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Aborto
1. Introduzione

Aborto o Interruzione volontaria di gravidanza (IVG) Interruzione della gravidanza che si verifichi prima che il feto abbia raggiunto uno sviluppo tale da consentirgli di vivere in modo autosufficiente al di fuori dell'utero materno, e cioè entro la ventiseiesima settimana di gestazione. Se l'interruzione avviene quando il feto è diventato vitale (capace di vita extrauterina) e avviene entro la trentasettesima settimana di gestazione, si parla di parto prematuro. L'aborto può essere spontaneo o provocato.

2. Aborto spontaneo

Si calcola che circa il 10-15% di tutte le gravidanze umane si concluda spontaneamente in anticipo con un aborto. Tre aborti spontanei su quattro si verificano nei primi tre mesi di gravidanza. Le donne che hanno già avuto un aborto spontaneo sono considerate, nel caso di successive gravidanze, soggetti a rischio: infatti, aborti ricorrenti e consecutivi riducono la probabilità di portare a termine ulteriori gravidanze e di dare alla luce bambini vivi. Le cause degli aborti spontanei non sono sempre chiaramente definite. Lo sviluppo anomalo del feto o della placenta, o di entrambi, si riscontra in circa la metà dei casi di aborto; tali anomalie possono essere dovute a difetti intrinseci dei gameti, a scorretto impianto dello zigote in crescita o ad altre caratteristiche dell'ambiente materno. Negli animali di laboratorio è stato dimostrato che anche gravi carenze vitaminiche possono essere causa di aborto. Gli aborti spontanei, inoltre, possono essere causati da anomalie presenti nel corpo della donna: di tipo locale, come uno sviluppo ridotto dell'utero (ipoplasia uterina), tumori, fibromi uterini, polipi endometriali e infezioni acute; di tipo generale, come gravi forme di ipertensione e diabete, nefriti, malattie autoimmuni come il lupus eritematoso sistemico, gravi anemie, deficit ormonali con ridotta produzione di estrogeni e progesterone, nonché gravi traumi. Anche stati ansiosi gravi e altri disturbi psichici possono contribuire all'espulsione prematura del feto.

1. Sintomi e terapia

Il sintomo più comune della minaccia di aborto è l'emorragia vaginale, ossia una perdita più o meno cospicua di sangue dalla vagina, eventualmente accompagnata da dolori intermittenti. Tuttavia, circa un quarto delle donne gravide presenta emorragia durante la prima fase della gravidanza, e di queste donne il 50% riesce comunque a portare a termine la gravidanza. La terapia prescritta nei casi di minaccia di aborto è di solito il riposo a letto. In alcuni casi di aborti ripetuti, può rendersi necessario il riposo a letto quasi ininterrotto per l'intero decorso della gravidanza; è possibile somministrare anche vitamine e ormoni. In alcuni di questi casi, può essere indicata la correzione chirurgica delle anomalie uterine.

Gli aborti spontanei possono provocare l'espulsione di tutto o di parte del contenuto dell'utero. In alcuni casi, l'embrione può morire e rimanere nell'utero per settimane o mesi (si parla allora di aborto ritenuto). La maggior parte dei medici consiglia l'ablazione chirurgica (ossia l'asportazione) di tessuti embrionali o placentari eventualmente residui, per evitare l'insorgenza di possibili irritazioni o infezioni del rivestimento interno dell'utero (endometrio).

3. Aborto provocato

L'aborto provocato è quello che viene effettuato da un medico quando la madre vuole interrompere volontariamente la gravidanza. Attualmente viene eseguito con procedure standard, che variano a seconda del periodo di gestazione.

1. Tipi di aborto provocato

L'aborto per aspirazione, o isterosuzione, viene effettuato nel primo trimestre (fino a 9-12 settimane), ed è un intervento ambulatoriale che dura da cinque a dieci minuti. Nel corso di esso la cervice (collo dell'utero) viene gradatamente aperta con una serie di dilatatori, e il contenuto dell'utero viene aspirato tramite un piccolo tubo flessibile chiamato cannula, connesso a una pompa aspirante. Per assicurarsi che non restino frammenti di tessuto, è possibile poi raschiare il rivestimento interno dell'utero con uno strumento di metallo a forma di cucchiaio, detto curette. Le gravidanze nella prima parte del secondo trimestre possono essere interrotte con una particolare strumentazione detta curettage ad aspirazione, talvolta combinata con l'uso del forcipe, in un procedimento detto dilatazione ed evacuazione. In tal caso, la paziente può essere costretta a fermarsi in ospedale per una notte e accusare emorragia e dolori di tipo mestruale.

Dopo la quindicesima settimana di gestazione, si utilizza comunemente una tecnica nota come infusione salina. Attraverso questa metodica, tramite un sottile tubo o un ago ipodermico, si estrae dall'utero, attraverso la parete addominale, una piccola quantità di liquido amniotico e lo si sostituisce lentamente con una soluzione salina molto concentrata (al 20% circa), che induce contrazioni uterine in circa 24-48 ore. Il feto viene di solito espulso velocemente e la paziente lascia l'ospedale il giorno dopo. Gli aborti tardivi, ossia successivi alla quindicesima settimana, vengono eseguiti con isterotomia, un intervento chirurgico simile a un taglio cesareo, che però comporta un'incisione dell'addome molto più piccola. L'induzione delle contrazioni uterine può avvenire anche tramite somministrazione di prostaglandine sotto forma di gel applicato alla cervice oppure di iniezione intra-amniotica. Se eseguite in condizioni cliniche adeguate, le interruzioni di gravidanza al primo trimestre si ottengono con procedimenti relativamente semplici e sicuri. Con il proseguire della gravidanza, invece, aumenta la probabilità di complicazioni, fra cui infezioni, danni alla cervice, perforazione dell'utero ed emorragie gravi.

2. RU 486, la “pillola abortiva”

Un'alternativa a queste procedure è la somministrazione del farmaco denominato RU 486, il cui principio attivo, il mifepristone, blocca la produzione dell'ormone progesterone e, in tal modo, impedisce la prosecuzione della gravidanza, determinando il distacco dell’embrione dalla mucosa endometriale in cui è annidato. Il farmaco è efficace entro i primi 50 giorni di gestazione e non viene applicato dopo il 63° giorno; dopo tale data, infatti, aumentano i rischi per la salute della donna e aumenta la probabilità che essa debba sottoporsi a intervento chirurgico per incompleto distacco del feto. La RU 486 fu introdotta nel 1982 in Francia, nel 1988 in Cina e, in seguito, in Gran Bretagna e in Svezia. Si è diffusa quindi in altri paesi europei ed extraeuropei, quali l’India e Israele. Dal 2000 la Food and Drug Administration ne ha consentito l’impiego negli Stati Uniti.

A una prima somministrazione di mifepristone segue dopo due giorni quella di un altro farmaco, il misopristolo, applicato per via vaginale o orale. Ciò garantisce una efficacia del trattamento prossima al 100%. Nella donna si verifica quindi un aborto spontaneo che a seconda dei casi può avvenire entro quattro ore, 24 ore o due settimane. Si verificano perdite sanguigne per circa 9-14 giorni.

Nell’autunno del 2002 l’introduzione sperimentale della RU 486 in Italia, in un ospedale di Torino, ha suscitato vivaci polemiche tra chi ritiene che questo farmaco possa essere immesso liberamente sul mercato, con conseguenze pericolose; e chi giudica che il trattamento farmacologico debba essere promosso come alternativa a quello chirurgico, rendendo l’interruzione di gravidanza meno cruenta.

4. Regolamentazione dell'aborto

Anticamente la pratica dell'aborto era diffusa come mezzo di controllo delle nascite. In seguito è stata proibita o limitata da quasi tutte le religioni. All'inizio del Novecento dapprima il Parlamento inglese e poi le legislature degli stati americani proibirono l'aborto provocato per proteggere le donne dalle procedure chirurgiche del tempo, che spesso mettevano in pericolo la salute della madre. L'unico tipo di aborto contemplato dalla legge era quello terapeutico, ammesso solo in caso di minaccia per la vita o per la salute della madre. Oggi le legislazioni di molti paesi contemplano la possibilità di interrompere le gravidanze indesiderate per motivi non solo medici, ma anche sociali o privati. Il primo paese a concedere l'aborto su richiesta della donna fu la Russia post-rivoluzionaria nel 1920, seguita dal Giappone e da diverse nazioni dell'Est europeo dopo la seconda guerra mondiale. Alla fine degli anni Sessanta, l'aborto fu liberalizzato in molti paesi, in seguito alla rapida crescita della popolazione mondiale, alla diffusione del movimento femminista, alla registrazione di numerosi casi di infanticidio e all'alto tasso di decessi causati dagli aborti clandestini.

1. Legislazione italiana

In Italia, la legge 194 del 22 maggio 1978 ha fissato a 90 giorni di gestazione il termine per effettuare l'interruzione volontaria della gravidanza: l'aborto provocato non costituisce reato, se è compiuto entro tale lasso di tempo e se vi è pericolo per la salute fisica o psichica della donna, se sussistono timori di malformazioni del feto o se si ritiene che la sopravvivenza di questo possa venire gravemente compromessa dalla precarietà delle condizioni sociali ed economiche della famiglia. Dopo tale termine, l'aborto è praticabile solo nei casi in cui il feto muoia o se vengono riscontrate dal medico gravi malformazioni fetali o condizioni che mettono in pericolo la salute della donna. Nel caso in cui la donna gravida abbia meno di 18 anni, l'interruzione volontaria della gravidanza deve avvenire con il consenso di chi esercita la potestà di genitore oppure, in mancanza di questo, del giudice tutelare. La legge prevede anche che il personale sanitario possa esercitare, mediante dichiarazione, l'obiezione di coscienza con esonero dalle procedure di aborto. Gli enti ospedalieri sono comunque tenuti a garantire l'interruzione volontaria alla donna che l'abbia richiesta secondo l'iter previsto dalle norme vigenti; inoltre, l'obiezione di coscienza non può essere invocata dal personale medico qualora la donna sia in imminente pericolo di vita.