| Sifilide | Articolo | ||||
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| 2. | Cenni storici |
La storia epidemiologica della sifilide vede l’avvicendarsi di rapide espansioni e lenti arretramenti dell’infezione, la cui origine non è del tutto certa ma potrebbe trovarsi fra le popolazioni indigene dell’America centrale e meridionale. I primi contagi in Europa si ebbero, probabilmente, con i viaggi delle caravelle di Cristoforo Colombo di ritorno dal Nuovo Mondo, anche se alcuni ritengono che già greci e romani conoscessero un’infezione simile alla lue.
In Europa la ricostruzione della progressione della malattia è complicata anche dalle diverse denominazioni con cui l’infezione veniva popolarmente indicata, che in genere miravano ad attribuire sempre a un paese straniero l’origine e la “colpa” del male. In Italia si parlava di “mal francioso” o “mal gallico”, e se ne attribuiva la responsabilità ai francesi che fecero incursione nella penisola condotti da Carlo VIII. Se per i tedeschi era “frantzozen” e per gli inglesi “french disease”, sembra che i polacchi parlassero di “mal dei tedeschi” e i mori di “mal dei cristiani”; mentre i portoghesi riferivano del “mal di Castiglia”.
La spirocheta responsabile della sifilide venne isolata all’inizio del Novecento dal biologo tedesco Fritz Schaudinn. Importanti conquiste furono in seguito quelle dei batteriologi August von Wassermann e Paul Ehrlich che svilupparono, rispettivamente, il primo test per la diagnosi della sifilide e la prima terapia efficace a base di arsenico.
In seguito all’introduzione degli antibiotici, la penicillina divenne il farmaco d’elezione contro la sifilide e contribuì fortemente al declino della malattia e a una drastica riduzione del numero dei malati.