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Architettura d’interni
1. Introduzione

Architettura d’interni Studio e progettazione dell’architettura, dell’arredamento e della decorazione di interni, sia domestici sia lavorativi, basati su considerazioni sia pratiche sia estetiche. L’architetto d’interni si qualifica in età moderna il più delle volte anche come designer, in quanto dispone l’utilizzo di pezzi prodotti o da produrre in serie (vedi Industrial Design) e concepisce la loro sistemazione secondo originali criteri stilistici.

2. I principi dell’architettura d’interni

L’architettura d’interni si occupa della progettazione sia di ambienti di uso privato, quali case e appartamenti, sia di spazi pubblici, quali sale da concerti, banche, uffici, teatri, ristoranti e luoghi di culto.

Sebbene a volte la figura dell’architetto che progetta l’edificio coincida con quella dell’architetto d’interni, è più frequente che i due professionisti collaborino al medesimo progetto per creare un tutto omogeneo. L’architetto d’interni lavora poi anche in maniera autonoma, basandosi su strutture già esistenti e ideando uno schema decorativo che ne completi l’architettura.

Quando non interviene nella progettazione della costruzione, l’architetto d’interni studia innanzitutto il disegno in scala della pianta, sapendo che non potrà apportare modifiche agli ambienti se non di minima entità, quali la disposizione di porte, pareti, prese di corrente e impianti di illuminazione. Suo compito è quello di creare effetti decorativi servendosi di una vasta gamma di componenti che deve sistemare e coordinare tra loro in modo coerente e perseguendo un effetto piacevole. Tra questi componenti vi sono l’illuminazione, i colori, i tessuti, le rifiniture di pavimenti e pareti, gli elementi decorativi e i mobili. Un ruolo molto importante svolgono senza dubbio anche i gusti e la disponibilità economica del cliente, nonché lo scopo cui è destinato lo spazio in questione.

L’illuminazione, che può essere naturale, artificiale o una combinazione dei due tipi, contribuisce notevolmente alla percezione dell’ambiente e viene studiata in base alla gamma di colori scelta. Si possono usare tonalità fredde (blu, verde e grigio), calde (rosso, giallo, arancione e marrone), forti (rosso, marrone, porpora e nero) o tenui (beige e rosa). Mentre alcune tinte (tra cui il bianco e i colori freddi e chiari) danno l’illusione di uno spazio più grande, altre (il nero e i colori caldi e scuri) producono l’effetto contrario. Variando il tono e l’intensità è inoltre possibile mettere in particolare evidenza le strutture così dipinte o confonderle con altre. Si può infine dare risalto a oggetti di piccole dimensioni se il loro colore è in contrasto con le tinte di sfondo.

Il materiale degli arredi è un altro elemento che determina l’impressione che si può ricevere dall’ambiente. L’ardesia, i mattoni, il vetro, il gesso, il legno, il linoleum, le piastrelle, il chintz, il lino, la seta e la lana presentano infatti caratteristiche diverse e diverso è l’effetto che possono creare.

Il design d’interni in genere si conforma a determinate regole: le dimensioni di ciascun mobile devono commisurarsi alle dimensioni della stanza e degli altri mobili. Occorre collocare lampade e lampadari nei luoghi riservati alla lettura e aumentarne o diminuirne il numero a seconda che venga richiesta un’illuminazione diffusa o particolarmente intensa in alcuni punti. Le decorazioni delle pareti devono trovarsi nel campo visivo dell’osservatore, e non possono essere irrelate tra loro né con gli altri elementi dell’arredo. Un’ulteriore regola riguarda la disposizione di mobili e complementi, che non deve fare sembrare l’ambiente più pieno in certi punti e meno in altri, pur rispondendo a criteri di funzionalità e praticità.

3. L’architettura d’interni nell’antichità

Nell’antico Egitto le case più povere, costruite con il fango, erano arredate in modo essenziale: la loro unica decorazione era costituita dalla mano di calce sulle pareti, una consuetudine che sopravvive ancora oggi. Le abitazioni dei ceti più benestanti si distinguevano invece per la ricchezza dei colori e delle decorazioni dipinte sui muri. Case ancora più sontuose erano quelle destinate alle classi aristocratiche: di solito articolate attorno a un cortile, le stanze erano ornate da pannelli raffiguranti motivi tipici dell’Egitto, come palme e papiri. Le pareti erano spesso coperte da stuoie di canne intrecciate e i mobili erano caratterizzati da notevole raffinatezza, grazie a intarsi di avorio, gemme, oro e argento. Le pitture murali ritraevano perlopiù i membri della famiglia, a testimonianza del valore attribuito alla vita domestica. La tinta preferita per i pavimenti era il blu, che creava l’illusione di una tranquilla distesa d’acqua.

Nell’antica Grecia l’architettura si ispirava ai principi della simmetria, dell’unità e della semplicità, lasciando poco spazio agli eventuali miglioramenti apportati dalla progettazione d’interni. I palazzi di Creta e Micene presentano tuttavia ricche decorazioni (soprattutto affreschi dai colori vivaci) e conservano numerosi pezzi artistici d’avorio, di ceramica e di metallo.

Il gusto greco-romano è ben illustrato dalle rovine di Pompei e di Ercolano. Molto diffuso era il ricorso ai mosaici murali e pavimentali e alla pittura parietale con effetto trompe-l’oeil. Grande importanza era inoltre attribuita al comfort, come dimostra la tipica sala da pranzo (triclinium), arredata con divani dotati di cuscini su cui i commensali stavano semisdraiati durante il pasto. Fino al IV secolo d.C. l’architettura d’interni romana fu improntata al gusto per il lusso e lo sfarzo. Le abitazioni si riempirono di mobili pregiati e di raffinate tappezzerie in lino, seta e lana. Particolare attenzione era riservata alla progettazione di decorazioni e oggetti per gli usi domestici, perlopiù realizzati in bronzo, vetro, oro, argento e ceramica.

4. L’architettura d’interni in Oriente

A partire dal VII secolo d.C., in molti paesi del Medio Oriente posti sotto l’influenza politica e religiosa degli arabi, prese forma e si diffuse l’arte islamica, che trovò larga espressione anche nel campo della decorazione e dell’arredamento. Pur traendo spunto da culture varie e radicandosi in paesi diversi, lo stile islamico presenta peculiarità proprie, ben riconoscibili. Poiché il Corano vieta la riproduzione di figure umane e animali, si affermarono nella decorazione musiva elaborati motivi geometrici e calligrafici. Tessuti, tappeti e ceramiche furono impreziositi con raffigurazioni di giardini reali o immaginari, splendidi arabeschi, intrecci geometrici e composizioni floreali e vegetali. I tessuti preferiti per le rifiniture dei mobili e per le tappezzerie erano la seta e il velluto.

L’influsso dello stile islamico è ravvisabile anche in alcuni edifici della Spagna meridionale, e in particolare nel palazzo dell’Alhambra a Granada. Le stanze, disposte tutt’attorno a cortili, sono abbellite da piastrelle, stucchi e pannelli filigranati, ai quali in origine si affiancavano tappeti e tappezzerie di grande splendore.

Lo stile islamico si diffuse anche in India, dove raggiunse i risultati più notevoli tra la metà del XVI e la metà del XVII secolo. Il marmo fu tra i materiali più apprezzati per le costruzioni monumentali (quali ad esempio il Taj Mahal); molto spiccato fu il gusto per giardini e fontane elaborate. Nella tecnica musiva, procedimenti d’origine locale si combinarono con metodi importati, dando luogo a meravigliosi mosaici realizzati con lapislazzuli, specchi e vetri colorati.

Attorno al I secolo d.C. si sviluppò la tecnica dell’intaglio del legno e della pittura ad affresco: i motivi decorativi più popolari furono il loto, la ninfea e lo stramonio, simboli della vita, della creazione e della morte. Anche i tappeti, i tessuti e le ceramiche furono ornati facendo ricorso a questi soggetti tradizionali, che caratterizzano tuttora gli arredi indiani e provano l’abilità degli artigiani nella lavorazione del legno e dei metalli.

La semplicità e la misura sono i cardini attorno a cui ruota la progettazione d’interni in Cina. Lo spazio dei complessi architettonici era un tempo suddiviso da graticci ricoperti con carta traslucida: tali materiali, in uso sin dall’antichità, conobbero lunga fortuna, in quanto sono molto pratici, danno un’impressione di leggerezza, proteggono l’intimità degli abitanti della casa e possono essere spostati a piacere. Secondo il ceto sociale del proprietario i pavimenti erano in terra battuta, in pietra o in marmo; le travi a vista erano riccamente intagliate con dragoni o tigri. A partire dal III-II secolo a.C. si diffusero i mobili in legno scuro; cassettoni e stipi rappresentarono le tipologie preferite per riporre gli oggetti domestici. Dopo il X secolo l’arredamento si fece più elaborato, con abbondante presenza di intagli in avorio, madreperla, giada, argento e oro. La seta, spesso di vari colori, fu largamente impiegata per tappezzerie e ricami.

Anche l’arredamento e la decorazione d’interni giapponesi sono orientati a canoni di sobrietà; se tra il VI e il IX secolo l’influenza cinese determinò un discreto successo delle tinte vivaci, dopo questo periodo prevalsero le tonalità naturali. Gli ambienti della casa tipica giapponese sono separati per mezzo di paraventi ricoperti di carta, talvolta decorati con paesaggi e scene pastorali. Il nucleo dell’abitazione ospita alcove, mensole e pochi oggetti; i pavimenti sono coperti da stuoie di paglia di riso dette tatami. Il mobilio è ridotto al minimo ed è composto perlopiù da cuscini e paraventi scorrevoli. Come le popolazioni islamiche, i giapponesi hanno sempre avuto particolare cura dei giardini, abbelliti da fontane e laghetti artificiali.

5. L’architettura e la decorazione d’interni in Occidente

Come in Oriente, anche nella storia dell’arte occidentale la sistemazione architettonica e l’arredamento degli interni ha sempre costituito un ambito di intervento artistico e artigianale molto rilevante, che ha consentito di volta in volta la sperimentazione di materiali, motivi decorativi e modelli estetici inediti, in consonanza con l’affermarsi di nuovi stili o tendenze del gusto; il suo studio è inoltre interessante anche per comprendere l’evoluzione degli usi e delle abitudini quotidiane e culturali.

1. Il Medioevo: gli interni romanici e gotici

In epoca medievale le dimore comuni erano semplici tuguri e capanne che offrivano a malapena un riparo. I nobili con seguito e servi abitavano invece nei castelli, nei quali la parte adibita ad abitazione era organizzata attorno a un salone principale, che era in parte cucina e in parte sala da pranzo; inoltre, finché non si impose l’uso di allestire camere da letto separate per i servitori, il salone si trasformava di notte in dormitorio, diviso da tende per distinguere lo spazio riservato alle donne da quello per gli uomini. Questo ambiente polivalente poteva raggiungere i 18 metri di lunghezza e i 6 metri di larghezza ed era coperto da un tetto sostenuto da travi di legno, che nel tardo Medioevo venivano abbellite da intagli o pitture. Il pavimento – di pietra, terra, mattoni o piastrelle – era di solito coperto di giunchi, paglia e foglie; dopo le crociate entrarono in voga tappeti e stuoie importati dal Medio Oriente.

I normanni furono tra i primi a ricoprire le pareti con arazzi, diffondendone poi l’uso nei paesi dominati; inoltre, la necessità di isolare termicamente gli ambienti introdusse in varie regioni la consuetudine di intonacare i muri di pietra, acquisizione che aprì la strada anche alla decorazione ad affresco. Il mobilio medievale era costituito perlopiù da tavoli, panche, sgabelli e spaziosi cassettoni. Questi ultimi, in legno e ferro battuto, erano destinati a contenere i denari e i preziosi del possessore; in caso di incendi o attacchi nemici potevano essere trasportati senza difficoltà.

Nel XV secolo le condizioni di relativa stabilità che si vennero a creare in Europa incoraggiarono la costruzione di residenze più confortevoli dei tradizionali castelli, e più adatte alle esigenze della vita quotidiana. Nacquero così lo château (un edificio a metà tra il palazzo suburbano e il castello, circondato generalmente da giardini) e il maniero gotico. Già nel Duecento avevano fatto la loro comparsa nell’Italia dei Comuni, in Inghilterra e in Francia dimore aristocratiche urbane dagli ambienti comodi e ben ripartiti tra salone, cucina, camere da letto e dispensa.

Nel Quattrocento nell’Europa settentrionale si diffuse l’uso di tappezzerie per ricoprire le pareti, suddividere gli ambienti più spaziosi, nascondere le porte; inoltre le tradizionali imposte di legno, che coprivano e riparavano le finestre, cedettero il passo ai tendaggi.

2. Gli interni rinascimentali

Le case italiane d’epoca rinascimentale avevano ampie stanze con soffitti molto alti e ornati da pitture e modanature di stucco (spesso a lacunari), ispirate ai modelli greco-romani. Decoratori e arredatori miravano innanzitutto a suggerire un’impressione di fasto e magnificenza. In Francia e in Italia si occuparono di architettura d’interni i maggiori artisti, del calibro di Raffaello e Benvenuto Cellini, che arricchirono gli ambienti dei palazzi con decorazioni di inestimabile pregio. I mobili erano previsti in numero limitato, e comprendevano credenze, cassettoni e armadi che dovevano adattarsi all’architettura simmetrica della stanza.

Nell’Inghilterra del primo Rinascimento prevalse lo stile Tudor, adottato nelle tipiche case in pietra e mattoni con le travi di legno a vista. Tra gli elementi decorativi, ampia diffusione conobbero in questo paese i pannelli lignei, le finestre a colonnine, i camini, i caminetti e le mensole. Gli ambienti erano semplici e sobri, occupati solo in parte da mobili e accessori. I soffitti e le pareti erano abbelliti da modanature in stucco o coperti da tappezzerie; le finestre, le porte e i letti a baldacchino furono impreziositi da pesanti drappi in velluto, damasco e broccato.

3. Gli interni barocchi

Tra il XVII e il XIX secolo il gusto decorativo francese si impose in tutta Europa. In Francia il Seicento vide lo sviluppo di due stili caratteristici, che presero il nome dai re Luigi XIII e Luigi XIV. Il primo prevalse fino alla metà del secolo e rappresentò l’evoluzione dello stile rinascimentale francese, soprattutto nei mobili (perlopiù angolari e quadrati). Nella seconda parte del Seicento e durante i primi vent’anni del secolo successivo si affermò lo stile Luigi XIV, caratterizzato da solidità, magnificenza e abbondanza di decorazioni in bronzo dorato. Pur non rinunciando al principio classico e rinascimentale della simmetria, il nuovo stile era improntato al gusto tipicamente barocco per lo sfarzo e l’ostentazione.

La reggia di Versailles ne è il principale esempio, per le decorazioni eseguite da Jules Hardouin-Mansart e Charles Le Brun, direttore della manifattura Gobelins, da cui provenivano i mobili reali e i celebri arazzi, che riscossero grande successo in Francia e in altri paesi europei.

Particolare attenzione fu riservata in Francia al rivestimento decorativo (e funzionale, dato il risultato isolante) delle pareti. I tradizionali pannelli lignei, lisci o arricchiti da semplici cornici lineari, furono soppiantati dalla boiserie, opera di scultura e intaglio in legno massiccio impreziosita sovente da dorature e motivi orientaleggianti. Dal XVIII secolo le pareti furono talvolta incorniciate con listelli più o meno lavorati di legno.

All’inizio del Seicento l’Inghilterra vide la diffusione del cosiddetto stile giacobiano, che accoglieva molti motivi classici. Durante il protettorato di Oliver Cromwell, il puritanesimo dettò nell’architettura d’interni un orientamento austero ed essenziale. La restaurazione del 1660 diede nuovo slancio alle tendenze sfarzose, nuovamente abbandonate tuttavia dopo l’incoronazione di Guglielmo III d’Orange-Nassau e Maria II Stuart (1689), quando l’influenza dell’arte olandese riportò in auge il gusto per la semplicità. Gli ambienti inglesi di fine secolo testimoniano una prioritaria ricerca di intimità e comfort: i pavimenti di legno erano quasi interamente coperti di tappeti orientali, mentre le pareti erano rivestite di carta da parati molto simile alla tappezzeria in tessuto.

4. Gli interni rococò

In Francia lo stile barocco in voga durante il regno di Luigi XIV cedette il passo, sotto Luigi XV, allo stile reggenza e al rococò, caratterizzato da motivi curvilinei elaborati e delicati: le pareti delle stanze furono rivestite da pannelli lignei dipinti con colori pastello, abbelliti da stilizzate figurazioni naturalistiche o da disegni di sapore orientale. Si affermò l’uso di un ripiano in marmo intagliato di forma arrotondata, detto console, sovrastato da una specchiera detta trumeau. Anche i tessuti e le tappezzerie si distinguevano per raffinatezza e valenza decorativa, con i loro articolati arabeschi, intrecci di nastri e fiori.

I lampadari, gli accessori per il caminetto e gli utensili per la cucina testimoniano dell’alto livello tecnico e artistico raggiunto nella lavorazione dei metalli, che prevedeva spesso interventi di cesellatura e doratura. I pavimenti erano di solito in legno lavorato a intarsio o in parquet e venivano coperti da tappeti intessuti nelle manifatture di Aubusson e della Savonnerie. Tipica del rococò fu inoltre la ricerca di soluzioni confortevoli nel mobilio: si pensi a pezzi quali la chaise-longue (poltrona con spalliera molto inclinata), la bergère (sedia imbottita) e i piccoli scrittoi detti éscritoires.

Sul finire del Settecento si affermò lo stile Luigi XVI, improntato a criteri di semplicità e nobile raffinatezza e strettamente legato al neoclassicismo. I mobili e gli ornamenti presentarono ora linee diritte e angoli retti; le stanze si rimpicciolirono e si articolarono in modo più razionale, ciascuna destinata a una funzione particolare e a un momento della vita quotidiana: ad esempio, al salone per i ricevimenti si affiancarono il salottino, la biblioteca e la sala da pranzo. Si riduceva la porzione delle pareti occupata dai pannelli di legno intarsiato, ora meno ricchi di decorazioni che in passato, facendo così spazio a estesi affreschi, sovente di tema classico. Porte, finestre e ripiani in marmo furono progettati secondo modelli rettangolari e i soffitti furono lasciati spesso privi di decorazioni, anche se non mancano esempi di dipinti con forte effetto di sfondamento illusionistico.

5. Gli stili del Settecento inglese

Nei primi decenni del Settecento in Inghilterra il gusto barocco lasciò luogo nell’architettura allo stile georgiano, caratterizzato dal ritorno a stilemi classici. Nell’ambito della decorazione d’interni si imposero le personalità degli architetti scozzesi James e Robert Adam, che si rifecero ai principi dell’architettura greca e romana: il loro stile influenzò i principali fabbricanti di mobili dell’epoca, tra cui Thomas Chippendale.

6. L’architettura d’interni nell’America coloniale

Per i coloni americani del XVII secolo l’estetica e il comfort delle dimore non erano valori considerati primari. Le case costruite agli inizi del Seicento nel New England hanno soffitti bassi, finestre strette, ampi caminetti e pochissimi mobili. Maggiore attenzione alla decorazione degli interni si impose sul finire del secolo, quando le pareti si coprirono di pannelli lignei e apparvero i primi soffitti travati. In seguito alla diffusione di libri sull’architettura e sull’arredamento importati dall’Inghilterra, si sviluppò lo stile coloniale, una variante del gusto georgiano. Gli interni americani del Settecento si arricchirono di pilastri, cornicioni, mensole intagliate e pavimenti di legno. Grande diffusione conobbero anche le carte da parati, che affiancarono i tendaggi di damasco e di raso per abbellire le pareti e nascondere le porte.

7. Lo stile impero e lo stile vittoriano

Nei primi anni dell’Ottocento l’architettura d’interni europea e statunitense fu improntata allo stile impero, sviluppatosi in Francia durante l’epoca napoleonica e ispirato all’arte classica ed egizia. Caratteristiche salienti del nuovo gusto furono linee curve e allungate e inserzioni di elementi in avorio, ottone e bronzo dorato. Le medesime predilezioni stilistiche ricorrono anche nella variante americana, che prese il nome di stile federale e il cui maggior interprete fu Duncan Phyfe.

Nella seconda metà del secolo si impose invece in Inghilterra e in America lo stile vittoriano, così detto dal nome della regina inglese Vittoria: le stanze si riempirono di mobili e ninnoli, e ogni superficie fu coperta da tessuti frangiati. La produzione industriale diede inoltre il via all’imitazione e alla diffusione su larga scala degli stili artistici, favorendo l’affermarsi di uno smodato eclettismo che perdurò fino all’inizio del Novecento.

Gli ultimi decenni del XIX secolo videro imporsi tra gli obiettivi principali dell’architettura d’interni la praticità e la semplicità: il movimento Arts and Crafts, fondato da William Morris, individuò nella lavorazione artigianale la via migliore per perseguirli. Poco più tardi l’architetto scozzese Charles Rennie Mackintosh volle coniugare la solidità dei mobili Arts and Crafts all’eleganza e al gusto per la linea dell’Art Nouveau; grandi esponenti del nuovo stile decorativo furono a Bruxelles Victor Horta e a Parigi Hector Guimard.

8. L’architettura d’interni nel Novecento

Dopo la prima guerra mondiale si approfondì il contrasto tra gli architetti di gusto tradizionalista, che proponevano per l’arredamento mobili antichi o loro riproduzioni, e i sostenitori degli stili moderni, considerati più idonei alla realtà dei nuovi tempi. Tra gli anni Venti e Trenta si affermò l’Art Déco, che ricuperò elementi dell’arte greca ed egizia trasformandoli secondo le esigenze moderne: tipici della nuova tendenza furono linee pulite, forme simmetriche, materiali e tessuti raffinati. Un’altra importante scuola di design fu rappresentata dal gruppo olandese De Stijl, che predilesse i colori primari e gli schemi compositivi rettangolari, rifacendosi in parte allo stile cubista.

Gli architetti tedeschi del Bauhaus si orientarono soprattutto verso la funzionalità e la praticità dell’arredamento, utilizzando materiali innovativi quali l’acciaio, l’alluminio e il compensato; i principali rappresentanti di questa scuola furono gli architetti Ludwig Mies van der Rohe, Marcel Breuer e Walter Gropius. Nei paesi scandinavi i designer predilessero modelli curvilinei e colori brillanti: merita di essere menzionato il finlandese Alvar Aalto, noto per la rigorosa semplicità dei suoi mobili in legno.

Negli Stati Uniti la progettazione d’interni è divenuta nel Novecento una delle professioni più prestigiose; fra le maggiori personalità che si affermarono in questo campo si ricordano gli architetti Charles Eames ed Eero Saarinen e gli scultori Harry Bertoia e Isamu Noguchi. Nella seconda metà del secolo la Op-Art e la Pop Art hanno profondamente influenzato il design d’interni, determinando ad esempio il successo delle forme geometriche colorate. Altra importante realtà nel panorama dell’architettura in tempi più recenti è rappresentata dal cosiddetto stile High Tech (dall’inglese High Technology, “alta tecnologia”), che prevede l’uso di materiali e strutture prodotte con tecnologie avanzate.

8.1. Il design d’interni italiano

In Italia il design industriale divenne una realtà solo dopo la seconda guerra mondiale, quando validi professionisti come Gio Ponti, Franco Albini, Ignazio Gardella e Carlo Mollino cominciarono a lavorare per varie aziende disegnando mobili e pezzi d’arredamento. Alla fine degli anni Cinquanta, quando la portata innovativa del design italiano rischiava di venire schiacciata dalle costrizioni economiche, si sviluppò la corrente del neoliberty, che portò alla ribalta i nomi di Vittorio Gregotti e Gae Aulenti, Lodovico Meneghetti e Aimaro Isola, Giotto Stoppino e Aldo Rossi. Al centro della ricerca di questi designer stava il confronto formale e tipologico con i modelli classici: esemplare da questo punto di vista è la poltrona a dondolo Locus solus (1965) realizzata da Gae Aulenti per Zanotta.

Tutti i maggiori movimenti d’avanguardia guardarono con interesse alle possibilità espressive offerte dal design e dall’architettura d’interni; nacquero dall’Arte povera, ad esempio, pezzi come la poltrona Joe (1970), a forma di guanto di baseball, prodotta per Poltronova da Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi.

Nel 1972 a New York, in occasione della mostra “Italy, the New Domestic Landscape”, Ettore Sottsass si presentò al Museum of Modern Art con un progetto di “controdesign” prodotto dalla Kartell, azienda particolarmente propensa all’utilizzo di materie plastiche. Uno stretto rapporto tra progettazione e rielaborazione delle più varie suggestioni culturali, insieme al ricorso a materiali insoliti e alla predilezione per forme estreme diede vita agli arredi creati dai designer di Alchimia, tra cui vanno citati la lampada Spaziale (1980) di Michele De Lucchi e il tavolino Strutture che tremano di Ettore Sottsass (1979).

Anche Gaetano Pesce, rappresentante del radical design, privilegiò la plastica, come nella poltroncina Dalila e nel tavolo Sansone per Cassina (1980). Orientato come Sottsass verso l’antifunzionalismo, Alessandro Mendini ha inventato un arredo d’ispirazione simbolica, che mira a instaurare un rapporto intimo tra l’oggetto e il suo fruitore: come nel divano Kandissi (1980), realizzato con lacche multicolori, radica, tartaruga e gobelin.

Oggi l’architettura d’interni, che continua la sua ricerca tributando uguale attenzione ai gusti diffusi e alle nuove tecnologie, si articola in molte tendenze diverse, cercando di avvicinarsi alle esigenze di un numero sempre maggiore di persone. Prezzi accessibili e semplicità sono le caratteristiche più richieste per l’arredamento da parte di una larga fascia della popolazione mondiale: a questa domanda rispondono attualmente varie aziende in rapido sviluppo, che propongono prodotti in serie costruiti spesso con materiali naturali e colori atossici, coniugando praticità ed economicità con un design gradevole e originale.