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| 3. | I concili e le scritture |
Avendo il Buddha rifiutato di scegliere un successore come guida autorevole della comunità, subito dopo la sua morte si rese necessario procedere alla definizione di alcuni principi che garantissero l’unità fra i monaci e la corretta trasmissione degli insegnamenti del fondatore, diffusi unicamente in forma orale: a questo scopo vennero convocate assemblee note come “concili buddhisti”, il primo dei quali si tenne a Rajagrha (oggi Rajgir) pochi anni dopo la scomparsa del Buddha per precisare soprattutto le regole della disciplina monastica.
L’intento normativo prevalse anche un secolo più tardi, nel concilio riunitosi a Vaiśali per dichiarare l’inammissibilità di alcuni comportamenti, come l’utilizzo del denaro e l’assunzione di bevande inebrianti, ritenuti leciti da diversi gruppi di monaci; la terza assise, convocata dal re Aśoka a Pataliputra (oggi Patna) nel III secolo a.C. si proponeva invece esplicitamente di purificare la comunità (che godeva ormai della protezione regia) dalla presenza, oltre che di tendenze dichiaratamente eterodosse, di numerosi individui bollati come “falsi monaci” che vennero immediatamente allontanati. Questa assemblea, che decise di inviare missionari al di fuori dell’India, segnò un momento decisivo per la diffusione del buddhismo.
Un quarto concilio, tenutosi intorno al 100 d.C. a Jalandhar, o in un’altra località del Kashmir sotto l’egida del re Kaniska, rivelò in modo ormai evidente la presenza, in seno alla comunità, di diverse tendenze che il dibattito precedente non aveva saputo armonizzare. In particolare, era divenuto insanabile il contrasto fra i monaci (detti in sanscrito sthavira e in lingua pali thera).
Un gruppo, gli “antichi” (thera, appunto) – da cui il nome Theravada utilizzato per identificare la loro scuola – propugnavano la stretta osservanza delle regole stabilite dal Buddha, mentre i membri della mahasanghika, cioè “grande assemblea”, erano favorevoli ad accogliere istanze diverse in campo disciplinare, soprattutto per quanto concerne il ruolo dei laici, e in campo dottrinale interpretavano in modo tutto nuovo la figura del fondatore. La quarta assise non riuscì comunque nell’intento di conciliare gli orientamenti delle due correnti, e la tradizione Theravada ne rifiuta addirittura l’autenticità, richiamandosi più volentieri al concilio di Pataliputra.
La scuola Theravada si ritiene inoltre custode di quei testi sacri del buddhismo che, trasmessi dapprima in forma orale e redatti in forma scritta intorno a I secolo a.C., costituirebbero, secondo la tradizione, il resoconto fedele delle parole del Buddha riguardo ai più diversi argomenti dottrinali e disciplinari. Questa raccolta di scritture canoniche sopravvive in lingua pali (vedi Lingue indoarie), uno degli idiomi che già prima dell’era volgare incominciarono a sostituire il sanscrito nell’uso comune, ed è nota con il nome di Tripitaka, cioè “Tre canestri”, che indica la divisione in tre sezioni fondamentali: il Sutta pitaka, raccolta di discorsi, il Vinaya pitaka, codice di disciplina monastica, e l’Abhidhamma pitaka, scritto sistematico di natura filosofica.
Il Sutta pitaka, composto essenzialmente di dialoghi fra il Buddha e diversi interlocutori, si divide a sua volta in cinque sottosezioni: Digha nikaya (Raccolta dei discorsi lunghi), Majjhima nikaya (Raccolta dei discorsi di media lunghezza), Samyutta nikaya (Raccolta dei discorsi l’un l’altro connessi), Anguttara nikaya (Raccolta di discorsi disposti in serie numerica) e Khuddaka nikaya (Raccolta di discorsi brevi), che contiene fra l’altro i popolari Jataka, ovvero le narrazioni delle vite anteriori del Buddha, e il Dhammapada (Versi della legge), esposizione sommaria degli insegnamenti filosofici e morali del maestro.
La disciplina che i monaci e le monache devono osservare è esposta nelle 227 regole del Vinaya pitaka, accompagnate ciascuna da un racconto, che ne illustra l’origine e lo scopo, e dalla minaccia della punizione prevista per chi osi infrangerle. Sette opere distinte compongono invece l’Abhidamma pitaka, che presenta in termini squisitamente tecnici un’analisi della struttura metafisica della realtà e una fenomenologia dell’attività psicologica, affiancando a questi trattati di alto spessore speculativo una sorta di lessico delle espressioni maggiormente rilevanti a livello concettuale.
Accanto alle scritture canoniche, il buddhismo Theravada riconosce grande autorità ad altri due testi: il Milindapanha (I quesiti del re Milinda), opera risalente al II secolo a.C. che espone gli insegnamenti del Buddha sotto forma di dialogo fra il celebre re indoellenico Menandro (pali: Milinda) e il monaco Nagasena, e il Visuddhimagga (Via alla purezza), il capolavoro redatto nel V secolo d.C. da Buddhaghosha, il più famoso fra i divulgatori antichi della dottrina buddhista.