Neopositivismo
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Neopositivismo
3. Il programma originario del neopositivismo

I filosofi che diedero vita al circolo di Vienna cercavano anzitutto un criterio di demarcazione fra scienza e metafisica, ossia un metodo per distinguere gli enunciati dotati di senso della prima dalle 'pseudoproposizioni', prive di senso, della seconda. Tale ricerca diede origine al 'principio di verificazione', secondo cui il significato di una proposizione, che non sia semplicemente analitica, è dato dalle condizioni della sua verifica fattuale, come avviene nelle scienze empiriche. In rapporto a questo principio veniva stabilita una distinzione fra proposizioni solamente analitiche (a priori e sempre vere, del tipo 'gli scapoli sono uomini non sposati') e proposizioni sintetiche (a posteriori e contingenti, del tipo 'Tizio è scapolo'), la cui verità dipende appunto dalla verifica fattuale: fra le une e le altre non v'è posto per i giudizi sintetici a priori che Kant poneva alla base della scienza. Le difficoltà connesse al problema di individuare le proposizioni di base della scienza, che sembrerebbero fondarsi su esperienze sensoriali del tutto soggettive, secondo una prospettiva che sconfina nel solipsismo, saranno all'origine di successive riformulazioni del programma neopositivistico da parte di Neurath e dello stesso Carnap, nella direzione di un progressivo abbandono del principio di verificazione.

Critiche radicali all'orizzonte empiristico delle concezioni del positivismo logico vennero formulate da filosofi come Karl Popper e Willard Quine. In seguito al dibattito da essi avviato, si è assistito nella seconda metà del Novecento a una progressiva dissoluzione del movimento neopositivista, destinato a confluire nelle più ampie prospettive della filosofia analitica contemporanea.