| Heidegger, Martin | Articolo | ||||
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| 2. | Il problema del senso dell'essere |
In Essere e tempo Heidegger piegò il metodo della fenomenologia di Husserl alla ripresa di un problema che, a suo giudizio, si era affacciato nella filosofia greca, dalle origini fino ad Aristotele, rimanendo però obliato negli sviluppi successivi della metafisica: il problema del senso dell'essere. L'intenzione di Heidegger era di dimostrare che in tutta la storia della filosofia l'essere dei diversi enti, cioè di tutte le cose che 'sono', è stato pensato in base a una specifica dimensione temporale: il presente.
Riproporre il problema del senso dell'essere significava, secondo Heidegger, indagare quell'ente, l'uomo (da lui denominato 'esserci'), che si contraddistingue per il fatto di vivere sempre in una determinata comprensione del suo essere e dell'essere delle cose che incontra nel mondo. Si trattava pertanto di analizzare l''esistenza' dell'uomo, che Heidegger concepiva come un 'essere-nel-mondo', portando alla luce le sue strutture fondamentali: gli 'esistenziali'. Gli esistenziali principali sono la 'situazione affettiva', il 'comprendere', il 'discorso', che distinguono sempre la maniera in cui l'uomo esiste ed entra in relazione con gli altri uomini e con gli oggetti di cui si prende cura. Questi oggetti, a loro volta, non sono mai soltanto delle 'semplici presenze sotto mano', ma in primo luogo degli 'utilizzabili', inseriti in una totalità di mezzi e di rimandi la cui trama costituisce il 'mondo circostante' dell'uomo. Respingendo il dualismo della moderna epistemologia, Heidegger mette in luce come l'uomo non sia, diversamente da quanto presupponeva Cartesio, un soggetto virtualmente senza mondo, confinato nella sfera interiore delle sue rappresentazioni, da cui deve uscire per raggiungere le cose esterne, ma è già sempre in un rapporto di 'familiarità' nei confronti del mondo, che l'uomo comprende e interpreta. La 'comprensione', che Dilthey aveva teorizzato come procedimento fondamentale della conoscenza storica, diventa ora, nella fenomenologia ermeneutica di Heidegger, la maniera fondamentale in cui l'”esserci” (l'uomo) entra in relazione con il mondo, prima di ogni elaborazione conoscitiva di carattere scientifico.
Tuttavia l''esserci' è 'gettato' in un mondo che non ha creato lui stesso: egli costituisce un 'progetto gettato', il cui essere è anzitutto un 'essere-per-la-morte'. Da qui nascono la precarietà e la finitezza dell'esistenza, che è sospesa tra le alternative dell''autenticità' e dell''inautenticità', tra un progetto responsabile di sé o l'adesione al vuoto conformismo della massa. Attraverso l''angoscia' e la 'chiamata della coscienza' l'uomo però si apre alla sua autenticità e scopre il radicamento temporale del suo essere. Egli infatti è sempre aperto al futuro e a partire dal suo progetto relativo al futuro tende a assumere responsabilmente su di sé il passato, portandosi nella situazione presente.