato” con temi e strutture del romanzo cavalleresco-cortese, riprende vigore e originalità con le opere di Luigi Pulci, il Morgante; di Matteo Maria Boiardo, l'Orlando innamorato; e di Ludovico Ariosto, l'Orlando furioso.
Nel Cinquecento, sull'onda delle teorie poetiche aristoteliche, imperversa la polemica epica-romanzo. Molti letterati si schierano a favore dell’epica classica, e ne propongono varie riletture in opere importanti più dal punto di vista teorico che per la loro riuscita poetica, come nel caso dell’Italia liberata dai Goti (1548) di Gian Giorgio Trissino. Se si eccettua l’eccentrico capolavoro eroicomico di Teofilo Folengo, il Baldus, si dovrà attendere Torquato Tasso, con la Gerusalemme liberata (1580) e con le sue riflessioni teoriche, perché al poema eroico possa essere conferita una forma moderna, fusione tra il principio aristotelico della verosimiglianza storica e la piacevolezza dell'elemento narrativo fantastico o 'meraviglioso'. Il poema epico continuò a vivere fino all'Ottocento inoltrato, ma I lombardi alla prima crociata (1826) di Tommaso Grossi dimostrò l'inattualità del poema epico, ormai definitivamente soppiantato dal romanzo.
| 2. | Europa |
Contemporaneo all'opera di Tasso è il poema I lusiadi (1572) del portoghese Luís Vaz de Camões, in cui è protagonista il popolo lusitano. Successivamente l'inglese John Milton dette vita con il Paradiso perduto (1667) alla moderna epopea religiosa, in cui rientra anche la Messiade (1748-1773) del tedesco Friedrich Klopstock. Debole nel Settecento è il poema epico, nonostante i tentativi di Voltaire (Enriade, 1728). Grande fortuna ebbero invece in tutta Europa i Canti di Ossian (1765), che sono un falso letterario, ma che hanno fatto di Ossian il moderno Omero della cultura celtica. Nell'Ottocento il poema epico resistette solo in area scandinava, con i testi del danese Adam Gottlob Oehlenschläger, con la Saga di Frithiof (1825) dello svedese Esaias Tégner, e con il Kalevala (1849) del finlandese Elias Lönrot.
Nel Novecento si è parlato di epica a proposito di opere letterarie che le sono totalmente estranee sotto l’aspetto delle regole strutturali e compositive, ma che tuttavia rimandano all'antico epos per quel che riguarda il piano dei contenuti ideologici e delle affinità stilistiche. Bertolt Brecht aveva definito 'epica' la propria produzione teatrale, mentre alcuni romanzi, che traggono ispirazione dai drammatici eventi bellici, riproducono situazioni narrative tipiche dell'epopea. Infine l'Ulisse (1922) di James Joyce ricalca esplicitamente il modello omerico, anche se al suo interno ha luogo l’assoluta distruzione della dimensione eroica dell’uomo, negata dalle logiche della civiltà contemporanea, al punto che il suo protagonista può essere considerato il prototipo dell'anti-eroe.