| Trova nell'articolo | Heidegger, Martin | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Heidegger, Martin (Messkirch, Baden 1889-1976), filosofo tedesco. Studiò teologia e filosofia presso l'Università di Friburgo, dove nel 1916 divenne assistente di Edmund Husserl, il fondatore della fenomenologia. Docente di filosofia a Marburgo dal 1923, nel 1927 Heidegger pubblicò il suo capolavoro, Essere e tempo; nel 1928 succedette a Husserl a Friburgo e l'anno successivo tenne la prolusione pubblica intitolata Che cos'è la metafisica?.
Nel 1933 venne eletto dal senato accademico rettore dell'Università. In quell'occasione aderì al Partito nazionalsocialista e tenne un discorso di rettorato in cui parlò della 'inesorabilità di quella missione spirituale che obbliga e incalza il destino del popolo tedesco a forgiare la propria storia'; ben presto, tuttavia, si dimise dalla carica di rettore (nel febbraio del 1934, sei mesi prima della completa assunzione del potere da parte di Hitler), poiché non approvava la deposizione di due decani di facoltà non nazisti da lui nominati. Da quel momento si dedicò solo all'insegnamento e ai suoi studi, tenendo nel 1936 le conferenze Hölderlin e l'essenza della poesia e L'origine dell'opera d'arte (pubblicate nel 1944). Tra il 1936 e il 1940 tenne inoltre corsi e seminari su Nietzsche, che furono pubblicati nel 1961.
Estromesso per alcuni anni dall'attività d'insegnamento dopo la guerra, nella Lettera sull'umanesimo (1946) polemizzò con l'interpretazione del suo pensiero in chiave esistenzialistica. Svolse ancora attività seminariali e tenne numerose conferenze, pubblicate poi coi titoli Sentieri interrotti (1950), Saggi e discorsi (1954), In cammino verso il linguaggio (1959), Segnavia (1967).
| 2. | Il problema del senso dell'essere |
In Essere e tempo Heidegger piegò il metodo della fenomenologia di Husserl alla ripresa di un problema che, a suo giudizio, si era affacciato nella filosofia greca, dalle origini fino ad Aristotele, rimanendo però obliato negli sviluppi successivi della metafisica: il problema del senso dell'essere. L'intenzione di Heidegger era di dimostrare che in tutta la storia della filosofia l'essere dei diversi enti, cioè di tutte le cose che 'sono', è stato pensato in base a una specifica dimensione temporale: il presente.
Riproporre il problema del senso dell'essere significava, secondo Heidegger, indagare quell'ente, l'uomo (da lui denominato 'esserci'), che si contraddistingue per il fatto di vivere sempre in una determinata comprensione del suo essere e dell'essere delle cose che incontra nel mondo. Si trattava pertanto di analizzare l''esistenza' dell'uomo, che Heidegger concepiva come un 'essere-nel-mondo', portando alla luce le sue strutture fondamentali: gli 'esistenziali'. Gli esistenziali principali sono la 'situazione affettiva', il 'comprendere', il 'discorso', che distinguono sempre la maniera in cui l'uomo esiste ed entra in relazione con gli altri uomini e con gli oggetti di cui si prende cura. Questi oggetti, a loro volta, non sono mai soltanto delle 'semplici presenze sotto mano', ma in primo luogo degli 'utilizzabili', inseriti in una totalità di mezzi e di rimandi la cui trama costituisce il 'mondo circostante' dell'uomo. Respingendo il dualismo della moderna epistemologia, Heidegger mette in luce come l'uomo non sia, diversamente da quanto presupponeva Cartesio, un soggetto virtualmente senza mondo, confinato nella sfera interiore delle sue rappresentazioni, da cui deve uscire per raggiungere le cose esterne, ma è già sempre in un rapporto di 'familiarità' nei confronti del mondo, che l'uomo comprende e interpreta. La 'comprensione', che Dilthey aveva teorizzato come procedimento fondamentale della conoscenza storica, diventa ora, nella fenomenologia ermeneutica di Heidegger, la maniera fondamentale in cui l'”esserci” (l'uomo) entra in relazione con il mondo, prima di ogni elaborazione conoscitiva di carattere scientifico.
Tuttavia l''esserci' è 'gettato' in un mondo che non ha creato lui stesso: egli costituisce un 'progetto gettato', il cui essere è anzitutto un 'essere-per-la-morte'. Da qui nascono la precarietà e la finitezza dell'esistenza, che è sospesa tra le alternative dell''autenticità' e dell''inautenticità', tra un progetto responsabile di sé o l'adesione al vuoto conformismo della massa. Attraverso l''angoscia' e la 'chiamata della coscienza' l'uomo però si apre alla sua autenticità e scopre il radicamento temporale del suo essere. Egli infatti è sempre aperto al futuro e a partire dal suo progetto relativo al futuro tende a assumere responsabilmente su di sé il passato, portandosi nella situazione presente.
| 3. | Il linguaggio come 'casa dell'essere' |
Dopo Essere e Tempo, Heidegger si aprì al problema di un rovesciamento della prospettiva fino allora praticata, ponendo al centro dell'indagine, anziché l''esserci' (cioè l'uomo), l''essere' stesso.
Heidegger si rivolse all'interpretazione di particolari concezioni dell'essere sviluppate in Occidente. In contrasto con la concezione degli antichi greci, la società tecnologica moderna ha favorito un atteggiamento puramente manipolatorio, che ha deprivato l'essere e l'esistenza umana di significato. L'umanità, per Heidegger, ha dimenticato la sua autentica vocazione: ritrovare la comprensione profonda dell'essere, avviata dai primi filosofi greci. Tale comprensione rimane custodita solo nell'autentica opera d'arte o nel linguaggio, definito da Heidegger 'la casa dell'essere': non si tratta però del linguaggio quotidiano, scaduto a semplice strumento di comunicazione, ma del linguaggio poetico, che mantiene la capacità di nominare originariamente le cose. Tutta la riflessione estrema di Heidegger è così rivolta sia al tentativo di una reinterpretazione di alcune parole originarie del pensiero greco, di cui egli suggerisce nuove etimologie, sia a un'interpretazione non convenzionale della poesia di autori come Hölderlin, Rilke e Trakl.
L'incidenza del pensiero di Heidegger sul pensiero contemporaneo è enorme: spesso frainteso, come nel caso delle letture esistenzialistiche degli anni successivi alla seconda guerra mondiale, esso è però stato alla base delle nuove interpretazioni della filosofia greca e di Nietzsche; inoltre ha esercitato un notevole influsso sia in Francia (Derrida) sia in Italia (Vattimo, Cacciari) e negli ultimi anni ha suscitato l'attenzione di alcuni pensatori della corrente filosofica della filosofia analitica.