| Vetro | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 6. | Cenni storici |
I reperti archeologici rivelano che il vetro fece la sua comparsa in Medio Oriente fra il 3500 e il 3000 a.C., smentendo la tradizione riferita da Plinio il Vecchio secondo cui sarebbe stato la casuale invenzione di alcuni navigatori fenici.
| 1. | Il vetro nell’antichità |
I primi oggetti realizzati in vetro furono grani per collane, mentre i recipienti concavi non apparvero prima del 1500 a.C. Si ritiene che le basi per l’industria vetraria siano state gettate in Egitto da artigiani asiatici, che produssero le prime coppe e ampolle durante il regno di Tutmosi III (XV secolo a.C.). L’attività vetraria fu fiorente in Egitto e in Mesopotamia fino al 1200 ca. a.C., quando scomparve quasi del tutto per parecchi secoli. Soltanto nel IX secolo a.C. la fabbricazione di oggetti in vetro fu ripresa, soprattutto in Siria e Mesopotamia, da dove l’industria si diffuse in tutto il bacino del Mediterraneo. Durante l’epoca ellenistica fu invece l’Egitto, grazie alle vetrerie di Alessandria, ad affermarsi quale maggior fornitore di preziosi oggetti in vetro per le corti reali. La rivoluzionaria tecnica della soffiatura, inventata sulla costa fenicia nel I secolo a.C., permise un’ampia diffusione del materiale e delle tecniche in tutti i vasti territori dell’impero romano.
| 2. | Le tecniche antiche |
Prima dell’invenzione della soffiatura esistevano diversi metodi per decorare e foggiare gli oggetti in vetro colorato, sia trasparente sia opaco. I recipienti potevano ad esempio venire intagliati da blocchi di materiale solido, oppure era possibile imitare le procedure della lavorazione dei metalli e della ceramica, per ottenere decorazioni a intarsio, statuette, vasi e ciotole versando il vetro fuso in appositi stampi. Durante la fase di formatura gli artigiani egizi inserivano talvolta filamenti policromi nella pasta vitrea, dando così luogo a superfici variegate simili a quelle delle pietre preziose.
Altro procedimento era quello da cui si ricavava il cosiddetto vetro mosaico, derivante dall’uso di canne variopinte pressate o disposte attorno a una forma per poi essere fuse e rifinite a mano. I vetrai egizi ricorsero spesso anche alla tecnica della foglia d’oro, che consisteva nell’applicare su una lastra vitrea una foglia d’oro, che veniva ricoperta con altra pasta in modo da rinchiuderla fra due strati trasparenti.
Gran parte della produzione vetraria preromana fu realizzata colando il vetro a caldo su forme di materiale friabile (ad esempio l’argilla), che venivano poi distrutte. I recipienti così ottenuti presentavano una superficie a tinte vivaci (verde, azzurro, giallo), a strisce parallele, a squame o “a penne”, cui in seguito venivano applicati i manici, il collo e il piede. Questo procedimento, adatto per realizzare contenitori di dimensioni ridotte quali scatole per cosmetici e piccoli vasi, raggiunse risultati di grande pregio soprattutto nell’antico Egitto durante i regni della XVIII e XIX dinastia. A partire dal VI secolo a.C. gli oggetti prodotti con questo metodo cominciarono a ispirarsi ai modelli della ceramica greca (vedi Arte greca).
| 3. | Il vetro romano |
Essendo la tecnica più rapida ed economica, la soffiatura si diffuse in tutto l’impero romano, sostituendosi gradualmente ai metodi più antichi. L’innovazione comportò anche un cambiamento nei gusti e negli stili: se la lavorazione delle epoche precedenti si era concentrata soprattutto sul colore e sulla decorazione, la soffiatura mise in rilievo le caratteristiche di trasparenza e leggerezza del materiale, determinando attorno al I secolo d.C. il predominio del vetro trasparente sul vetro colorato. La nuova tecnica consentì inoltre la produzione in serie degli oggetti in vetro e trasformò quest’ultimo da bene di lusso a genere di uso quotidiano.
Il periodo di pace dell’impero favorì straordinari progressi tecnici. Gran parte dei metodi decorativi conosciuti fu frutto dell’ingegno dei vetrai romani, che inventarono ad esempio le bottiglie a mascherone, di forma semplicissima e ornate solo da maschere a rilievo sui lati. Alcuni esemplari dell’epoca sono invece abbelliti da pitture oppure imitano i manufatti egizi ottenuti con la procedura della foglia d’oro. I vetrai antichi erano inoltre esperti nelle tecniche dell’intaglio e realizzarono oggetti di invidiabile bellezza. Il vetro cammeo, ad esempio, era costituito da due strati di tinte diverse, il primo dei quali veniva intagliato così da ricavare decori a rilievo che spiccavano sulla superficie sottostante anche grazie al contrasto cromatico. L’esemplare più famoso di tale lavorazione è il vaso Portland (I secolo d.C., British Museum, Londra), che illustra il mito di Peleo e Teti.
La fama del vetro romano fu legata soprattutto alla produzione di lusso: i vasi diatreta, ad esempio, erano coppe prive di piede e a due pareti sovrapposte, una liscia e l’altra traforata a gabbia. Sebbene i due strati dessero l’impressione di essere stati realizzati separatamente, in realtà erano ottenuti grazie a un abile traforo su pareti molto spesse. Il reperto più significativo di tale genere è la cosiddetta coppa di Licurgo (IV secolo d.C., British Museum, Londra).
| 4. | Il vetro nel Medioevo |
Sotto l’influenza dei franchi, i vetrai britannici e nordeuropei svilupparono una fiorente industria di recipienti di uso quotidiano, perlopiù con forme nuove e vigorose. Le decorazioni erano in genere molto semplici e si limitavano a filettature, motivi ottenuti mediante stampi e ornamenti applicati per fusione. Il carbonato di sodio che si era utilizzato sin dall’epoca romana per la produzione del vetro divenne raro, poiché doveva essere importato dai paesi mediterranei, e perciò venne sostituito dalla potassa, derivata da ceneri vegetali. Poiché le fornaci erano perlopiù situate vicino ai boschi, che fornivano legna e cenere, il vetro di quest’epoca, dal caratteristico colore verdastro o giallo, fu chiamato Waldglas (“vetro di foresta”).
Sotto l’impulso della Chiesa l’arte vetraria medievale sviluppò due rami molto importanti: il vetro per mosaici nei paesi mediterranei e il vetro colorato usato per le vetrate nell’Europa settentrionale. Le informazioni sulla produzione di vetro mosaico anteriore al XIV secolo sono però molto scarse e, nonostante i documenti parlino di vetrate a partire dal VI secolo, i primi esempi noti risalgono all’Alto Medioevo, mentre la vera epoca di splendore di questo genere fu il periodo gotico, con le sue grandi cattedrali. L’attività fiorì soprattutto in Inghilterra e Francia – in Borgogna, Renania e Normandia – dove il vetro veniva colorato oppure placcato a colore e tagliato in lastre. I particolari venivano dipinti sul vetro con l’ausilio di uno smalto scuro e le diverse sagome di vetro erano tenute insieme da liste di piombo montate su una cornice in ferro. Malgrado la crisi che la colpì in epoca rinascimentale, l’arte delle vetrate tornò a suscitare notevole interesse nell’Ottocento.
| 5. | Produzione vetraria tra Rinascimento e Settecento |
È probabile che una fiorente attività vetraria esistesse a Venezia già nel X secolo; non abbiamo però esempi anteriori al Quattrocento, il periodo d’oro dell’industria di Murano, che dominò il mercato europeo fino alla caduta della Serenissima. Punto di forza della produzione veneziana fu l’invenzione del vetro cristallino (detto anche cristallo), un materiale duttile, trasparente e ad alta percentuale di soda che ricordava la purezza del cristallo di rocca.
L’invenzione del vetro cristallino viene attribuita al maestro Anzolo Barovier, autore di splendidi oggetti smaltati e dorati di forma semplice. La grande plasticità del cristallo permise ai vetrai muranesi di raggiungere esiti di notevole virtuosismo, come i calici dagli inserti di vetro colorato.
Altra invenzione veneziana fu il vetro filigranato, che consisteva in paste incolori contenenti canne vitree colorate che potevano essere dritte, mosse o a spirale. L’elegante risultato di tale decorazione si otteneva disponendo le canne su un piano metallico, unendole con un’altra pasta vitrea e sottoponendo il tutto a rotazione per avere una superficie regolare, simile a quella della porcellana cinese. Sebbene Murano ospitasse anche la produzione di oggetti lavorati a lume, nel Seicento fu la città francese di Nevers ad affermarsi quale sede principale di tale metodo.
I vetrai di tutta Europa tentarono di imitare le procedure, gli ornamenti e i materiali di origine veneziana: la divulgazione delle conoscenze fu favorita dalla circolazione dei pezzi, da alcune pubblicazioni quali L’arte del vetro (1612) di Antonio Neri e dall’attività dei maestri veneziani all’estero. Infatti, sebbene una legge vietasse ai vetrai lagunari di esercitare la professione fuori dei confini dello stato, molti artigiani muranesi lasciarono l’Italia per fondare vetrerie in altri paesi europei. Ogni nazione sviluppò così la propria façon de Venise (espressione con cui si indicavano oggetti tipici dell’arte veneziana quali i calici “ad alette” e “a serpenti”), mettendo di volta in volta in risalto alcuni elementi rispetto ad altri.
La supremazia italiana si indebolì nel Seicento a causa delle innovazioni tedesche (in particolare boeme) e britanniche. Il vetro potassico elaborato in Germania era più duro e spesso del cristallo e si prestava meglio alla molatura. Caspar Lehmann, che fu attivo alla corte imperiale di Rodolfo II a Praga, fu uno dei principali fabbricanti di vetri incisi all’inizio del Seicento, mentre in epoca barocca si imposero gli artigiani di Norimberga e Potsdam, famosi per i loro oggetti dai disegni molto elaborati. Allo stesso tempo le vetrerie tedesche non abbandonarono la tradizione dei manufatti smaltati e dipinti a freddo.
L’Inghilterra riuscì a minare il predominio muranese grazie all’invenzione del vetro al piombo, dovuta a George Ravenscroft (1676 ca.). Più duttile, brillante e meno fragile del cristallo veneziano, per tutto il Settecento il nuovo materiale fu considerato il vetro europeo di maggior pregio. Tra le tecniche decorative preferite dai vetrai inglesi va di certo annoverata l’incisione, importata dal veneziano Jacopo Verzelini, e tra le tipologie più diffuse vi fu senza dubbio quella dei lampadari in vetro inciso. La produzione del vetro al piombo, che ben si adattava a tale tipo di decorazione, raggiunse il massimo splendore in Inghilterra e in Irlanda tra il 1780 e il 1830.
| 6. | Il vetro statunitense |
L’attività vetraria fu il primo genere di industria manifatturiera in America: il suo successo fu dovuto in gran parte all’innovazione del procedimento di pressatura meccanica, ben presto adottato anche in Europa. Altrettanto successo riscossero le paste colorate americane, tra cui si ricordano l’amberina (un vetro trasparente del colore dell’ambra), il peachblow (che imita il colore dei fiori di pesco) e il burmese (dalle sfumature variabili tra il giallo-verde e il rosa).
| 7. | Ottocento e Novecento |
Nell’Ottocento la storia del vetro d’arte fu segnata dai rapidi progressi nella lavorazione del materiale e dalla riscoperta dei metodi di decorazione tradizionali.
Il vetro pressato determinò la rapida diffusione del vetro per utilizzo domestico e industriale. Prima del 1850 i prodotti lavorati a pressatura recavano elaborati disegni a traforo che celavano l’opacità dovuta al contatto con lo stampo freddo; in seguito divennero popolari motivi più semplici. La concorrenza del vetro pressato contribuì inoltre alla crisi del vetro intagliato, che riguadagnò terreno solo intorno al 1880 grazie ai modelli a “brillante”, che sfruttavano la capacità di rifrazione del vetro.
Dalla fine del Settecento in poi, numerosi procedimenti e forme di origine romana vennero rivisitati e adattati al gusto neoclassico. Le vetrerie europee introdussero ad esempio lo Zwischengoldglas, una variante della foglia d’oro. Effetti simili a quelli del vetro cammeo si ottennero mediante l’impiego di solfuri. Altri procedimenti molto usati furono l’incisione e l’intaglio. Una tipologia popolare a partire dal 1845 fu rappresentata dai fermacarte, spesso decorati con la tecnica millefiori, che ricordava il vetro mosaico dell’antichità. Nello stesso periodo fece la sua comparsa il vetro opalino, una varietà bianco latte che veniva colorata a tinte tenui e spesso montata in metallo dorato.
La Boemia continuò a distinguersi per la produzione di vetri incisi. Altri metodi, tra cui quello utilizzato per preparare il vetro a strati, furono messi a punto dalle vetrerie boeme e copiati in tutta l’Europa e gli Stati Uniti. Le scoperte in campo chimico favorirono la creazione di nuovi vetri colorati, come quello prodotto con la smaltatura marmorizzata detta lithyalin, che ricordava le pietre semipreziose, o quelli che consentivano l’applicazione di vernici e smalti trasparenti, a imitazione delle vetrate gotiche.
Verso il 1880, spinti da un profondo interesse per i metodi tradizionali e incoraggiati dai progressi tecnici, i vetrai rinnovarono la lavorazione artigianale, creando il cosiddetto vetro d’arte. Si trattava perlopiù di ninnoli e oggetti decorativi, con i quali si voleva contrastare l’avanzata della produzione in serie di pezzi analoghi.
Tra il 1890 e il 1910 l’attività vetraria risentì fortemente dell’influsso dell’Art Nouveau. Gli esponenti più rappresentativi di questo stile furono lo statunitense Louis Comfort Tiffany, inventore del vetro favril, e i francesi Emile Gallé e Auguste e Antonin Daum: i prodotti di Gallé si distinsero per i motivi naturalistici ispirati soprattutto al mondo degli insetti, quelli dei fratelli Daum ebbero successo per gli insoliti elementi decorativi – linee sinuose, colori esotici – resi possibili dalle originali procedure adottate.
Dopo la prima guerra mondiale si rinnovò l’interesse per l’aspetto decorativo del vetro: si pensi alle creazioni di René Lalique e Maurice Marinot. A partire dagli anni Trenta alcune ditte scandinave e statunitensi promossero l’uso del vetro al piombo, trasparente e spesso inciso.
Per l’industria vetraria si aprì una nuova epoca negli anni Sessanta, con il movimento Studio Glass guidato dagli americani Harvey Littleton e Dominick Labino: fu rivendicato il ruolo del vetro come mezzo privilegiato di espressione nell’arte moderna e venne promosso l’uso di forni in laboratorio. Secondo questo movimento, inoltre, la funzione non doveva più avere un peso prioritario nella creazione di oggetti in vetro, che potevano così essere realizzati assecondando liberamente l’estro e la fantasia dell’artista.
Gli anni del secondo dopoguerra segnarono l’inizio di un nuovo grande sviluppo del vetro muranese. Meritevoli di segnalazione sono, fra gli altri, i nomi di Barovier, Venini, Seguso, Barbini. Ercole Barovier (Venezia 1889-1974) fu il degno discendente di un’antica famiglia muranese di vetrai eccellenti (suo avo fu quell’Anzolo Barovier innovatore di procedimenti tecnici nel Quattrocento). Sperimentò nuovi trattamenti di superficie per conferire al vetro un interessante e piacevole aspetto screziato e granulato, dopo avere inventato, fra gli anni Trenta e Quaranta, una tecnica di colorazione a caldo senza fusione. Paolo Venini (Milano 1895 - Venezia 1959) fu uno dei promotori della rinascita dell’artigianato artistico di Murano. Avvocato di professione, fondò nel 1925 la Vetreria Venini, che nel mercato italiano si distingue tuttora per i suoi vetri colorati ed è apprezzata per l’appoggio che offre ai numerosi giovani artisti emergenti. Archimede Seguso (Venezia 1909), fra gli esponenti di rilievo del movimento Studio Glass, ha prodotto spettacolari opere d’avanguardia in vetro e filigrana. Alfredo Barbini (Venezia 1912), prima operaio e poi socio in diverse vetrerie di Murano, dal 1950 lavora autonomamente, dedicandosi alla produzione di vetri d’arte soffiati con applicazioni a caldo e soprattutto a quella che è la sua specialità: la tecnica “a massello”, da lui stesso sviluppata, consistente nello scolpire blocchi di vetro ancora allo stato pastoso. Famosi sono i suoi “acquari” con inclusione di elementi animali e vegetali marini.