Seneca, Lucio Anneo
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Seneca, Lucio Anneo
3. Le opere filosofiche e la satira menippea

Molte orazioni e opere scientifiche di Seneca sono andate perdute, ma rimane un cospicuo numero di altre opere di vario genere, fra le quali hanno grande rilevanza quelle di carattere filosofico. Alcune di queste, dopo la sua morte, furono raccolte in dodici libri sotto il titolo di Dialogi, anche se, fatta eccezione per il De tranquillitate animi, non hanno una vera struttura dialogica come quella delle opere di Platone e di Cicerone. Seneca, infatti, parla sempre in prima persona e ha come interlocutore “muto” il destinatario dell’opera, con cui immagina di discutere, in maniera spesso non sistematica, il tema proposto.

La struttura dei testi risente dell’influenza della diatriba cinico-stoica per l’impostazione vivacemente discorsiva, e per la tendenza a proporre domande e obiezioni di un interlocutore fittizio, portavoce dell’opinione comune o, comunque, di idee diverse da quelle di Seneca.

1. I “Dialoghi”

Si tratta di una serie di opere piuttosto brevi (fatta eccezione per il De ira che è in tre libri), di difficile datazione, scritte probabilmente in un lungo arco di tempo, che sviluppano tematiche proprie della filosofia stoica: la Consolatio ad Marciam (40 ca.) è indirizzata a Marcia, figlia dello storico Cremuzio Cordo, per consolarla della perdita prematura del figlio; con la Consolatio ad Helviam matrem (42 ca.), scritta durante l’esilio in Corsica, Seneca conforta la propria madre e la consola del dolore per la sua lontananza; la Consolatio ad Polybium (43 ca.) è indirizzata a Polibio, potente liberto di Claudio, a cui Seneca scrisse per confortarlo della morte di un fratello, ma anche per guadagnarsi il suo favore affinché intercedesse presso l’imperatore per un pronto ritorno dall’esilio.

Nel De ira (tre libri dedicati al fratello Novato, scritti probabilmente dopo il 41) Seneca, in coerenza con la dottrina stoica, afferma che l’ira non è utile né accettabile, in quanto prodotta da un impulso che offusca la ragione, e propone come modello il sapiens stoico che sa controllare sempre le sue passioni; nel De vita beata (dedicato sempre al fratello Novato, scritto forse nel 58) affronta il problema della felicità e del ruolo che possono avere le ricchezze e gli agi nel conseguirla.

Nella trilogia dedicata all’amico Sereno, costituita da De constantia sapientis, De tranquillitate animi e De otio, tratta prevalentemente il tema della partecipazione del saggio stoico alla vita politica, cercando una conciliazione fra i due estremi, quello dell’otium contemplativo e l’impegno proprio del cittadino romano; nel De brevitate vitae (dedicato a Paolino, scritto forse fra il 49 e il 52) sviluppa il tema del tempo e della fugacità della vita, che appare breve solo a coloro che non sanno utilizzarla al meglio; infine, nel De providentia (dedicato a Lucilio) sostiene che le sventure che colpiscono anche le persone rette non sono altro che prove che gli dei forniscono all’uomo per temprarlo e per perfezionarlo moralmente.

2. Altre opere filosofiche

Le altre opere di carattere filosofico non comprese nei Dialogi sono il De beneficiis (sette libri che trattano delle modalità del beneficio); il De clementia (55-56), trattato politico indirizzato a Nerone, in cui Seneca espone la teoria di un principato illuminato del quale la filosofia sia fonte d’ispirazione nell’azione politica; e le Naturales quaestiones, indagine sui fenomeni naturali nella quale la fisica cede spesso il passo all’etica.

Importanti sono anche le Epistulae morales ad Lucilium (124 epistole raccolte in venti libri), scritte durante il periodo del ritiro a vita privata, che trattano tematiche etiche proprie della filosofia stoica. Il destinatario dichiarato di queste lettere, che però probabilmente non costituiscono un epistolario reale, è Lucilio, ma Seneca, che compie il cammino verso la conquista della saggezza insieme al suo interlocutore, intende rivolgere il suo messaggio di graduale perfezionamento interiore a tutti gli uomini, anche alla posterità.

Di genere diverso è l’Apocolocyntosis (titolo che può essere tradotto con “Apoteosi della zucca”), conosciuto anche come Ludus de morte Claudii Cesaris (54 ca.), satira menippea sulla deificazione di Claudio, in cui Seneca sfoga il suo risentimento nei confronti dell’imperatore che lo ha condannato all’esilio; secondo il parere di Seneca, al defunto imperatore, invece della divinizzazione frettolosamente voluta da Nerone, sarebbe convenuta una “zucchificazione”, cioè la trasformazione in zucca.