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Libro di Enoc Apocrifo dell’Antico Testamento che intende riferirsi all’autorità del patriarca Enoc (o Enoch) del quale si dice, nel libro biblico della Genesi, che non morì e fu assunto in cielo. Le parti del libro furono redatte a più riprese, probabilmente da autori diversi, tra il IV e il I secolo a.C., e secondo gli studiosi la raccolta originale fu stilata in ebraico o in aramaico e poi tradotta in greco. Frammenti della versione in lingua etiopica risalente al 500 ca. d.C., detta Enoc etiopico o 1 Enoc, sono sopravvissuti in greco, in traduzione latina e aramaica; quest’ultima versione è stata scoperta a Qumran in Giordania (vedi Manoscritti del Mar Morto).
Il libro è composto da cinque parti che costituiscono un vero e proprio “pentateuco enochico” e riporta le visioni di Enoc sull’avvento del giudizio di Dio, sugli angeli caduti e sul diluvio mandato per punire il mondo della sua malvagità. Egli inoltre prefigura la venuta del Messia e descrive il futuro Regno di Dio. I temi attorno ai quali ruota la riflessione dell’autore sono così quelli del male, del tempo e dell’immortalità dell’anima. I cinque volumi del pentateuco di Enoc vengono così denominati e suddivisi: libro dei Vigilanti (capitoli 6-36); libro delle Parabole (37-71); libro dell’Astronomia (72-82); libro dei Sogni (83-90); epistola di Enoc (91-104).
I primi autori cristiani tenevano in grande considerazione il libro di Enoc; tuttavia, fatte salve le loro saltuarie citazioni, se ne sapeva poco fino alla scoperta, alla fine del XVIII secolo, nell’Africa nordorientale, di tre manoscritti completi in lingua etiopica. Gli studiosi moderni considerano il testo importante poiché i suoi contenuti, e perfino la sua terminologia, anticipano in modo sorprendente i successivi concetti escatologici e i libri e i passi apocalittici presenti nel Nuovo Testamento.