| Trova nell'articolo | Empirismo | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Empirismo In filosofia, un orientamento di pensiero che riconduce la conoscenza all’esperienza dei sensi, negando l’esistenza di idee innate o di un pensiero a priori.
| 2. | Aspetti generali |
Nella sua storia l’atteggiamento empiristico si è accompagnato a posizioni filosofiche molto diverse, dal materialismo di Thomas Hobbes allo spiritualismo di George Berkeley.
Si possono tuttavia indicare alcuni tratti generali condivisi dalle diverse dottrine empiriste: l’attenzione per i dati empirici nella loro concretezza, così come si presentano nella percezione; il privilegiare, sul piano metodologico, l’induzione rispetto al procedimento deduttivo; l’atteggiamento nominalistico, il quale esclude che i concetti universali siano qualcosa di più che semplici nomi o rappresentazioni mentali che stanno in luogo di realtà singolari; la concezione che il soggetto conoscente è passivo e recettivo nei confronti degli oggetti; l’istanza antimetafisica, e cioè il rifiuto di presunte conoscenze della sostanza delle cose, e la propensione ad attribuire al sapere umano un carattere sperimentale, sempre perfettibile e mai definitivo.
| 3. | Le origini dell’empirismo |
Comunemente si designa con il termine “empirismo” una corrente filosofica dell’età moderna, fiorita soprattutto in Gran Bretagna, che si contrappose al razionalismo sul terreno del problema gnoseologico, sebbene non senza risentire dell’impronta soggettivistica impressa a questo problema dall’indagine del filosofo razionalista francese Cartesio.
Tuttavia, anche nei sistemi filosofici dell’antichità si sono ravvisate soluzioni di tipo empiristico: Aristotele, ad esempio, rivendica contro la teoria platonica delle idee la funzione positiva dell’esperienza sensibile, che richiede nondimeno di integrarsi con il pensiero razionale; Epicuro dal canto suo sostiene una forma integrale di empirismo, per il quale l’esperienza sensibile è alla base di ogni atto conoscitivo, così come evidenti motivi di tipo empiristico sono presenti nelle correnti dello scetticismo antico.
Il nominalismo medievale raggiunge nella filosofia di Guglielmo di Occam una chiara prospettiva empiristica, che esclude l’esistenza di strutture universali e di essenze necessarie: solo la conoscenza intuitiva e sensibile delle cose singolari ha valore di scienza.
| 4. | L’empirismo moderno |
In età moderna l’inglese John Locke critica la concezione delle idee innate sostenuta da Cartesio e afferma che tutte le nostre conoscenze sono originate dall’esperienza esterna (“sensazione”) o interna (“riflessione”). Locke paragona il nostro spirito a “un foglio bianco, privo di ogni carattere, senza alcuna idea”: solo l’esperienza procura al nostro spirito tutti i materiali del pensiero, che Locke definisce “idee”, dando a questo termine un significato simile a quello conferitogli dal razionalista Cartesio.
La differenza fra i due autori non riguarda, infatti, la concezione delle idee come contenuti del pensiero o della mente (secondo un significato che non è quello originario e platonico della parola “idea”), ma l’origine delle idee, che per Cartesio e i pensatori razionalisti sono (almeno in parte) innate, per Locke e gli empiristi sono derivate dai sensi (come le idee di bianco, di caldo, di duro, di ruvido ecc.), o da una riflessione sulle operazioni mentali interne (come le idee di percepire, di pensare, di volere ecc.).
A partire da Locke l’empirismo si distingue anche per un’istanza critica nei confronti dei concetti tipici della metafisica, come ad esempio il concetto di sostanza. Se, infatti, tutto ciò che conosciamo deriva dall’esperienza, diventa problematico ipotizzare qualcosa che sarebbe a fondamento delle qualità sensibili delle cose: Locke non nega la sostanza, ma la dichiara inconoscibile come essenza necessaria o fondamento ultimo delle cose.
Dopo di lui l’irlandese George Berkeley, sebbene motivato da una finalità teologica, giunge a negare l’esistenza del mondo materiale e ad affermare che gli oggetti non sono altro che collezioni di molteplici percezioni (un albero, ad esempio, consiste solo nelle percezioni relative a certi colori, a una certa forma e ad altri caratteri sensoriali che si accompagnano insieme nella mente). L’unica sostanza che rimane, una volta che Berkeley ha negato l’esistenza dei corpi, è lo spirito, cioè la mente che percepisce.
Il passo successivo viene compiuto dallo scozzese David Hume, il quale non solo argomenta che non si possono produrre prove oggettive circa l’esistenza del mondo dei corpi, ma che anche l’esperienza che abbiamo del nostro io non è quella di una sostanza (l’“anima”), bensì di un “fascio di percezioni” in continuo mutamento. Se in questo modo l’empirismo di Hume perviene a conclusioni scettiche, occorre precisare che il suo scetticismo mira soprattutto a delimitare il nostro sapere in senso sperimentale, privandolo di quei requisiti di certezza e di indubitabilità che gli erano attribuiti dai filosofi razionalisti.
Nell’Ottocento l’empirismo fu difeso e sviluppato in modo originale da John Stuart Mill, che rivendica l’origine empirica delle nostre conoscenze, anche delle verità logiche e matematiche, e il significato fondamentale del metodo induttivo. Sia per le sue istanze di carattere critico e antimetafisico, sia per la sua capacità di adattarsi ai problemi che via via si impongono all’indagine scientifica e filosofica, un fondamentale atteggiamento empiristico appare contraddistinguere molteplici correnti del pensiero otto e novecentesco, dal positivismo al pragmatismo, riemergendo in particolare nella riflessione del positivismo logico sviluppatasi nel periodo fra le due ultime guerre mondiali.