| Trova nell'articolo | Sindacati dei lavoratori | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Sindacati dei lavoratori Associazioni di lavoratori costituite per tutelare gli interessi dei propri iscritti e, come parte sociale, per partecipare con il governo e con i rappresentanti degli imprenditori alla definizione delle scelte su questioni di interesse pubblico relative al mondo del lavoro.
Il ruolo dei sindacati dipende da vari fattori legati alla storia delle diverse realtà in cui operano. Ad esempio, nella tradizione britannica, come pure in quella tedesca e scandinava, hanno svolto un notevole ruolo di mediazione tra mondo del lavoro, governo e imprenditori, a volte partecipando direttamente alla gestione delle imprese; in altri paesi come Italia e Francia, i sindacati hanno assunto una maggiore connotazione politica e per lungo tempo sono stati uno strumento di lotta anticapitalistica e rivoluzionaria; nei regimi totalitari (ad esempio l’Italia fascista, la Germania nazista, la Spagna franchista e i paesi del Blocco orientale) i sindacati furono privi di reale autonomia e direttamente inseriti nella struttura dello stato.
Negli ultimi due decenni, a partire dalla chiusura del ciclo di lotte degli anni Sessanta e Settanta, i sindacati, almeno nei paesi industrializzati, hanno assunto un ruolo più definito e omogeneo; essi sono oggi coinvolti nelle decisioni che riguardano fatti di interesse economico e sociale, partecipano all’elaborazione del diritto del lavoro, gestiscono direttamente settori della previdenza sociale, forniscono ai propri iscritti servizi di consulenza e assistenza legale.
I sindacati possono associare lavoratori dipendenti o autonomi e di solito sono organizzati per “categorie” (ad esempio metalmeccanici, tessili, chimici, scuola ecc.) divise nei settori privato e pubblico e poi riunite in “confederazioni nazionali”. Nato su basi prettamente politiche, il movimento sindacale italiano è stato per lungo tempo strettamente legato ai partiti (ad esempio la CISL, a prevalenza cattolica, alla Democrazia Cristiana; la UIL, a prevalenza laico-socialista, ai partiti socialista e socialdemocratico; la CGIL, la confederazione più a sinistra, al Partito comunista e, in misura minore, ai socialisti).
Analoghe ai sindacati sono le associazioni dei datori di lavoro, come ad esempio in Italia la Confindustria, la Confcommercio e la Confagricoltura.
| 2. | Dal mutuo soccorso al movimento socialista |
I sindacati hanno rappresentato la risposta organizzata dei lavoratori al nuovo modo di produzione nato dalla rivoluzione industriale. La comparsa delle prime forme di organizzazione sindacale si ebbe in Gran Bretagna, già alla fine del Settecento, con le “friendly associations”, associazioni di mutuo soccorso tra lavoratori, che avevano funzioni eminentemente solidaristiche e difensive. In seguito si formarono le prime associazioni sindacali nazionali, dapprima riservate agli operai più qualificati e in seguito aperte a tutti. Nel 1825 fu riconosciuta la libertà di associazione alle Trade Unions, che nel 1833 contavano già mezzo milione di iscritti. Un ruolo importante ebbe, in Inghilterra, anche il movimento cartista, che estese le sue rivendicazioni dall’ambito economico a quello politico in una prospettiva democratica (nel 1838, con la People’s Charter, i cartisti chiesero al Parlamento il suffragio universale maschile segreto).
Negli anni Quaranta l'associazionismo operaio e sindacale si diffuse per tutta Europa. Karl Marx e i suoi seguaci ne incoraggiarono l'azione, ma in un quadro in cui il compito del sindacato era limitato al raggiungimento di obiettivi circoscritti, mentre al partito della classe operaia era demandata la lotta contro il sistema capitalista nel suo complesso. Michail Bakunin e gli anarchici sostenevano invece che l'iniziativa sindacale, pur non potendo assumersi l'intero onere della lotta contro la borghesia, doveva stimolare l'autorganizzazione del lavoro e della produzione, allo scopo di rovesciare il modello economico capitalista.
In Europa, la crescita dell’organizzazione sindacale trasse impulso principalmente dallo sviluppo del movimento socialista, soprattutto dopo la costituzione della Seconda Internazionale (1889), quando si affermò nel movimento operaio di molti paesi (ma non dell’Inghilterra e degli Stati Uniti) il primato del pensiero marxista.
Verso la fine del secolo, grazie alla crescita delle organizzazioni dei lavoratori e allo sviluppo delle lotte (spesso violentemente represse), il diritto di organizzazione sindacale venne riconosciuto in molti paesi. Sul modello delle Trade Unions inglesi, nacquero negli Stati Uniti, nel 1886, l’American Federation of Labor (AFL); in Germania, nel 1892, la Gewerkschaften Deutschlands (sciolta dal nazismo nel 1933 e risorta nel 1949 con il nome di Deutscher Gewerkschaftsbund, Lega dei sindacati tedeschi); in Francia, nel 1895, la Confédération générale du travail (CGT). Agli inizi del XX secolo il diritto di associazione sindacale era ormai riconosciuto in molti paesi industriali; nei decenni seguenti, la ridefinizione del ruolo dello stato, che interveniva direttamente nell’economia nazionale, lo sviluppo dello stato sociale e la diffusione del lavoro salariato conferirono al sindacato un ruolo sempre più importante nella vita economica e sociale.
| 3. | Il sindacalismo rivoluzionario |
Verso la fine del XIX secolo, in seno al movimento operaio acquistò consistenza una componente politico-sindacale, che, ponendo i lavoratori al centro delle attività produttive, sosteneva l'idea di una società in cui la produzione fosse organizzata per soddisfare i bisogni della comunità e venisse diretta da una federazione di associazioni operaie autonome. Ciò implicava una critica radicale allo stato liberale in quanto stato classista (basato sul suffragio censitario, sul Parlamento come espressione dei ceti dominanti e sul mancato riconoscimento dei diritti politici e sociali dei lavoratori ecc.) e, quindi, la possibiltà di un suo superamento o rovesciamento. Pur accettando in genere la concezione marxista della storia come lotta tra le classi destinata a sfociare nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione e in una società senza classi, il sindacalismo rivoluzionario sosteneva però una concezione federalista di matrice anarchica e libertaria, in contrapposizione alla “dittatura proletaria” della teoria marxista.
Un vero e proprio movimento sindacalista-rivoluzionario si sviluppò negli anni Settanta del XIX secolo in Francia, sotto l'influenza di Pierre-Joseph Proudhon. Egli elaborò un programma in cui il sindacato rivestiva un ruolo rivoluzionario centrale, rivolto ad assumere il controllo diretto delle attività produttive, a riformare in senso libertario la produzione e la distribuzione delle risorse e dei beni e a introdurre un regime politico-economico di libera federazione tra associazioni di lavoratori. Tra i principali espositori della dottrina figuravano Fernand Pelloutier, Pierre Monatte e Georges Sorel. Quest’ultimo, in particolare, affermava che attraverso la spontanea violenza operaia e lo sciopero generale era possibile far divampare il conflitto sociale fino all’abbattimento dello stato borghese; la concezione soreliana si basava su un’idea di azione collettiva violenta e rigeneratrice di impronta fortemente irrazionalistica.
In Italia, diffusosi soprattutto per opera di Arturo Labriola, il sindacalismo rivoluzionario fu molto influente nell'ambito del nascente movimento socialista. Nel 1912, dopo una stagione di lotte che lo vide protagonista, il movimento ispirò la fondazione dell'Unione sindacale italiana (USI).
| 4. | I sindacati in Italia |
Le prime società di mutuo soccorso sorsero in Italia nella seconda metà del XIX secolo. Le prime grandi federazioni nazionali di categoria nacquero invece all'inizio del XX: nel 1901 la Federazione degli impiegati e degli operai metallurgici (FIOM) e nel 1906 la Confederazione generale del lavoro (CGL), entrambe fortemente influenzate dai socialisti. Nel 1918 fu fondata la Confederazione italiana dei lavoratori (CIL), che riunì le leghe di orientamento cattolico.
La libertà sindacale fu soppressa dal fascismo, che affidò la composizione degli interessi di classe alle corporazioni. I sindacati rinacquero durante la Resistenza antifascista con la CGIL, nella quale confluirono tutte le principali forze del lavoro avverse al regime: comunisti, socialisti e cattolici. Ma la fine dell'unità antifascista, culminata con l'estromissione dei comunisti dal governo, fu seguita verso la fine degli anni Quaranta dal tramonto dell'unità sindacale e dalla scissione della CGIL, dalla quale nacquero altri due sindacati: la Confederazione italiana sindacati lavoratori (CISL), di ispirazione cattolica, e l’Unione italiana del lavoro (UIL), di ispirazione laico-riformista.
Tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta tutta l’Europa visse un periodo di grande conflittualità operaia, grazie alla quale il sindacato acquistò un peso crescente nella società. In Italia, nel 1970 venne introdotto lo Statuto dei lavoratori, che, configurandosi come una sorta di “costituzione” del lavoro, portò fin dentro la fabbrica l’idea di cittadinanza, fino ad allora estranea alle forme e alla sostanza delle relazioni industriali, improntate piuttosto alla logica dei rapporti di forza.
Negli anni Settanta, nel periodo di massimo prestigio e influenza del sindacato, le tre confederazioni CGIL, CISL e UIL diedero vita a un processo di unificazione, entrato in crisi verso la fine degli anni Novanta anche a causa della ristrutturazione economica e industriale, che, espellendo dall’attività produttiva milioni di lavoratori, intaccò fortemente il potere delle confederazioni.
| 1. | Il sindacato nel diritto italiano |
Riguardo allo statuto giuridico del sindacato in Italia, la Costituzione afferma (art. 39) la libertà di associazione e organizzazione sindacale, prevedendo come unica limitazione possibile l’obbligo di registrazione “secondo le norme di legge”. In realtà, tale obbligo non è stato mai imposto, così che i sindacati sono sempre rimasti nella condizione di associazioni non riconosciute giuridicamente e dunque, di fatto, prive di personalità giuridica.
La giurisprudenza ha poi stabilito il principio dell'estensione del contenuto dei contratti collettivi, stipulati dai sindacati con i datori di lavoro, anche ai non iscritti.