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Mina (tecnologia militare)
1. Introduzione

Mina (tecnologia militare) Congegno esplosivo impiegato su terraferma o in mare per distruggere o inabilitare truppe nemiche, navi o veicoli militari. Le mine servono anche a impedire l’avanzata di truppe o a rendere inagibili i terreni, le rotte delle navi o i porti.

Il termine “mina” richiama indirettamente quello di miniera: durante la guerra civile americana e la prima guerra mondiale venivano infatti scavate, sotto le postazioni del nemico, reti di gallerie che erano successivamente riempite di esplosivi. Oggi esistono centinaia di tipi diversi di mine, in grado di uccidere o di ferire gravemente una persona per effetto dell’onda d’urto o di un ventaglio di frammenti metallici.

2. Mine terrestri

Un congegno esplosivo progettato per essere nascosto nel terreno è detto mina terrestre. Costruita in metallo, plastica, vetro o legno, può essere fatta detonare in molti modi diversi: ad esempio, per trazione di un filo o attraverso un meccanismo ad azione ritardata. L’esplosivo più comunemente usato nelle mine è il trinitrotoluene (TNT).

Le mine anticarro hanno una carica esplosiva variabile approssimativamente da 2,5 a 5 kg di TNT e sono progettate per distruggere i veicoli che vi transitano sopra. Le mine antiuomo sono normalmente a piccola carica (compresa tra 100 g e poco meno di 2 kg), disperdono frammenti metallici e vengono utilizzate per uccidere o ferire gravemente persone. Nella seconda guerra mondiale i tedeschi impiegarono mine antiuomo attivate da un filo a strappo; l’ordigno, prima di esplodere, saltava in aria a un’altezza di mezzo metro. Durante la guerra di Corea mine terrestri azionate da complesse reti di fili a strappo furono ampiamente usate per proteggere le posizioni difensive.

Nella guerra del Vietnam la mina direzionale Claymore fu usata senza parsimonia. Progettate per uccidere con il lancio di frammenti, queste mine sono costituite da un rivestimento in plastica contenente esplosivo ad alto potenziale e un gran numero di sferette di acciaio che, una volta innescata la carica, vengono scagliate entro un raggio di oltre 40 m. Le mine Claymore possono essere nascoste nel suolo o appese agli alberi, a 60-90 cm da terra.

3. Mine subacquee

Le mine che galleggiano a pelo d’acqua o che agiscono in fondali profondi sono chiamate mine subacquee. Ne esistono di diversi tipi: alcune vengono ancorate al fondo del mare (torpedini, mine ormeggiate e mine da fondo) per mezzo di un cavo, altre sono lasciate alla deriva, altre ancora sono dotate di sistemi di autopropulsione comandati da un sensore. Le mine subacquee esplodono quando vengono a contatto con lo scafo di una nave, o in qualche caso attraverso un meccanismo magnetico. La mina acustica, che è attratta dal rumore prodotto dall’elica del motore, può essere contrastata trainando a una certa distanza dalla nave un dispositivo in grado di produrre rumore.

Le mine subacquee possono essere posizionate da navi appositamente attrezzate, dette posamine, oppure possono essere paracadutate da aerei o disseminate da sottomarini.

4. Localizzazione delle mine
1. Rilevamento delle mine terrestri

I dispositivi per l’individuazione delle mine sono simili ai rivelatori di metalli (metal detector) usati da chi va in cerca di tesori nascosti. Una volta rilevate, le mine vengono con cautela portate allo scoperto per essere disinnescate. Rivelatori automatici di mine, montati su veicoli, indicano la presenza di mine metalliche nascoste, ma le cariche racchiuse in involucri di plastica o di legno sono molto difficili da individuare e spesso sfuggono a questo tipo di ricerca.

Le pericolose operazioni di bonifica dei terreni minati si basano ancora sul semplice metodo dell’osservazione diretta, sull’uso di aste affondate nel terreno e di metal detector. Non esiste ancora un metodo di rilevamento valido per ogni tipo di mina e molte nuove tecniche ed equipaggiamenti sono ancora in via di sperimentazione. Ad esempio, si fa uso di telecamere ad alto contrasto per evidenziare oggetti più scuri rispetto allo sfondo.

Un lavoro efficiente di bonifica necessita di una combinazione di sensori operanti a varie frequenze, come pure di sistemi radar collocati su aerei per rilevare i limiti dei campi minati e di metodi per rilevare le tracce chimiche degli esplosivi contenuti nelle mine.

La delimitazione di un campo minato è solo una delle difficoltà da affrontare all’inizio di un’operazione di bonifica. La fotografia all’infrarosso, i radar aerei ad apertura sintetica (SAR) e i radar a banda ultralarga trovano impiego per il rilevamento dei campi minati e la scoperta delle mine in materiale plastico. Attualmente i SAR funzionano come i normali radar, in quanto emettono impulsi radio che vengono riflessi da oggetti posti nel terreno, ma sono in grado di elaborare dati, con l’ausilio del computer, in modo da produrre immagini bidimensionali dell’area osservata.

2. Rilevamento delle mine subacquee

L’individuazione di mine subacquee nemiche è stata agevolata in anni recenti dalla messa a punto di sistemi di rilevamento sottomarino straordinariamente sensibili. Le mine possono essere rese inoffensive da dispositivi elettronici che neutralizzano efficacemente il circuito elettrico che controlla il detonatore. Inoltre, nel 1985 la Marina statunitense ha introdotto un sistema di navi robotizzate per il rilevamento delle mine subacquee. Questi mezzi sono collegati alla nave “madre” per mezzo di cavi e vengono diretti verso le mine con sonar e televisioni a circuito chiuso.

5. I costi umani

In oltre sessanta paesi nel mondo vi è oggi disseminato un centinaio di milioni di mine, lasciate da conflitti come quelli dell’Afghanistan, della Bosnia, della Cambogia, dell’Iraq e del Vietnam. Si stima che, nelle sole aree della ex Iugoslavia interessate dalla guerra civile, sia stato depositato un numero di mine compreso fra due e tre milioni. Lo sviluppo di intere regioni di alcuni paesi (Cambogia, Mozambico, Angola, Sudan) è gravemente impedito per la presenza delle mine. In tutto il mondo si stima che circa 20.000 persone all’anno siano uccise o menomate da mine; le ferite sono orribili e, spesso, tali da rendere necessarie amputazioni.

Il problema delle mine condiziona le popolazioni per molto tempo dopo la fine dei conflitti; i profughi, al loro ritorno nelle zone teatro di guerre, spesso trovano le case e i terreni non solo devastati, ma anche disseminati di questi ordigni. La bonifica richiede una grandissima attenzione ed è assai pericolosa: due persone devono procedere lentamente lungo strisce di terreno non più larghe di un metro. Squadre delle Nazioni Unite, dell’Esercito italiano e di altre organizzazioni sono attualmente impegnate nella bonifica dei terreni minati in Bosnia, Afghanistan e Kuwait.

6. Mettere fine allo scempio

Ogni anno si fabbricano nel mondo da 5 a 10 milioni di mine antiuomo, mentre se ne recuperano, in operazioni di sminamento, tra 100 e 200.000. A partire dagli anni Novanta sono aumentate le pressioni per una messa al bando globale di questi ordigni: nel dicembre 1993 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione non vincolante che auspicava una messa al bando delle mine antiuomo. La legge internazionale che limita l’uso delle mine, il Protocollo sulle mine del 1981, ratificato da soli 39 paesi, regolava l’impiego delle mine in guerra, ma non nei conflitti interni. Ciò favorì indirettamente la creazione di altri campi minati, ad esempio in Georgia, Armenia, Azerbaigian e Tagikistan, come pure in diversi territori della ex Iugoslavia.

Un accordo di emendamento del Protocollo fu sottoscritto nel maggio 1996 da 49 paesi in una conferenza internazionale tenutasi a Ginevra. Pur fallendo l’obiettivo del bando totale, l’accordo vuole che tutte le mine antiuomo prodotte dal gennaio 1997 siano rilevabili (incorporino cioè una sufficiente quantità di ferro) ed estende il Protocollo anche ai conflitti interni. Altre condizioni imposte dall’accordo comprendono la proibizione di mine progettate per causare “danni superflui”, o per esplodere quando sono rilevate. Inoltre, si richiede che le mine depositate a distanza siano progettate in modo da autodistruggersi dopo un certo tempo (per adempiere quest’ultima condizione sono stati concessi nove anni di tempo).

Nel 1997 si fecero buoni progressi verso l’interdizione delle mine antiuomo. In settembre fu approvata in Norvegia dai rappresentanti di 97 paesi, tra cui l’Italia, la bozza del Trattato internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo. In dicembre il trattato venne firmato a Ottawa, in Canada, dai rappresentanti di 120 paesi. Tra i paesi che non hanno dato la loro adesione vi sono gli Stati Uniti, la Russia, l’India, la Cina, il Pakistan, il Giappone, Israele, Iran e Iraq.

In Italia, nell’ottobre del 1997, è passata la legge n. 347 che dispone il divieto di produrre, detenere ed esportare mine antiuomo, nonché la distruzione di tutte le mine presenti sul territorio nazionale (ne furono distrutte più di 6 milioni). Nello stesso mese Landmine Campaign, l’organizzazione da anni impegnata nella lotta alle mine antiuomo, fu insignita del premio Nobel per la pace.