Italia
Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File.
Italia
1. Introduzione

Italia (nome ufficiale Repubblica Italiana), stato dell’Europa meridionale, nato nel 1861 e dal 1946 politicamente istituito in repubblica parlamentare. Nei confini politici sono inclusi, a formare delle enclave, due piccoli stati indipendenti: lo stato della Città del Vaticano e la Repubblica di San Marino; Campione d’Italia è un’enclave italiana in territorio svizzero, amministrativamente in provincia di Como. La capitale è Roma.

2. Territorio

Il territorio italiano consta di due sezioni morfologicamente ben differenziate: una parte continentale a nord, che confina con la Francia, la Svizzera, l’Austria e la Slovenia (i confini corrispondono in massima parte alla linea spartiacque delle Alpi), e una parte peninsulare, protesa nel mare Mediterraneo, sin quasi alle coste dell’Africa che, nel punto più vicino, distano appena 150 km. La sezione peninsulare, che è interamente percorsa dalla catena degli Appennini, si affaccia a ovest sul mar Ligure e sul mar Tirreno, a est sul mare Adriatico, a sud e sud-est sul mar Ionio. Complessivamente i confini terrestri si sviluppano per 1.800 km, quelli costieri per circa 7.500 km: ciò dà la misura della marittimità dell’Italia. Nel territorio nazionale rientra anche una vasta parte insulare, che comprende la Sicilia e la Sardegna, oltre che isole e arcipelaghi minori come l’Elba, le isole Partenopee, le Egadi, le Eolie, le Tremiti e le Pelagie.

Il paese ha uno sviluppo in lunghezza di 1.300 km, dal punto più settentrionale, la Testa Gemella Occidentale nelle Alpi Aurine (47°5' di latitudine nord), a quello più meridionale, la punta Pesce Spada nell’isola di Lampedusa, nell’arcipelago delle Pelagie (35°29'); la larghezza massima è di circa 600 km, nella sezione continentale, mentre in quella peninsulare varia mediamente dai 140 ai 240 km. I punti estremi da ovest a est sono rispettivamente il monte Chardonnet (6°37' di longitudine est), al confine con la Francia, e il capo d’Otranto (18°31'). La superficie complessiva è di 301.323 km².

La consapevolezza di una precisa identità geografica della penisola italiana è molto antica; essa risale ai greci che la chiamarono Espería, ovvero “Terra dell’Occidente”, per la sua posizione rispetto alla Grecia. Col tempo a questo nome si sovrappose quello attuale di “Italia” (forse dal latino vitulus, cioè “vitello”), termine che in origine riguardava peraltro solo la Calabria (o, al massimo, le regioni meridionali, quelle meglio conosciute dai greci), e indicava una “terra che ha dei vitelli” o, più probabilmente, una “terra in cui si adorano i vitelli”. Con l’espansione di Roma il nome si estese a tutto il territorio italiano.

1. Morfologia

L’aspetto più evidente della morfologia d’Italia è il fatto che più di tre quarti della superficie territoriale sono occupati da montagne (35,2%) e da colline (41,6%); l’Italia è quindi povera di pianure, che perlopiù sono di limitata estensione, se si esclude la Pianura Padana. Dal punto di vista geologico, l’Italia è un paese “giovane”: i due citati sistemi montuosi che ne formano l’ossatura, cioè le Alpi e gli Appennini, si sono originati infatti nell’era terziaria, o cenozoica, e solo di recente, nel Quaternario, si sono avuti molti degli episodi che hanno determinato le attuali forme del territorio. Manifestazioni vulcaniche ancora attive (a cominciare dall’Etna, in Sicilia) e frequenti, spesso disastrosi, terremoti sono tutte prove di un’attività geologica che continua tuttora in modi relativamente intensi.

Le Alpi circondano interamente a nord l’Italia; al nostro paese appartiene il versante meridionale, interno e più ripido, del sistema montuoso, che convenzionalmente inizia a ovest al colle di Cadibona (435 m), in Liguria, e termina al colle di Vrata (879 m), al confine con la Slovenia. Nelle Alpi centroccidentali, che in Italia interessano il Piemonte, la Valle d’Aosta e in parte la Lombardia, sono situate le montagne più alte d’Europa, con una decina di vette che superano i 4.000 metri e che culminano nei 4.810 m del Monte Bianco.

Una serie di rilievi meno imponenti, diversi anche per composizione delle rocce, prevalentemente di origine sedimentaria, si sviluppa quasi parallela alla parte più interna ed elevata della catena, formata in prevalenza di rocce cristalline: sono le Prealpi, che si antepongono nelle sezioni centrale e orientale delle Alpi, dalla Lombardia sino al Friuli-Venezia Giulia e che sono assenti invece nel Piemonte. In generale, l’area alpina è quindi aspra ed elevata nel suo arco occidentale, dove, per la mancanza della fascia delle Prealpi, la linea di spartiacque è più vicina alla Pianura Padana, mentre diviene man mano più ampia e distesa nella parte orientale.

Dal colle di Cadibona, dove si saldano con le Alpi, hanno inizio gli Appennini, che formano l’“ossatura” della penisola, sino all’estrema punta della Calabria; sono considerati una prosecuzione degli Appennini anche i rilievi che orlano la Sicilia settentrionale (monti Peloritani, Nebrodi, Madonie), al di là del braccio di mare dello stretto di Messina. Meno elevati delle Alpi, gli Appennini non toccano in alcun punto i 3.000 metri, culminando nei 2.912 m del Gran Sasso d’Italia, in Abruzzo. Solo in Sicilia, e precisamente con l’Etna, si ritrova una montagna che supera nuovamente i 3.000 metri (3.323 m).

Ai due lati degli Appennini, ma con maggior evidenza e imponenza sul versante rivolto al mar Tirreno, dalla Toscana alla Campania, si hanno due orlature montuose, che nel loro insieme, molto vario e frammentato, formano l’Antiappennino.

Sono infine estranei a tali sistemi montuosi sia i rilievi della Sicilia centrale e meridionale (monti Erei, monti Iblei) sia quelli della Sardegna, dove si susseguono altipiani e massicci di origine antichissima, risalenti a circa 300 milioni di anni fa, resti di una orografia scomparsa, tra cui i rilievi dell’Iglesiente e, soprattutto, il massiccio del Gennargentu, dove si tocca la massima elevazione dell’isola (1.834 m).

Come tutti i territori geologicamente giovani, anche quello italiano è soggetto a processi di assestamento le cui principali manifestazioni sono rappresentate da movimenti della crosta terrestre (terremoti o sismi) e, in minore misura, dal vulcanismo. Particolarmente interessate dall’attività sismica sono sia l’Italia nordorientale (si ricorda il disastroso terremoto del 1976 che colpì il Friuli) sia l’Italia centrale e meridionale, dalle Marche alla Campania (terremoto dell’Irpinia del 1980; dell’Umbria nel 1997; del Molise nel 2002), alla Basilicata, alla Calabria e alla Sicilia (terremoto della valle del Belice del 1968 e, risalendo al 1908, il più disastroso terremoto di Messina, che causò 60.000 morti).

Quanto all’attività vulcanica, la sua manifestazione più imponente è rappresentata dall’Etna, che è il maggior vulcano attivo d’Europa; altri vulcani attivi si trovano in due isole delle Eolie, e precisamente a Stromboli e a Vulcano. Infine il Vesuvio, alle spalle di Napoli, oggi è in fase di quiescenza dopo l’ultima eruzione del 1944, ma è l’unico vulcano attivo dell’Europa continentale.

Rischi ancora più gravi per il territorio derivano però dalla natura delle sue formazioni rocciose, spesso intaccate dalle frane e dagli smottamenti, facilmente soggette cioè ai dissesti idrogeologici, che si hanno allorquando le acque di precipitazione disgregano i suoli, attivando movimenti franosi sui pendii con la formazione di incisioni e calanchi, elemento caratteristico della morfologia peninsulare. Nelle rocce calcaree, molto diffuse nei rilievi prealpini e appenninici, l’acqua provoca invece, per alterazione chimica dei loro minerali, l’erosione carsica.

Le catastrofi naturali inoltre sono spesso state aggravate, e continuano a esserlo, dagli interventi antropici: sul territorio italiano “pesa” infatti un’elevata densità di popolazione e un forte carico di attività umane. Ciò si esprime, ad esempio, nella riduzione eccessiva delle superfici coperte da boschi, grave soprattutto sui versanti montani e collinari, nella manomissione delle pendici franose, o comunque fragili, per costruirvi abitazioni o strade, nella eccessiva cementificazione del territorio, che impedisce alle acque piovane la naturale infiltrazione nel sottosuolo, facilitando all’epoca delle piogge gli ingrossamenti improvvisi e le conseguenti alluvioni dei fiumi, con esiti spesso disastrosi in un paese così densamente abitato.

Le pianure si estendono complessivamente per circa 66.000 km²; di questi ben 46.000 spettano alla Pianura Padana, una vasta area triangolare affacciata al mare Adriatico e racchiusa tra le Alpi e gli Appennini, essenzialmente formata dai materiali detritici trasportati a valle da numerosi corsi d’acqua. La Pianura Padana è solcata dal Po (da cui appunto trae nome), tributario del mare Adriatico, e dai suoi affluenti, ma anche da altri importanti corsi d’acqua che sfociano direttamente in mare, tra cui l’Adige, il Piave e il Reno.

In alcune vallate degli Appennini e soprattutto lungo le coste, in corrispondenza delle foci fluviali, si hanno altre pianure, ma sono frammentate e di superficie assai modesta. Sono quasi tutte di origine alluvionale, come la Pianura Padana; ma molte di esse in origine erano acquitrinose e malariche e hanno dovuto essere bonificate.

Tra le pianure della sezione peninsulare si ricordano in Toscana il Valdarno, cioè la pianura formata dal fiume Arno nel suo tratto inferiore, e la Maremma (una pianura costiera che si estende in parte anche nel contiguo Lazio); nel Lazio l’Agro Pontino (che non a caso, sino al suo risanamento, veniva denominato Paludi Pontine); in Basilicata la Piana di Metaponto; in Calabria la Piana di Gioia; in Sicilia la pianura attorno a Catania e in Sardegna il Campidano.

La più vasta pianura italiana dopo la Pianura Padana, cioè il Tavoliere, è situata in Puglia, si estende per 3.000 km² e deriva da un progressivo sollevamento dei fondali marini, successivamente ricoperti da strati alluvionali. Infine si hanno pianure di origine vulcanica, formatesi per accumulo di ceneri e altro materiale eruttivo: sono terreni molto fertili, dei quali l’esempio più rilevante è la pianura attorno a Napoli.

2. Il paesaggio delle coste

Le coste del territorio italiano alternano tratti alti e rocciosi a tratti sabbiosi e pianeggianti, ma sono presenti tutti i generi di morfologie costiere, dalle lagune alle insenature profonde e dirupate, dalle alte falesie alle dune, dalle spiagge sabbiose a quelle ghiaiose ecc. Un dato generale che riguarda la maggior parte dei litorali d’Italia è il progressivo innalzamento del livello marino; fanno eccezione il delta del Po, che anzi avanza nel mare di circa 10 m all’anno, e in linea di massima tutta la costa adriatica che orla la Pianura Padana.

Le coste rocciose e frastagliate sono tipiche delle zone in cui i rilievi giungono in prossimità del mare, con dorsali perpendicolari alla linea di costa; non mancano in tal caso le insenature e i porti naturali, mentre piccole e ghiaiose sono le spiagge interposte. Questo genere di coste è proprio della Riviera ligure, della Sicilia nordorientale, innervata nell’Appennino siculo, e di gran parte della Calabria. Si hanno invece coste alte ma rettilinee nelle Marche, nell’Abruzzo e in alcuni tratti della Sardegna: in questi casi i litorali costituiscono l’orlatura di altipiani che strapiombano sul mare.

Un tipo particolare di costa rocciosa della Sardegna, detta costa a rías, si ha invece in Gallura: il litorale è intagliato da strette e profonde insenature, che erano in origine valli fluviali in seguito sommerse dal mare.

Coste basse e sabbiose si hanno sull’Adriatico in parte dell’Emilia-Romagna e in Puglia, sul Tirreno in Toscana e nel Lazio. Le coste toscane e laziali presentano inoltre per lunghi tratti estesi cordoni sabbiosi, che spesso racchiudono al loro interno paludi, acquitrini, laghi costieri, oggi quasi interamente prosciugati. A volte i detriti trascinati a valle dai fiumi hanno finito, nel corso dei millenni, col saldare alla terraferma alcune isole vicine, che oggi formano promontori: tale ad esempio è l’origine del promontorio dell’Argentario e di quello del Circeo.

Dell’Adriatico nordoccidentale sono tipiche, infine, le coste basse e lagunose; la più estesa e nota è la laguna di Venezia, ma un’altra, meno vasta, la laguna di Marano, è situata nel golfo di Trieste. Un tempo tutto il litorale dell’alto Adriatico, da Trieste sino a Ravenna, era costellato da lagune, paludi e acquitrini; anche Ravenna era una città lagunare. Molte di queste lagune si sono interrate naturalmente, per il continuo apporto detritico dei fiumi (la stessa laguna veneta è vissuta sotto questa minaccia); sono stati invece appositamente prosciugati, per renderli adatti alle colture, vasti tratti del delta del Po. L’ultima delle aree anfibie che si estendevano lungo l’Adriatico, ormai pressoché interamente prosciugate, è rappresentata dalle Valli di Comacchio, in Emilia-Romagna.

Naturalmente la conformazione dei litorali e l’organizzazione territoriale dell’entroterra hanno una funzione determinante sulla localizzazione dei porti. La Liguria è la regione meglio dotata e quella che ha maggiormente potenziato i propri scali portuali; su di essi gravitano i traffici commerciali della Pianura Padana, l’area economicamente più ricca e dinamica del paese. Oltre a Genova, tradizionalmente primo porto d’Italia per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate (tuttavia in declino rispetto al passato, quando contendeva al porto francese di Marsiglia il primato nel Mediterraneo), la Liguria può contare sui porti di Savona (con l’annesso scalo di Vado Ligure) e di La Spezia, uno dei migliori porti naturali d’Italia.

Al contrario, le coste basse e sabbiose della Toscana e del Lazio, soggette inoltre a fenomeni di interramento, non sono mai state favorevoli agli insediamenti portuali; il porto di maggior movimento, quello di Livorno, fu creato artificialmente nel XVI secolo per sostituire quello di Pisa che, sino al Quattrocento, aveva rappresentato il principale sbocco marittimo della Toscana, successivamente interrato dalla progressiva avanzata del delta del fiume Arno.

In effetti sul mar Tirreno l’unico porto naturale veramente favorito è quello di Napoli, situato in una profonda e ben riparata insenatura. Non ha mai avuto un ruolo di primo piano da un punto di vista commerciale per la mancanza di un entroterra economicamente ricco e industrializzato; grazie al fiorente turismo della regione è però nettamente il primo d’Italia per numero di passeggeri e di imbarcazioni di piccolo cabotaggio.

In ottima posizione al centro del golfo omonimo, Trieste è stata in passato il maggior porto dell’Adriatico; più a sud, invece, le coste lagunose e basse del Veneto e dell’Emilia-Romagna impediscono le formazione di scali naturali: i due porti più attivi, quello di Venezia e di Ravenna, sono infatti artificiali.

Uno dei migliori porti naturali d’Italia è quello di Taranto, situato in una rada molto profonda e protetta del mar Ionio, posizione che lo ha fatto scegliere come base della Marina militare. Quanto alle grandi isole, la Sicilia ha alcuni porti naturali, ma oggi i più importanti sono artificiali. Meglio dotata è la Sardegna, con le sue coste frequentemente alte e frastagliate.

3. Idrografia

A causa della sua particolare conformazione peninsulare, il territorio italiano manca di bacini idrografici di vasta estensione, come quelli presenti ad esempio in Francia o in Germania. Con la sola eccezione del Po, che scorre nella sezione settentrionale del paese, tutti gli altri fiumi sono piuttosto brevi, hanno bacini modesti e sono in genere poveri di acque. Vi è comunque una generale e profonda differenza tra i fiumi dell’Italia settentrionale e quelli dell’Italia centrale e meridionale.

I principali fiumi dell’Italia settentrionale discendono dalle Alpi; hanno un regime abbastanza stabile nel corso dell’anno e portate piuttosto abbondanti. Infatti in autunno e in primavera sono alimentati dalle piogge, che sono copiose sull’intera regione, mentre d’estate l’apporto di acque deriva in buona parte dallo scioglimento dei ghiacciai. Per contro, l’inverno è il periodo di minore portata.

I fiumi del resto d’Italia nascono dagli Appennini, privi di ghiacciai, e hanno corso breve e bacini limitati, data la conformazione della penisola. Il loro regime è di tipo torrentizio; la loro portata è molto irregolare, perché dipende solo dalle precipitazioni. Alternano quindi periodi di piena, non di rado con rovinose inondazioni all’epoca delle piogge, che in linea di massima cadono in primavera e in autunno, a periodi di magra estiva molto accentuata, che può giungere sino al totale prosciugamento degli alvei fluviali.

I corsi d’acqua di Sicilia e Sardegna hanno caratteristiche analoghe ai fiumi appenninici, di cui in genere accentuano i caratteri: corsi brevi, bacini ridotti, portate esigue, regimi irregolari. Proprie poi della Calabria sono le cosiddette “fiumare”, dalla forte pendenza, dal letto largo e ciottoloso, soggetto a improvvise piene in occasione delle piogge e alla totale mancanza d’acqua per il resto dell’anno.

Tra i fiumi alpini che, eccetto alcuni brevi corsi d’acqua liguri, tributano tutti al mare Adriatico, il principale è il Po (652 km di lunghezza, 74.970 km² di bacino idrografico), con i suoi molti affluenti; quelli di sinistra, che scendono dalle Alpi (i più lunghi, di 250-300 km, sono l’Adda, l’Oglio e il Ticino), hanno portate maggiori e più regolari; quelli di destra, appenninici (principale è il Tanaro, che è l’affluente del Po con il più ampio bacino idrografico: 8.324 km²), hanno invece un regime irregolare, tipico di tutti i fiumi che hanno origine sugli Appennini, e in genere minori portate.

Il secondo grande fiume alpino, che è anche il secondo fiume italiano per lunghezza (410 km) è l’Adige, che sfocia a breve distanza dal Po, di cui un tempo era un affluente. Piave, Tagliamento, Brenta e Isonzo sono gli altri principali fiumi alpini, alimentati dalla sezione orientale della catena. I fiumi appenninici terminano in parte nel mar Adriatico e in parte nel mar Tirreno.

I tributari dell’Adriatico sono abbastanza numerosi ma, data la vicinanza al mare della linea di spartiacque, hanno un corso particolarmente breve; i principali sono il Reno (211 km di lunghezza; 4.626 km² di bacino), che scorre nell’Emilia-Romagna, l’Aterno-Pescara (145 km; 3.188 km²) e l’Ofanto (134 km; 2.764 km²), che rispettivamente interessano l’Abruzzo e la Puglia.

I fiumi del versante tirrenico hanno uno sviluppo più complesso a causa della maggiore distanza della catena appenninica dalla costa. Primeggia nettamente il Tevere, terzo fiume italiano per lunghezza (406 km) e secondo per superficie di bacino idrografico (17.169 km²), che scorre in Umbria e nel Lazio; seguono, ma ampiamente distaccati, l’Arno (240 km), fiume toscano per eccellenza, il Volturno e il Garigliano.

I fiumi più meridionali della penisola sono tributari del mar Ionio. I principali sono il Bradano e il Basento, che sfociano a breve distanza l’uno dall’altro nel golfo di Taranto, entrambi con un corso inferiore ai 150 km. Tra i fiumi delle isole il più importante è il Tirso, che solca buona parte della Sardegna.

L’Italia ha numerosi laghi (se ne contano più di mille, in maggioranza piccoli laghi alpini), che hanno diversa origine e quindi differenti caratteristiche. Dei molti laghi alpini, che in genere occupano piccole conche tra le rocce, scavate dai ghiacciai (i cosiddetti laghi di circo), si ricordano quelli di Braies e di Carezza, entrambi nel Trentino-Alto Adige.

I tre più estesi laghi italiani, cioè il lago di Garda (370 km²), il Lago Maggiore (212 km²) e il lago di Como (146 km²), sono invece situati nella fascia delle Prealpi. Questi e gli altri minori laghi prealpini (tra i quali il lago di Lugano, il lago d’Orta e il lago d’Iseo) occupano la parte terminale dei bacini vallivi che si aprono verso la Pianura Padana. La loro origine si deve agli sbarramenti morenici formati dai ghiacciai che, nel Pleistocene, scendevano dalle Alpi; da ciò deriva la loro forma allungata e stretta, nonché la loro relativa profondità (il lago di Como ha una profondità massima di 410 m, il Garda di 346 m).

Gli altri principali laghi d’Italia sono situati nella sezione peninsulare. Numerosi sono quelli di origine vulcanica, che occupano antichi crateri di vulcani spenti; essi hanno alcune caratteristiche comuni, quali la forma circolare, la profondità spesso notevole e il livello incostante, dipendente soltanto dal regime delle precipitazioni. Quasi tutti i laghi vulcanici sono situati nel Lazio: i principali sono il lago di Bolsena, di ben 114 km², quinto d’Italia per superficie, quindi il lago di Vico e il lago d’Albano.

In Umbria è situato invece il quarto lago d’Italia, che ha un’origine ancora diversa, il lago Trasimeno (128 km²). Esso occupa una vasta conca in origine percorsa da acque fluviali libere, che vi sono poi rimaste arginate per un naturale processo di sbarramento dovuto alla sedimentazione dei depositi alluvionali degli stessi fiumi.

Infine tra i più estesi laghi d’Italia va ricordato il lago di Varano, in Puglia, che misura 60,5 km²: è un tipico “lago costiero”, formatosi cioè presso la costa a causa del progressivo accumulo di cordoni sabbiosi che tengono separati gli specchi d’acqua dal mare aperto.

4. Le principali regioni climatiche

Compresa nella zona temperata, protetta a nord dalla catena alpina, con un ampio sviluppo costiero, sul quale il mare fa sentire i suoi effetti mitigatori, l’Italia ha un clima in prevalenza di tipo mediterraneo. In generale gli inverni possono essere freddi, ma senza eccessivi rigori, così come le estati sono calde, ma non torride; le precipitazioni mediamente non sono abbondanti.

Tuttavia montagne e colline, che occupano tanta parte del territorio, fanno sì che anche l’altimetria sia un importante fattore climatico, mentre la marcata lunghezza da nord a sud del paese accentua, con il procedere verso Mezzogiorno, i caratteri propriamente mediterranei, cioè l’aridità e la mitezza del clima. Si passa quindi dal clima temperato freddo della zona alpina più elevata a quello di tipo subtropicale delle coste più meridionali, con diversi passaggi intermedi. Generalmente però si possono distinguere quattro principali aree climatiche: quella alpina, quella padana, quella appenninica e infine quella marittima, litoranea, della penisola e delle isole.

Il clima alpino, che si ritrova al di sopra dei 1.000-1.500 metri di quota, e quindi interessa anche l’area propriamente prealpina, è caratterizzato da inverni lunghi e freddi, con temperature medie al di sotto di 0 °C (le più fredde sono le Alpi orientali, dove anche nelle vallate si possono avere minime di -20 °C), e da precipitazioni nevose; le estati sono brevi e fresche, con temperature medie sui 15 °C. Le precipitazioni sono abbondanti, passando da una media di oltre 1.000 mm annui sino a massime di 3.000 mm sulle Prealpi del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia; sono più copiose in autunno e in primavera, diminuendo in inverno, mentre d’estate sono frequenti i temporali.

Il clima padano, che interessa, oltre alla Pianura Padana, le zone collinari circostanti (Brianza, Langhe, Monferrato ecc.), ha caratteri più accentuati di semicontinentalità: gli inverni sono freddi, di poco superiori in media a 0 °C, le estati calde, con temperature superiori a 20 °C, spesso afose nelle pianure ma ben ventilate nelle aree collinari. Le precipitazioni, relativamente abbondanti, sugli 800-1.000 mm annui, sono distribuite più o meno regolarmente lungo tutto il corso dell’anno, con un’accentuazione in autunno e un massimo in primavera; d’inverno sono frequenti nebbie e nevicate. Nelle zone attorno ai grandi laghi prealpini, si hanno condizioni molto più miti, quasi mediterranee, per l’influsso esercitato dalle masse d’acqua dei bacini lacustri (si parla a tal proposito di clima insubrico).

Il clima appenninico è proprio degli Appennini, nonché degli altipiani e delle conche interposte; è di tipo semicontinentale, con forti differenze tra estati calde e inverni freddi; le precipitazioni sono abbondanti sul versante volto al Tirreno, perché è raggiunto dalle masse d’aria umide di provenienza atlantica. D’inverno nelle zone più elevate e interne – particolarmente nell’Abruzzo e nel Molise – sono frequenti e copiose le precipitazioni nevose.

Anche il clima globalmente definito litoraneo presenta rilevanti differenze. Sull’Adriatico, che è meno ampio e profondo del Tirreno (o Tirreno-Ligure), e quindi esercita una minore azione mitigatrice, a parità di latitudine, gli inverni sono più freddi, le estati più calde e anche afose, le precipitazioni più scarse di quanto si verifica sui litorali tirrenici e liguri. Inoltre sull’Adriatico settentrionale, alle cui spalle la catena delle Alpi è ormai relativamente bassa e quindi offre una scarsa protezione nei confronti della massa d’aria fredda, d’inverno giungono con facilità i venti di nord-est, come la bora di Trieste, le cui raffiche possono toccare i 150 km all’ora. Per contro, sull’Adriatico meridionale (in Puglia, soprattutto) si accentuano la siccità, in talune zone con precipitazioni anche inferiori ai 500 mm annui, e le temperature estive, con massime persino superiori ai 40 °C.

In Calabria e nelle grandi isole (Sicilia, Sardegna) sono più evidenti i caratteri di mediterraneità; gli inverni sono tiepidi e piovosi sulle coste (ma spesso freddi nell’interno montuoso), le estati sono caratterizzate da elevate temperature e prolungate siccità.

5. Flora e fauna

Tenendo conto dei vari e profondi interventi dell’uomo sull’ambiente e delle trasformazioni che essi hanno determinato sulla flora e sulla fauna, si possono individuare in Italia quattro principali ambienti naturali: l’ambiente alpino, l’ambiente padano-veneto, l’ambiente appenninico e l’ambiente mediterraneo.

Nell’area alpina la vegetazione prevalente è costituita da latifoglie (in particolare da boschi di castagni, faggi, querce, betulle, noccioli), fino a 1.000 metri di altitudine; foreste di conifere, cioè pini, abeti e larici, occupano la fascia compresa tra i 1.000 e i 2.000 metri di quota. Al di sopra di questa fascia si stendono gli arbusteti (con mughi striscianti, rododendri, ginepri, ecc.) e le praterie, ricche di fiori alpini, quali genziane e stelle alpine. Il più elevato piano vegetale corrisponde all’area dei muschi e licheni; generalmente, oltre i 3.000 metri di quota iniziano le nevi perenni.

La fauna comprende cervi, daini, stambecchi, caprioli, camosci, marmotte, martore, ricci, ermellini, donnole; nelle Alpi orientali sono presenti gli orsi bruni. Sono inoltre presenti numerosi uccelli: aquile reali, falchi, poiane, galli cedroni, gufi reali.

Il Parco nazionale del Gran Paradiso (ripartito tra il Piemonte e la Val d’Aosta), quello dello Stelvio (condiviso tra la Lombardia e il Trentino-Alto Adige), quello della Val Grande (Piemonte) e delle Dolomiti Bellunesi tutelano in parte l’ambiente alpino. Il Parco nazionale dello Stelvio ospita, oltre a quelle già citate, numerose specie di uccelli, come il gracchio corallino, il corvo imperiale, la cornacchia (vedi Corvidi), il picchio, lo sparviere e il gipeto, che è il simbolo del parco.

L’ambiente padano-veneto è caratterizzato da paesaggi che sono stati modificati con perizia dall’uomo: in passato le colture venivano intervallate da siepi e filari alberati che ospitavano uccelli, rettili, insetti. I rapporti tra gli animali che vivevano nelle siepi e le aree agricole circostanti erano molteplici. Il gheppio e il gufo comune, ad esempio, nidificavano nelle siepi con alberi.

Il paesaggio padano ospitava ecosistemi legati all’uso agricolo del suolo (agroecosistemi), ricchi e diversificati sia dal punto di vista paesaggistico che da quello ecologico per la presenza di alberi e siepi. Gli ultimi orientamenti europei prevedono incentivi economici per la reintroduzione delle siepi, utili per la protezione dal vento, dall’erosione e quale ambiente di vita per piante ed animali.

Per quanto riguarda l’ambiente naturale appenninico, la vegetazione, stratificata a seconda dell’altezza, è costituita da querce, castagni, faggi, betulle, ginepri; nelle fasce più alte crescono pini montani e persino specie alpine. Sul massiccio del Pollino e alle quote più elevate dell’Appennino meridionale, in Basilicata e in Calabria, si trova una conifera locale, il maestoso pino loricato.

Emblema del Parco nazionale d’Abruzzo è l’orso marsicano (la Marsica è una subregione dell’Abruzzo occidentale, circostante la conca del Fucino); nel parco si trovano caprioli, daini, cinghiali, lupi, volpi, gatti selvatici, martore, scoiattoli, tassi ecc. e, tra gli uccelli, vari rapaci. È area di protezione faunistica (ospita tra l’altro il raro lupo appenninico, il cinghiale, il gatto selvatico, la lontra) anche il Parco nazionale della Calabria, istituito inizialmente per salvaguardare i boschi della Sila, che sono tra i più estesi degli Appennini.

Le caratteristiche dell’ambiente mediterraneo, proprio della fascia litoranea della penisola, si evidenziano soprattutto nella macchia, diffusa su gran parte delle coste italiane, che rappresenta la formazione degradata di antiche foreste. Comprende associazioni sia di alberi sia di alti arbusti (macchia alta) o di bassi cespuglieti (macchia bassa); include querce da sughero, lecci, frassini, pini (domestici e marittimi), olivastri, carrubi (nel Sud), cipressi (in Toscana), roveri, ginepri, lentischi, corbezzoli, ginestre, timi, rosmarini, allori, lavande (in Liguria) ecc.

Alcune zone anfibie litoranee sopravvissute, naturale rifugio di fenicotteri e altri uccelli acquatici, sono protette; si ricordano, ad esempio, l’oasi faunistica della laguna di Orbetello (in Toscana), ma soprattutto il Parco nazionale del Circeo, nel Lazio, nato con decreto del 1934, su una estensione attuale di circa 8.484 ettari, a tutela di un grande sistema di zone umide e foreste di pianura (le paludi pontine, vedi Agro Pontino), zone praticamente disabitate e rifugio di una fauna e flora ricca e rara.

Quanto all’ambiente delle grandi isole, è di preminente interesse quello della Sardegna. La sua storia geologica particolare e il lunghissimo isolamento vi hanno infatti determinato caratteristiche peculiari. Riguardo alla flora, si segnalano la ricchezza di specie e l’estensione della macchia mediterranea; tra la fauna, sono rappresentativi della Sardegna il muflone, la foca monaca (vedi Pinnipedi) e la passera sarda; mancano completamente esemplari di vipere, tassi, lupi, orsi, mentre altri animali (tra cui le volpi e i daini) hanno caratteristiche diverse dalla specie continentale.

6. Le trasformazioni dell’ambiente naturale

L’ambiente naturale ha subito in Italia trasformazioni assai profonde: parte dei boschi che un tempo ricoprivano quasi tutto il paese è stata abbattuta e le coltivazioni hanno sostituito largamente la vegetazione originaria.

A partire dall’Ottocento le costruzioni a uso abitativo e industriale, così come strade e ferrovie, hanno invaso anche le coste più impervie, come in Liguria; terreni acquitrinosi sono stati prosciugati: la piana di Grosseto, bonificata integralmente nel XX secolo, grazie alla presenza di tre stabilimenti per il sollevamento delle acque (idrovore), è percorsa da un fitto intreccio di canali, che la suddividono in appezzamenti di terreno coltivabile dalle forme perfettamente geometriche; con altrettanta regolarità si trovano distribuite in quest’area le case coloniche, i poderi, le fattorie.

L’area padana è quella che nel corso dei secoli ha conosciuto la più intensa e prolungata opera di trasformazioni da parte dell’uomo. A partire dall’XI secolo le zone di bassa pianura, dai terreni molto fertili ma impregnati di eccessiva umidità, ricoperti da stagni e paludi, sono state quasi ovunque prosciugate; per contro, nelle zone aride e ciottolose dell’alta pianura sono stati realizzati canali d’irrigazione e scavati pozzi di captazione delle acque sotterranee.

Nel corso dei secoli i boschi sono stati confinati nei luoghi in cui l’agricoltura non poteva essere praticata agevolmente: sono state distrutte le grandi foreste planiziali (cioè “di pianura”) e c’è stata la scomparsa delle residue foreste di latifoglie convertite in cedui per la produzione di legna da ardere. Nel XX secolo, soprattutto dopo il secondo dopoguerra, si è assistito ad una minore presenza dell’uomo in campagna e in collina: i terreni boschivi sono stati abbandonati anche a causa del venir meno del significato economico dei boschi governati a ceduo.

Un certo rimboschimento spontaneo è in atto in larga parte degli Appennini. La causa va ricercata nell’abbandono, da parte delle popolazioni locali, di terreni ormai poco redditizi dal punto di vista agricolo, lasciati al bosco. Nello stesso modo, per l’abbandono di terre troppo laboriose e poco remunerative, va scomparendo un paesaggio che era tipico dell’Appennino centrosettentrionale, dalla Liguria alla Toscana e all’Umbria: quello dei terrazzamenti con muretti a secco delle pendici montuose e collinari, grazie ai quali era possibile coltivare anche i versanti ripidi, soggetti a dilavamento.

7. Aree protette

Tra le aree protette presenti in Italia, definite con la legge n. 394/91, vi sono i parchi nazionali, i parchi regionali e interregionali, le riserve naturali e le zone umide (vedi Parchi nazionali e riserve naturali). Con la legge n. 394/91 viene superato il concetto di parco come zona vincolata che limita le normali e tradizionali attività degli abitanti, mentre viene affermata la capacità di queste zone protette di rilanciare il turismo, recuperare i centri abitati, incrementare l’economia in armonia con la tutela del patrimonio naturalistico. La percentuale di territorio protetto (12,5% nel 2007) resta però ancora piuttosto bassa.

I parchi nazionali storici italiani, creati tra il 1922 e il 1968, sono: il Parco nazionale del Gran Paradiso, il Parco nazionale d’Abruzzo, il Parco nazionale del Circeo, il Parco nazionale dello Stelvio e il Parco nazionale della Calabria. Dopo il 1998, con le leggi n. 67/88, 305/89 e 394/91, sono stati istituiti: il Parco nazionale dei Monti Sibillini, il Parco nazionale del Pollino (ripartito tra Basilicata e Calabria), il Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi (nel Veneto), il Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi (nell’Emilia-Romagna), il Parco nazionale dell’Aspromonte (in Calabria), il Parco nazionale del Cilento e Vallo di Diano (in Campania), il Parco nazionale del Gargano, il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (ripartito tra Abruzzo, Lazio e Marche), il Parco nazionale della Maiella (in Abruzzo), il Parco nazionale della Val Grande (in Piemonte), il Parco nazionale del Vesuvio, il Parco nazionale della Maddalena, il Parco nazionale dell’Asinara e il Parco nazionale delle Cinque Terre.

A partire dal 1970 sono stati istituiti numerosi parchi, qualificati come “regionali”, per tutelare alcuni ambienti ancora relativamente intatti. Il D.P.R. n. 616/77 ha consentito il trasferimento delle competenze in materia di aree protette dallo stato alle regioni, con la conseguente istituzione, da parte delle stesse, dei parchi naturali. Le aree protette regionali coprono una superficie di più di un milione di ettari; a seguito dell’approvazione della legge n. 142/90, sul decentramento delle competenze, anche le province hanno creato proprie aree protette.

Tra queste aree naturali locali si ricordano il Parco della Valle del Ticino (condiviso da Lombardia e Piemonte), il Parco delle Groane e quello dell’Adda Sud (in Lombardia), di Portofino (in Liguria), il Parco dell’Adamello-Brenta e dello Sciliar (nel Trentino-Alto Adige), il Parco della Maremma, delle Alpi Apuane; di Migliarino-San Rossore-Massaciuccoli (in Toscana), dell’Etna, delle Madonie (in Sicilia); il parco dell’Alpe Veglia (in Piemonte), i parchi della Lessinia e dei colli Euganei (nel Veneto); il parco dei Gessi Bolognesi (in Emilia-Romagna); il Parco del monte Conero (nelle Marche); il Parco del monte Subasio (in Umbria); il Parco delle Dolomiti Friulane (nel Friuli-Venezia Giulia); il Parco delle Piccole Dolomiti Lucane (in Basilicata).

Al fine di proteggere gli habitat di specie animali e vegetali minacciate di estinzione e di difendere il patrimonio genetico, nel 1976 sono state definite le riserve biogenetiche, ossia zone protette caratterizzate da uno o più habitat, biocenosi o ecosistemi tipici, rari o in pericolo. Le riserve naturali biogenetiche in Italia sono 43: numerose sono quelle istituite in Toscana e in Calabria; in Toscana comprendono i boschi da seme (le cui piante, cioè, si sono sviluppate direttamente da semi, e non sono state prodotte con l’uso di talee o con altri metodi di riproduzione asessuale) e arboreti sperimentali di abete bianco, faggio e pino domestico. Le riserve biogenetiche calabresi rappresentano ambienti interessanti per la fauna, che annovera tra gli altri animali il lupo, il capriolo, e numerosi uccelli stanziali e migratori.

Oltre ai parchi, vi sono diverse altre zone soggette a tutela, tra cui le riserve naturali; queste ultime sono gestite in parte dallo stato, in parte dalle regioni e in parte da alcune associazioni ambientaliste, come il WWF (Fondo mondiale per la natura) e il FAI (Fondo per l’ambiente italiano).

Il Ministero dell’Ambiente ha designato nell’aprile del 1983 la Riserva orientata Biviere di Gela, in Sicilia, e, nel febbraio 1989, la Riserva naturale Valle Averto, in Veneto, quali zone umide di importanza internazionale. Altre zone umide di rilievo sono il Delta del Po, oltre agli stagni di Molentargius e di Cabras (in Sardegna).

Tra le principali riserve naturali e oasi che tutelano la natura italiana e che svolgono importanti funzioni di educazione ambientale, si ricordano: la Riserva di Laghestel di Piné (in Veneto); l’Oasi faunistica di Marano Lagunare (in Friuli-Veneto); la Riserva faunistica di Bolgheri e quella di Orbetello, la foresta dell’Abetone (in Toscana); la Riserva della grotta di Frasassi (nelle Marche); l’Oasi biologica di Ninfa (in Lazio); la Riserva della biosfera di Collemuccio e Montedimezzo (in Molise); le riserve delle Saline di Margherita di Savoia e delle Murge orientali, il bosco di Tricase (in Puglia); l’Oasi di protezione dell’isola disabitata di Vivara (in Campania); la Riserva della foce del fiume Neto (in Calabria); la Riserva dello Zingaro, l’Oasi del fiume Simeto, la foresta demaniale della Ficuzza-Rocca Busambra (in Sicilia); le riserve dell’isola di Caprera e di Capo Caccia (in Sardegna).

8. Problemi e tutela dell’ambiente

Le tematiche ambientali che interessano il territorio italiano sono: il dissesto idrogeologico (vedi Degrado del suolo), la gestione dei rifiuti (vedi Smaltimento dei rifiuti), la tutela delle acque, l’inquinamento atmosferico, la tutela del patrimonio naturale (vedi Conservazione ambientale).

L’abbandono di pratiche manutentive del suolo e la forzata regimazione dei corpi idrici hanno portato ad accentuare la vulnerabilità del suolo e al verificarsi di gravi episodi quali le alluvioni del 1993-94 nel bacino padano occidentale e la valanga di fango che ha travolto l’abitato di Sarno nel 1998. Pratiche agricole caratterizzate da lavorazioni profonde e continue del terreno, associate alla scomparsa dell’attività zootecnica in pieno campo, hanno portato alla riduzione della disponibilità della sostanza organica e hanno contribuito a incrementare le perdite di terreno dovute ai processi erosivi. La riduzione delle lavorazioni e l’adozione di tecniche quali la pacciamatura eseguita con diversi materiali, tra i quali i residui colturali, portano alla riduzione del pericolo di erosione.

Le acque italiane subiscono contaminazioni di natura microbiologica, da nitrati, metalli e solventi vari; la qualità delle acque sotterranee viene messa a rischio dal permanere di reti fognarie obsolete, che possono essere soggette a perdite e a interferenze del settore agro-zootecnico, che può a sua volta contaminare le falde attraverso prodotti di uso comune quali gli erbicidi. La qualità dei corpi idrici è spesso scadente e, in particolare nei principali bacini idrografici, si rivela la presenza di tratti particolarmente compromessi, in particolare a valle delle grandi città. Misure di tutela prevedono l’utilizzo degli impianti di depurazione, che vengono adottati per le città e per le strutture industriali in grado di contaminare le acque.

Al fine di assicurare la difesa del suolo, il risanamento delle acque, consentire una fruizione razionale del patrimonio idrico e tutelare gli aspetti ambientali, nel 1989 è stata emanata la legge n. 183. Per tutti i bacini idrografici sono stati predisposti piani che individuano le aree a rischio e le opere da realizzare per garantire la sicurezza delle popolazioni. Per realizzare tali misure vengono previsti investimenti volti a realizzare una manutenzione e un controllo del territorio più efficaci.

Grazie ai molteplici interventi attuati, nel 1999 la percentuale delle coste italiane in cui non era consentita la balneazione per ragioni di inquinamento è calata dal 6,1% al 5,6%. Per quanto riguarda il problema dello smaltimento dei rifiuti, si assiste alla continua crescita della produzione dei rifiuti con un incremento del 4% tra il 1995 e il 1998. È però importante sottolineare come stiano crescendo, anche grazie a una maggiore sensibilità per la tutela dell’ambiente da parte dei cittadini, metodi di recupero e riciclaggio dei rifiuti quali la raccolta differenziata e il compostaggio dei rifiuti urbani (vedi Smaltimento dei rifiuti solidi). La concentrazione delle polveri sospese, in particolare nelle aree urbane, causa problemi di carattere respiratorio e cardiovascolare; l’anidride solforosa (vedi Acido solforico) e gli ossidi di azoto danno luogo alla formazione delle piogge acide.

Il traffico nelle città rappresenta un’importante emergenza ambientale: in Italia buona parte delle merci viaggia su strada, mentre il loro trasporto su ferrovia è ancora limitato, anche se permane l’intenzione di ristrutturare e potenziare la rete ferroviaria. Altre misure prevedono lo sviluppo di veicoli a basso impatto ambientale, l’applicazione di limiti più severi per alcuni inquinanti, quali il benzene, e interventi per limitare l’inquinamento acustico e quello elettromagnetico. Per quanto riguarda l’inquinamento elettromagnetico, che rappresenta una problematica emergente, il decreto ministeriale n. 381/98 ha posto i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici generati dagli impianti delle telecomunicazioni e radiotelevisioni, al fine di prevenire eventuali danni dovuti ad esposizioni prolungate. Al gennaio del 2001 risale la legge sull’elettrosmog, grazie alla quale sono stati posti nuovi limiti per l’esposizione ai campi elettromagnetici (vedi Elettromagnetismo) generati dagli elettrodotti.

Con la Conferenza di Kyoto, tenutasi nel dicembre del 1997, sono stati definiti gli obiettivi da raggiungere per ridurre l’inquinamento atmosferico e, in particolare, l’emissione dei gas in grado di contribuire alle modificazioni del clima. Per l’Unione Europea è stato fissato al 2008-2012 l’obiettivo di una riduzione delle emissioni di gas serra dell’8% rispetto al 1990. In ambito europeo, all’Italia spetta il compito di ridurre nel medesimo arco temporale tali emissioni del 6,5%. Inoltre continuano le ricerche finalizzate all’affermazione di fonti energetiche rinnovabili e ad aumentare la produzione di energia elettrica.

Una tematica ambientale di rilievo è rappresentata dal patrimonio naturale: si stima che il patrimonio faunistico sia costituito da oltre 57.000 specie, di cui i vertebrati rappresentano meno del 3%. Poiché molti habitat non vengono ancora tutelati e sono soggetti a fenomeni di degrado, accade che circa il 50% della fauna di vertebrati si stia riducendo; d’altra parte la vegetazione urbana viene danneggiata anche dall’inquinamento atmosferico, mentre dal 1994 al 1999 ben 580.000 ettari di territorio sono stati danneggiati da incendi di origine dolosa.

Le leggi n. 1497 del 1939 e n. 431 del 1985 (la legge Galasso) hanno sottoposto a vincolo paesaggistico circa il 47% del territorio: ciò significa, ad esempio, che sono state identificate zone di particolare interesse ambientale che vanno tutelate, come le zone costiere comprese in una fascia della profondità di 300 metri dalla linea di battigia.

Di fondamentale importanza è l’azione svolta dai parchi nazionali, regionali e dalle riserve marine. In pochi anni l’Italia, come si è detto, è passata da cinque parchi nazionali (Gran Paradiso, d’Abruzzo, Stelvio, Circeo, Calabria) a venti, cui vanno aggiunte numerosissime riserve naturali statali, oltre ottanta parchi naturali regionali, quasi duecento riserve naturali regionali, un centinaio di altre aree protette di diversa classificazione e oltre quindici riserve marine statali.

Infine, con l’obiettivo di valutare la compatibilità ambientale di singole opere oppure di politiche, strategie e programmi, viene attuata la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA): essa rappresenta uno strumento di supporto alle decisioni che riguardano la gestione degli interventi sul territorio e serve a valutare, migliorare e prevenire possibili rischi che le attività umane possono comportare all’ambiente circostante.

3. Popolazione

La popolazione italiana è consistente, toccando i 58.145.321 abitanti (2008), con una densità media di 198 abitanti per km², un valore molto alto, sei volte la media del continente europeo (32 abitanti per km²).

1. Andamento demografico

Il primo censimento della popolazione italiana fu effettuato l’anno stesso della conseguita unità del paese, cioè nel 1861; gli abitanti risultarono 26,3 milioni (includendo anche gli abitanti del Veneto e dello Stato Pontificio, che ancora non facevano parte del Regno d’Italia; se si escludono, il dato è di 22,2 milioni). Da allora si eseguono regolari censimenti decennali, con l’esclusione del 1891 per problemi finanziari e del 1941 per via della guerra in corso; nel 1936 si tenne un censimento straordinario.

Al censimento del 1961, cioè un secolo dopo l’Unità, la popolazione risultò raddoppiata, toccando i 50,6 milioni; al censimento più recente, che è del 2001, il valore fu pari a 56,3 milioni e, dato chiaramente significativo, gli abitanti erano diminuiti di 472.000 rispetto al 1991, mostrando così, per la prima volta, un decremento rispetto al passato.

Questo andamento di iniziale, elevato accrescimento, seguito da un aumento assai modesto, poi da una stasi (crescita zero) e da una vera e propria diminuzione (incremento negativo), è comune a tutti i paesi a economia avanzata; ciò che soprattutto caratterizza l’Italia è la rapidità con cui si è manifestato il fenomeno.

In Italia si è dunque verificata un’“esplosione demografica”, tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, un accrescimento dovuto a una natalità rimasta tradizionalmente molto alta, superiore a quella media dell’Europa, mentre per le migliorate condizioni economiche e sociali la mortalità andava man mano diminuendo; al contrario, negli ultimi vent’anni si è determinato un vero e proprio crollo del numero delle nascite. Oggi l’Italia è tra i paesi al mondo col più basso indice di nascite, con una media di 1,30 figli per donna (2008), il che chiaramente non consente il cosiddetto “ricambio delle generazioni”. Se il fenomeno rimarrà costante, si registrerà nel nostro paese, nei prossimi decenni, una forte diminuzione della popolazione.

Le ragioni di questa riduzione sono da imputare a fattori economici e sociali. Significativamente è cambiata, nel recente passaggio dalla condizione rurale a quella industriale, la struttura della famiglia. La tradizionale “famiglia allargata”, che includeva di norma tre generazioni, essendo composta dai nonni, dalla coppia dei coniugi e dai figli, si è trasformata nella “famiglia nucleare” (genitori e figli, sempre più spesso anzi un solo figlio o nessun figlio), cui si aggiunge il crescente fenomeno dei single, cioè di famiglie formate da un solo componente, non sposato o divorziato. Tutto questo ha riflessi sul tasso di fecondità, cioè sulla capacità della popolazione di mantenere positivo il saldo naturale, il cui deficit tuttavia è compensato dall’immigrazione.

L’andamento demografico varia però in modo notevole da regione a regione; a grandi linee, la popolazione dell’Italia settentrionale nell’ultimo decennio è diminuita dell’1,5%, il Centro è rimasto pressoché stazionario, il Meridione si è accresciuto di poco più del 2%. Con l’unica eccezione del Trentino-Alto Adige, in tutte le regioni del Nord il numero dei nati è inferiore a quello dei morti, e lo stesso vale per il Centro, a eccezione del Lazio. Nel Meridione invece solamente il Molise registra un saldo negativo.

Vi sono regioni, come la Liguria, nelle quali la popolazione va da tempo diminuendo in modo rilevante, in particolare a Genova; in altre regioni, come il Veneto, che era una tradizionale area di famiglie molto numerose, il crollo delle nascite è invece un fenomeno recente; nel Meridione, infine, in particolare in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria, la diminuzione dell’indice di natalità avrà effetti sensibili solo fra due o tre generazioni.

Importantissima conseguenza delle trasformazioni demografiche recenti è l’invecchiamento della popolazione: è aumentata cioè la percentuale degli anziani (sono considerate tali, ai fini delle rilevazioni dell’Istituto italiano di statistica, le persone con oltre sessant’anni), mentre è diminuita quella dei giovani (la popolazione con meno di vent’anni). Ancora attorno agli anni Cinquanta gli anziani erano pari al 13% della popolazione e i giovani erano sul 40%; i due valori si sono oggi così modificati: la popolazione sotto i 14 anni è il 14% del totale; quella sopra i 60 anni è il 26% (2008).

All’invecchiamento della popolazione contribuisce un altro fenomeno demografico di grande rilievo in Italia, dovuto alle migliorate condizioni alimentari e di assistenza sanitaria: l’allungamento della vita media, o più propriamente l’aumento della speranza di vita alla nascita. In Italia, che è tra i paesi con vita media più lunga, la speranza di vita alla nascita è di 80,1 anni (2008) in media, con un dato di 77,1 anni per gli uomini e di 83,2 anni per le donne: dal 1970 a oggi, per entrambi i sessi, la vita media si è allungata di sette anni.

2. I movimenti migratori

L’Italia, per la povertà delle sue risorse e la povertà delle iniziative economiche, è stata per oltre un secolo, dal 1861 fino agli anni Settanta del Novecento, terra di emigrazione; si stima che siano espatriati in cerca di lavoro circa 22 milioni di italiani, per la massima parte originari del Mezzogiorno. Gli Stati Uniti innanzi tutto, poi alcuni paesi dell’America meridionale, soprattutto l’Argentina, furono le aree verso le quali si indirizzarono con maggior intensità le emigrazioni; nel solo periodo 1901-1913, quando il fenomeno toccò le punte massime, lasciarono l’Italia più di 8 milioni di persone, cioè una media di oltre 600.000 all’anno.

Due elementi portarono, nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale, a contrarre se non a eliminare i flussi migratori: le fortissime restrizioni poste dal governo statunitense ad accogliere nuovi immigranti e la politica del governo italiano, che in epoca fascista fu decisamente contrario a consentire le emigrazioni.

I flussi migratori degli italiani verso l’estero ripresero a partire dal secondo dopoguerra, e furono molto intensi tra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Settanta; l’emigrazione però non si volse più verso l’America ma, soprattutto, verso alcuni stati europei più ricchi e in forte dinamismo economico, soprattutto la Germania Occidentale, la Francia e il Belgio, che chiedevano lavoratori nelle fabbriche, nelle miniere, nell’edilizia, nei servizi alberghieri e nella ristorazione.

La crisi economica mondiale della metà degli anni Settanta ridusse drasticamente, sino ad annullarle, le domande di manodopera straniera; nel frattempo però si era registrato un innegabile miglioramento generale delle condizioni di vita nel nostro paese e si erano accresciute le opportunità di lavoro. L’Italia cessava di essere terra di emigrazione, registrando anzi molti rimpatri.

Dai primi anni Ottanta del Novecento un fenomeno assolutamente nuovo per il nostro paese diventava man mano più evidente: l’arrivo di sempre più numerosi immigranti, provenienti perlopiù dalle aree più povere dell’Africa, dell’Asia e dell’America latina, secondo un fenomeno già da tempo in atto in paesi come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania. Con gli anni Novanta si è rafforzata anche l’immigrazione di cittadini della ex Iugoslavia, devastata dalla guerra civile, dell’Albania e di altri paesi dell’Europa orientale (tra cui in particolare Ucraina e Romania).

Questa inversione di tendenza ha prodotto una crescente presenza di popolazione straniera in Italia, valutata in più di 2 milioni di persone (ma la cifra non comprende gli immigrati non in regola con le norme di soggiorno), e ha creato per il paese problemi mai affrontati in precedenza, sia di ordine pratico (la creazione di centri di prima accoglienza, ad esempio) sia culturale: l’abitudine a vivere e confrontarsi con genti che praticano abitudini di vita, credenze e costumi diversi. Molti sono immigrati illegalmente e sono quindi clandestini; essi vivono perlopiù di espedienti, soprattutto del piccolo commercio ambulante. Altri hanno potuto trovare un lavoro stabile e regolarizzare la loro posizione, ottenendo l’assistenza sanitaria e l’accesso alle scuole.

Questi immigrati sono globalmente, benché impropriamente, definiti “extracomunitari” in quanto non provengono dai paesi dell’Unione Europea; tendono a stabilirsi nel Nord d’Italia, dove possono trovare più facilmente lavoro, oppure nell’area attorno a Roma. Il Sud, anche per le sue lunghe coste sulle quali è più facile sbarcare illegalmente, rappresenta in genere il primo approdo, in vista di successivi spostamenti nel territorio italiano o europeo.

Le comunità più numerose presenti nel nostro paese sono oggi quelle della Romania, dell’Albania, del Marocco, dell’Ucraina, della Cina, dell’ex Iugoslavia, delle Filippine, della Polonia e della Tunisia.

3. Distribuzione della popolazione nel territorio

Nel suo complesso la densità media della popolazione italiana, che è di 198 abitanti per km² (2008), è da considerare elevata: per fare un paragone con altri stati europei, è superiore a quella della Francia, ma è inferiore a quelle di Germania e Gran Bretagna; bisogna però tenere conto del fatto che nell’insieme l’Italia, con la sua diffusa montuosità, le pianure frammentate, i suoli non sempre adatti allo sfruttamento agricolo, non è particolarmente favorevole all’insediamento umano.

Se poi si esaminano le densità regione per regione, e all’interno delle varie regioni si analizzano le singole province, si rilevano differenze tanto marcate da costituire veri e propri segnali di un utilizzo fortemente squilibrato del territorio nazionale e di una eccessiva concentrazione della popolazione in alcune aree, le cui effettive risorse economiche sono spesso inadeguate al peso demografico che devono sopportare.

Tra gli esempi più clamorosi ricordiamo la media regionale della Campania (426 abitanti per km² nel 2005), mentre la contigua Basilicata annovera appena 60 abitanti per km²; prendendo in considerazione qualche media provinciale, nel Lazio si passa dai 710 abitanti per km² della provincia di Roma ai 55 della provincia di Rieti; in Lombardia dai 1.886 abitanti per km² della provincia di Milano ai 55 della provincia di Sondrio, sebbene in questi casi i valori siano “falsati” dalla presenza dei grandi agglomerati urbani, che elevano enormemente le capacità di accoglimento umano.

In assoluto le regioni a più alta densità sono Campania, Lombardia e Liguria; le regioni a più bassa densità sono la piccola Valle d’Aosta (che è in pratica una vallata alpina e costituisce un caso a sé) e, per motivi morfologici abbastanza analoghi, il Trentino-Alto Adige, la Basilicata, il Molise e la Sardegna, che raggiungono circa un terzo della densità nazionale. Le altre regioni la cui densità supera la media sono il Veneto, il Lazio (per la presenza di Roma), la Puglia e la Sicilia.

4. Campagne e città: la rete urbana

Sino a un’epoca abbastanza recente gli spostamenti di popolazione da una regione d’Italia a un’altra furono molto modesti. Il fatto stesso che sino al 1861 l’Italia fosse rimasta divisa in numerosi stati rappresentò un ostacolo alle migrazioni interne. La scarsità di vie di comunicazione, un preminente attaccamento alla propria “piccola patria”, l’esistenza di un tessuto urbano di antica origine, che ha eccitato lo spirito municipalistico e assorbito ogni rapporto città e campagna, costituirono un fattore di radicamento nel territorio.

Gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, gli anni cioè della tumultuosa industrializzazione del paese, videro al contrario migrazioni interne di straordinarie proporzioni. Si calcola che una ventina di milioni di italiani, vale a dire più di un terzo della popolazione, abbia cambiato residenza.

Si possono individuare quattro fondamentali direttrici di flussi migratori. Lo spostamento dal Sud al Nord d’Italia, ma anche, all’interno dell’Italia settentrionale, dal Veneto al Piemonte e alla Lombardia; l’abbandono delle aree di montagna e di collina, sempre meno economicamente redditizie (con l’esclusione delle zone interessate dallo sviluppo del turismo alpino, estivo e invernale), a vantaggio di quelle di pianura, dove risultano facilitate le attività economiche più produttive (l’agricoltura altamente meccanizzata, le industrie ecc.) e più agevoli e rapide le vie di comunicazione; la migrazione dall’entroterra verso le coste, grazie alle pianure bonificate, alle grandi arterie stradali e autostradali realizzate, ai poli industriali sorti in genere accanto ai porti, al turismo balneare che si è imposto in larga misura, apportando una nuova e cospicua fonte di reddito; la fuga dalle campagne alle città.

Quest’ultimo fenomeno migratorio, proprio di tutti i paesi che vivono la fase di trapasso da un’economia essenzialmente agricola a una eminentemente industriale e terziaria, è il più importante, perché ha toccato in pratica ogni regione d’Italia. Collegando i fattori elencati, si trovano quindi, tra le aree più densamente popolate d’Italia, la Pianura Padana, in particolare in un vasto raggio attorno a Milano, la Riviera Ligure, il litorale adriatico tra Ravenna e Ancona, la fascia costiera tra Napoli e Salerno.

L’urbanizzazione, cioè lo spostamento dalle campagne alle città, ha visto il suo periodo più intenso negli anni Sessanta-Ottanta. Essa ha determinato una forte crescita della popolazione urbana, che attualmente è attestata sul 68% (2005) del totale, un valore che tuttavia non è elevatissimo; altri paesi d’Europa, come Germania e Gran Bretagna, hanno indici di urbanizzazione molto superiori: per entrambi di oltre l’85%.

In Italia non esiste una metropoli paragonabile a Parigi o a Londra. Ciò è dovuto sia al ritardo con cui si realizzò lo stato unitario sia al tardivo processo di industrializzazione che, inizialmente, interessò solo alcune città del Nord, come Milano e Torino, oltre a Genova. Non a caso proprio queste città, in particolare Milano e Torino, divennero agli inizi del Novecento due delle maggiori città italiane e furono, anche nei decenni del più recente sviluppo economico, due dei principali centri di attrazione delle popolazioni in fuga dalle campagne del Sud e del Nord. Unica grande città italiana prima della fase di industrializzazione era Napoli, il cui sviluppo però, già notevole nel Settecento, era dovuto al suo ruolo di capitale di uno stato che, come quello borbonico delle Due Sicilie, non aveva mai risolto i problemi delle campagne, afflitte dal latifondismo e dalla povertà delle iniziative da parte dei ceti dominanti.

Alla stessa crisi delle campagne va ascritta la crescita, più recente, di altre città meridionali, come Palermo, Catania, Bari, che gareggiano con le maggiori città del Nord per numero di abitanti, benché con motivazioni economiche e sociali diverse. Del tutto particolare è il caso di Roma, il cui sviluppo è legato al ruolo amministrativo e burocratico di capitale, pur non mancando di attività produttive diverse; oggi è la più popolosa città italiana, con i suoi 2.651.503 abitanti nell’area metropolitana. Seconda è Milano, con 1.301.152 abitanti, città che, diversamente dalla capitale politica, ha avuto finora un primato come centro di vita economica, finanziaria e culturale, primato che di recente sembra aver in parte perduto.

L’importanza delle città e la loro posizione gerarchica sul piano delle funzioni non sono direttamente dipendenti dal numero di abitanti, anche perché i dati ufficiali si riferiscono al territorio comunale e hanno quindi un significato relativo. In realtà oggi la grande città ha spesso travalicato i tradizionali limiti amministrativi, assumendo dimensioni più ampie e un respiro metropolitano; in alcuni casi, inoltre, ha ulteriormente ampliato i propri interessi ponendosi al centro di una rete di città tra loro intimamente collegate (conurbazione) e invadendo con le sue dilatazioni le stesse campagne, su un raggio molto ampio. Esemplare è il caso di Milano, che sta al centro di un’area urbanizzata di dimensioni regionali (si parla di città-regione), estesa sino a città come Como, Varese, Bergamo, Lodi ecc. con oltre 4,5 milioni di abitanti. Se poi si considera la più ampia rete a cui Milano si collega, lo sviluppo urbano nella Pianura Padana risulta quello di un sistema di città (che gli studiosi chiamano megalopoli) che va sino a Torino e, verso est, sino al Veneto, comprendendo aree di sviluppo urbano ininterrotte. Anche nell’Italia centrale e meridionale si trovano grandi espansioni urbane: la maggiore, oltre a Roma, è Napoli, posta al centro di un’area urbanizzata che conta poco meno di 4 milioni di abitanti. Un notevole sviluppo metropolitano hanno avuto anche città come Firenze, Bologna, Genova.

Ma, accanto a fenomeni di sviluppo e dilatazione urbani verificatisi tra gli anni Sessanta e Ottanta in forme esplosive e, sovente, male pianificate, vi è stato anche un processo di rivalorizzazione di città piccole e medie, di centri storici e monumentali di cui l’Italia è ricca, e che si pongono talvolta in antagonismo con la grande città, non più meta ambita come un tempo, com’è vero che le grandi città oggi registrano una consistente perdita di abitanti. Ancor oggi, quindi, il tessuto insediativo e la rete urbana in Italia sono in progressiva trasformazione con il venire meno della condizione rurale, un tempo legata alle campagne attraverso i piccoli paesi, i borghi, le case sparse, le forme insediative più varie, la cui ricchezza e bellezza era proporzionata all’intensità dei rapporti che in passato legavano tra loro le città e le campagne.

Un’osservazione importante relativa alla rete urbana d’Italia riguarda la sua irregolare distribuzione. Un’ideale linea divisoria, che attraversa il paese passando per Livorno-Arezzo-Ancona, separa un Nord, nel quale la trama urbana è fitta e organicamente strutturata, con le sue metropoli o le sue città prevalenti (Venezia, Verona, Bologna ecc.) ben raccordate con l’intero territorio mediante una trama di centri a livelli decrescenti d’importanza, e un Centro e un Sud, nei quali le città hanno deboli interconnessioni tra di loro e anche le metropoli (Roma, Napoli, Palermo), prive di un circostante sistema urbano ben integrato, rimangono piuttosto estranee al resto del territorio.

5. Lingua e dialetti

La lingua ufficiale del paese è l’italiano, che è parlato dalla quasi totalità della popolazione. Esiste però tuttora, soprattutto tra gli anziani, una larga minoranza che parla solo il dialetto regionale (vedi Dialetti italiani); d’altronde la stessa lingua italiana è il risultato dell’elaborazione letteraria del dialetto toscano, o meglio del fiorentino. Sono invece considerate dagli studiosi non dialetti, ma vere e proprie lingue, il sardo e il friulano.

Numerosi italiani parlano una lingua di minoranza che è prioritaria o largamente diffusa in altri stati confinanti. In quattro casi la Costituzione garantisce il pieno uso ufficiale di lingue straniere: il tedesco nel Trentino-Alto Adige, il francese nella Valle d’Aosta, il ladino (diffuso in un cantone della Svizzera) in alcune zone delle Dolomiti, lo sloveno nel Friuli-Venezia Giulia.

Tra le altre lingue o dialetti esteri, la cui presenza in Italia ha una lunga tradizione e diverse motivazioni storiche o di vicinanza geografica, si ricordano ancora l’albanese (parlato in una quarantina di comuni del Mezzogiorno, soprattutto della Calabria e della Sicilia), il catalano (parlato nella città sarda di Alghero), il provenzale o occitano (diffuso in alcune valli piemontesi); per contro è recentissima, e legata a intensi fenomeni immigratori, l’introduzione nel nostro paese della lingua estera forse più parlata oggi in Italia: l’arabo.

6. Religione

La religione di gran lunga più diffusa è quella cattolica: la stessa collocazione a Roma dello stato della Città del Vaticano (sede del papa e plurisecolare nucleo dello Stato Pontificio che a lungo governò una vasta area d’Italia) attesta il particolare intrecciarsi della storia d’Italia con quella del papato.

Circa il 95% della popolazione viene battezzato e battezza i propri figli, circa l’85% si proclama anche in età adulta credente nel cattolicesimo. Le parrocchie sono più di 25.000, cioè più del triplo del numero dei comuni; i sacerdoti sono quasi 60.000, cui si aggiungono 125.000 suore. È in atto tuttavia un processo di laicizzazione, che si avverte da molti indizi: le vocazioni religiose, ad esempio, sono diminuite negli ultimi decenni, così come vanno di continuo diminuendo i matrimoni effettuati in chiesa (che rimangono comunque la maggioranza), mentre aumentano quelli civili.

Particolarmente significativo è il dato che riguarda la reale partecipazione alle funzioni religiose. Se negli anni Cinquanta il 70% degli italiani dichiarava di assistervi regolarmente, gli odierni valori oscillano sul 30%, con proporzioni più elevate nel mondo rurale, conservatore, e più basse nelle città.

I rapporti tra la Chiesa e lo Stato italiano furono alterni. Nel XIX secolo, a partire dalla nascita del Regno d’Italia, si basarono sul principio (che è quello generalmente accolto nelle democrazie occidentali) della “libera Chiesa in libero Stato”: cioè piena libertà di culto, ma nessun particolare privilegio per la religione cattolica. Nel 1929 fu invece firmato, tra lo Stato italiano e la Santa Sede, un Concordato, i cosiddetti Patti lateranensi, sulla base dei quali il cattolicesimo diventava religione ufficiale (le altre fedi erano tollerate), Roma era dichiarata “città sacra”, l’insegnamento della religione cattolica era obbligatorio nelle scuole e lo Stato si impegnava a finanziare il clero cattolico con un salario, chiamato “congrua”.

Questa condizione di privilegio, tra l’altro in contrasto con la Costituzione, che sancisce l’assoluta eguaglianza di tutte le religioni, fu abrogata nel 1984, con un nuovo Concordato tra lo Stato e la Santa Sede; l’elemento di fondamentale importanza è il fatto che il cattolicesimo non è più religione di Stato (il che tra l’altro ha abolito la congrua, sostituita dal contributo volontario della popolazione espresso sulla dichiarazione dei redditi).

Pochi sono comunque gli aderenti ad altre religioni o ad altre chiese non cattoliche, cioè protestanti e ortodosse, da secoli attestate in Italia. Si annoverano 200.000 protestanti, ripartiti in varie confessioni (valdesi, metodisti, battisti, luterani ecc.), 35.000 ebrei, 20.000 ortodossi. La più consistente religione dopo la cattolica è oggi quella musulmana (circa 500.000 credenti, ma le stime variano ampiamente), composta quasi interamente da recenti immigrati dai paesi arabi, soprattutto nordafricani. Lo stato italiano riconosce pienamente anche le comunità buddhiste (30.000 aderenti), mentre qualche contrasto esiste con i Testimoni di Geova (circa 300.000 tra adepti e simpatizzanti), per taluni aspetti della loro confessione, ad esempio per il loro rifiuto a prestare il servizio militare.

7. Istruzione e mezzi di comunicazione di massa

Il sistema scolastico italiano si imposta su una scuola dell’obbligo, gratuita e garantita dall’art. 34 della Costituzione. Il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta è del 98,8%. Negli ultimi anni l’istruzione in Italia è stata oggetto di numerose proposte di riforma, fra le quali l’estensione dell’obbligo scolastico e la riforma dei cicli scolastici. Per informazioni più dettagliate sulla storia e l’evoluzione del sistema scolastico italiano, vedi Scuola dell’obbligo, Scuola media superiore e Università.

Accanto alle scuole pubbliche operano, a tutti i livelli, dalle elementari alle università, varie scuole private, che in linea di massima riguardano il 10% della popolazione scolastica. Complessivamente la scuola dell’obbligo è frequentata da 4.473.362 (iscrizioni nell’anno 2000–2001); 2.810.337 frequentano gli istituti superiori; 1.854.200 sono gli studenti universitari.

La maggior parte delle università e degli istituti universitari italiani è di fondazione molto antica (circa metà, tra le quali le università di Ferrara, Firenze, Napoli, Padova, Parma, Pavia, Perugia, Pisa, Roma, Torino, risale ai secoli XIII-XIV); quella di Bologna, della fine dell’XI secolo, è ritenuta la più antica del mondo occidentale. Roma è la città con più elevato numero di studenti universitari, quasi 200.000; Milano è la città che annovera il più alto numero di università, ben quattro (Statale, Politecnico, Bocconi, Cattolica del Sacro Cuore), cui si aggiunge l’Istituto universitario di lingue moderne (IULM).

Delle università private, particolare fama hanno le menzionate Cattolica e Bocconi, quest’ultima specializzata negli studi di economia, l’Università per stranieri di Perugia e l’Università di Urbino. È invece statale e gratuita, ma a statuto particolare, la Scuola normale superiore di Pisa, cui si accede solo con un curriculum scolastico particolarmente brillante.

Nell’ambito dei mezzi di comunicazione di massa, o mass media, l’Italia registra una crescente diffusione della stampa, sia dei quotidiani sia dei periodici (settimanali e mensili): i primi giornali, le gazzette, che avevano cadenza settimanale, apparvero in Italia alla metà del XVII secolo.

I quotidiani sono un centinaio, in assoluta maggioranza a diffusione regionale se non addirittura provinciale; tra i quotidiani nazionali, i più diffusi sono il “Corriere della Sera”, stampato a Milano, “la Repubblica”, stampata a Roma, e “La Stampa”, edita a Torino. La complessiva tiratura giornaliera si aggira sui 6 milioni di copie.

Il più diffuso mezzo d’informazione, tuttavia, è nettamente la televisione, con 499 apparecchi per 1.000 persone. In posizione assolutamente dominante nel panorama televisivo sono due aziende, quella pubblica RAI (Radiotelevisione italiana) e quella privata Mediaset (della Fininvest), ciascuna con tre canali a diffusione nazionale e i cui programmi si susseguono pressoché ininterrottamente nelle 24 ore. Un terzo polo televisivo, inferiore tuttavia ai primi due, è costituito da La7 (ex Telemontecarlo); esistono inoltre varie centinaia di emittenti locali, che si sono sempre più affermate a partire dagli anni Ottanta.

4. Economia
1. Le trasformazioni della struttura produttiva

Le trasformazioni che si sono verificate negli ultimi decenni nell’economia italiana sono state così profonde da avere pochi paragoni al mondo. Negli anni Cinquanta del Novecento l’economia italiana era ancora legata per un cospicua quota di reddito (circa il 20%) all’agricoltura, nella quale tuttavia era impiegato circa il 36% della forza lavoro. L’industria, ancora poco aperta ai mercati internazionali, produceva circa il 32% del PIL e i suoi addetti rappresentavano circa il 34% del totale. Oggi l’Italia si colloca tra paesi più industrializzati del pianeta e basa la sua attività produttiva su intensi scambi commerciali con tutto il mondo. Nel 2006 il PIL era di 1.850.961 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 31.456 dollari.

A causa della carenza di materie prime, ma anche delle vicende politiche del paese, per tutto il XIX secolo l’industria italiana visse un modesto sviluppo, concentrato in alcune città portuali e del Nord. Alla fine dell’Ottocento (con molto ritardo rispetto ad altri stati europei) si era comunque formata una certa cultura industriale e imprenditoriale nel settore tessile e poi nei comparti di base, soprattutto a Torino e a Milano (e nelle aree circostanti), particolarmente nella siderurgia e nella meccanica; tuttavia, realtà industriali come la FIAT, fondata nel 1899, rimasero a lungo casi isolati. Successivamente il fascismo intensificò il carattere autarchico dell’economia, favorendo molte imprese private, e nello stesso tempo accentuò l’intervento diretto dello stato nel campo economico. Il sostegno pubblico all’economia divenne, sotto il regime fascista, una componente caratteristica della politica italiana, in particolare nel 1933, con la fondazione di un ente pubblico, l’Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), destinato a soccorrere le imprese in difficoltà o a sostituirvisi. In seguito l’IRI sarebbe diventato il più grande gruppo industriale del paese, con forti presenze anche in altri settori, quali quello dei trasporti e delle comunicazioni (l’IRI giunse a controllare sino a circa 450 imprese; oggi è ancora in vita, ma dagli inizi degli anni Novanta sono state privatizzate gran parte delle aziende che a esso facevano capo).

L’agricoltura, sebbene costituisse la principale voce del reddito nazionale, fu condizionata per molto tempo dall’inadeguatezza delle tecniche e degli strumenti impiegati e solo in poche zone diventò un’attività moderna e avanzata. Tali zone coincidevano in pratica con larga parte della Lombardia e dell’Emilia, particolarmente fertili nei territori della bassa Pianura Padana, dove da tempo l’attività agricola e zootecnica era condotta con notevole dinamismo da affittuari e proprietari o, come in Emilia, da coltivatori diretti, spesso riuniti in cooperative, per aumentare le potenzialità di capitali e quindi di investimenti; nel Nord lo stesso Veneto era rimasto, sino a tutti gli anni Cinquanta, terra di limitati sviluppi.

Il settore agricolo visse una condizione di endemico sottosviluppo nel Sud del paese, dove, alla questione sociale ed economica generale (vedi Questione meridionale), si aggiungevano problemi legati all’estremo frazionamento dei fondi e alla difficoltà di lavorarli, essendo situati in gran parte in zone collinari o addirittura montuose, spesso soggette a frane.

Nel Meridione era rimasta, come retaggio secolare, un’agricoltura povera, con bassissime rese produttive. Accanto al minifondo nelle zone di montagna, dominava il latifondo, costituito da vasti territori controllati da grandi proprietari di ascendenza feudale, i cosiddetti “baroni”; questi immensi domini venivano solo in piccola parte sfruttati, per produzioni cerealicole, ricorrendo a una manodopera stagionale e sottopagata.

Queste condizioni di povertà e di arretratezza non potevano che indurre all’emigrazione non appena si fossero presentate le occasioni favorevoli. Ed essa puntualmente si verificò sia tra la fine del XIX secolo alla prima guerra mondiale, quando milioni di contadini italiani si trasferirono nelle Americhe, sia nel secondo dopoguerra, prima verso il Nord dell’Europa e poi verso il Settentrione d’Italia.

Realtà intermedie tra il Nord più avanzato e il Sud più depresso si registrarono nell’Italia centrale, dov’era diffuso il sistema di conduzione della mezzadria (abolito nel 1964), in base al quale il proprietario del fondo agricolo forniva in usufrutto al coltivatore il terreno, insieme a quanto era necessario per coltivarlo (sementi e attrezzi agricoli), ricevendone in cambio metà dei prodotti ottenuti. Essendo la classe mezzadrile dipendente per la propria sussistenza in gran parte dai prodotti della terra, in queste zone era diffusa soprattutto la coltivazione detta “promiscua” (basata sul trinomio cereali, vite e olivo).

2. La scelta europea e i fattori di squilibrio

Dalla seconda guerra mondiale a oggi l’economia italiana ha fatto passi da gigante. Ciò che appare straordinario nello sviluppo economico italiano è la sua rapidità; il “miracolo economico italiano” presenta infatti analogie con il contemporaneo sviluppo della Germania Occidentale, che tuttavia poteva contare su una forte tradizione industriale e soprattutto sulla ricchezza di materie prime. La trasformazione economica italiana fu resa possibile innanzitutto dal radicale cambiamento della collocazione del paese nel quadro internazionale. Lo sviluppo fu infatti favorito dalla politica atlantica seguita dall’Italia e dagli aiuti del piano Marshall, ma anche da un’eccezionale volontà di ripresa – che accomunò tutta la società italiana, nonostante le laceranti divisioni politiche e un conflitto di classe a tratti aspro – e da una leva di imprenditori di notevoli qualità.

La politica delle alleanze con i paesi dell’Europa occidentale fu poi decisiva. La prima tappa che segnò l’inserimento dell’Italia nel contesto economico europeo fu, nel 1951, l’adesione alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Nel 1957, con il trattato di Roma, nacque poi la Comunità economica europea (CEE); questa iniziale “Europa a sei” si sarebbe allargata a partire dal 1973 ad altri paesi, fino a comprenderne dodici all’atto dell’istituzione dell’Unione Europea nel 1993.

Già in seguito alla costituzione della CECA, l’Italia pose alla base del proprio sviluppo un’industrializzazione intensiva, che avvantaggiò le aree più avanzate – le cosiddette “aree forti” del triangolo Milano-Torino-Genova – e diede un grande impulso agli scambi commerciali.

Rimase però irrisolto il problema dello squilibrio tra le varie regioni del paese. Con il passare del tempo si accentuarono invece le differenze tra le “aree forti” industrializzate e le “aree deboli” (cioè il Meridione continentale, la Sicilia e la Sardegna) a struttura economica prevalentemente agricola. Con poche eccezioni, l’agricoltura meridionale subì infatti un continuo declino e la riforma fondiaria realizzata nel 1950 non diede i frutti sperati. Sostanzialmente priva di una strategia e di adeguati investimenti, la semplice distribuzione ai contadini di fondi di esigue dimensioni e inevitabilmente poco produttivi si rivelò infatti inadeguata.

La crisi dell’agricoltura meridionale giocò a favore dello sviluppo del comparto industriale del Nord, che si avvalse dell’abbondanza di manodopera fornita dalle masse contadine (del Sud soprattutto, ma anche delle regioni più povere del Centro e del Nord). Il repentino passaggio dalla campagna alla fabbrica di milioni di contadini, ridisegnando il volto demografico del paese, ebbe peraltro profondissime ripercussioni, ponendo inediti e delicati problemi sociali.

3. Elementi di debolezza del sistema produttivo

La dipendenza dall’estero per le materie prime è naturalmente un fattore di fragilità in ogni sistema produttivo, ma purtroppo in Italia non è l’unico. La mancanza di un’organica programmazione industriale è un elemento non meno dannoso: in effetti l’industrializzazione italiana fu fondamentalmente legata al caso, alle iniziative di taluni imprenditori, rilevandosi a volte altamente positiva, a volte fallimentare. Inoltre, come si è visto, se da un lato si concentrò in quelle regioni del Nord già favorite dalle infrastrutture, dall’altro lato si sviluppò su produzioni che oggi sono definite a basso apporto di tecnologia: l’Italia è tuttora un paese che investe molto poco nella ricerca.

Un altro aspetto singolare dell’economia italiana è il ruolo importante che, accanto alla grande industria privata, continuava ad avere l’impresa pubblica. L’IRI, in particolare, ha ampliato via via i suoi interessi in molteplici settori, sia industriali sia dei servizi. In qualche caso ciò avvenne perché l’ambito d’intervento era considerato di preminente interesse nazionale (ad esempio la nazionalizzazione del settore elettrico), in altri perché lo stato si proponeva di creare industrie e, insieme, una cultura industriale, proprio in quelle aree del Mezzogiorno nelle quali era assente o troppo debole l’iniziativa privata, mentre permaneva un mondo rurale spesso arcaico e “dimenticato”.

Sin dal 1950 venne istituito un organismo finanziario statale apposito per il Sud, la Cassa per il Mezzogiorno. L’ente, al quale vennero destinate ingenti risorse, diede all’atto pratico esiti molto inferiori alle aspettative; la sua attività terminò nel 1986.

Nell’intento di accorciare la storica distanza economica tra Settentrione e Meridione furono individuate nel Sud le zone che dovevano svolgere una funzione trainante della nuova economia, definite “poli di sviluppo”, perché le industrie realizzate dallo stato, tutte nei settori di base, avrebbero dovuto col tempo far decollare l’economia dei territori circostanti. Si ricordano, tra le realizzazioni più impegnative, il centro siderurgico di Taranto, il complesso petrolchimico di Brindisi, il centro chimico di Ottana, nel cuore della Sardegna pastorale, “cattedrale nel deserto” esemplarmente rimasta come simbolo del clamoroso fallimento di questo genere d’interventi, grandiosi quanto estranei alla realtà locale; e, ancora, il mai attuato centro siderurgico di Gioia Tauro, dove fu sconvolta una delle poche pianure fertili della Calabria, con la distruzione di ricchi agrumeti, e venne costruito un apposito porto, rimasto per molti anni inutilizzato.

4. Le crescenti sfide internazionali

I fattori di fragilità dell’economia italiana sono quindi evidenti e dipendono sia da iniziali errori di gestione, che hanno finito per gravare, sul lungo periodo, nella vita del paese, sia da carenze che attengono alla geografia e alla storia. Essi vengono avvertiti in limitata misura quando l’economia mondiale nel suo complesso attraversa fasi d’espansione e le esportazioni italiane, che riguardano perlopiù beni di consumo, trovano ampi spazi di mercato. Ma quando l’economia mondiale entra in fase di crisi, solo le economie forti e ben strutturate riescono a superare le difficoltà, imponendo egualmente sul mercato internazionale i propri prodotti, in quanto s’impegnano fortemente nella produzione di beni ad alta tecnologia aggiunta, che altri paesi non sono in grado di fornire. L’esempio più classico, in questo secondo caso, è oggi offerto dal dominio degli Stati Uniti e del Giappone nelle tecnologie avanzate e nell’informatica.

La prima seria crisi attraversata dall’economia mondiale si ebbe alla metà degli anni Settanta, quando i paesi produttori e esportatori di petrolio (i paesi dell’OPEC) all’improvviso rialzarono enormemente il prezzo del greggio sui mercati mondiali. Tutte le industrie, che hanno nel petrolio la loro fonte energetica principale, ebbero contraccolpi molto pesanti: si contrassero i consumi e si giunse a vere e proprie recessioni.

La maggior parte dei paesi altamente industrializzati riuscì, anche se con gravi costi sociali (licenziamenti, contenimento dei salari, diminuzione del tenore di vita ecc.), attuando programmi di privatizzazione del settore pubblico (che ha ceduto miniere, ferrovie, sistema energetico, servizi postali, flotta commerciale aerea ecc.), a recuperare il proprio potenziale produttivo nel corso degli anni Ottanta. L’Italia, al contrario, entrò in una crescente spirale d’indebitamento, raggiungendo livelli di inflazione (perdita del potere d’acquisto della moneta) che toccarono il 20% annuo.

La situazione monetaria divenne insostenibile. Il crollo della lira fu tale che nel 1992 l’Italia fu costretta a uscire dal Sistema monetario europeo (SME), l’ente che regola i rapporti di cambio tra le varie monete europee, di cui nel 1979 era stata tra i membri fondatori.

Tuttavia una politica economica di rigore, di risanamento del debito pubblico e di privatizzazione si era definitivamente, anche se molto tardivamente, imposta. Il 1° gennaio 1993 la Comunità economica europea si trasformava nell’ancora più vincolante Unione Europea (UE), una sorta di fase preparatoria a una vera e propria federazione, o confederazione, di stati, con ampi poteri sovranazionali.

Tra gli obiettivi principali dell’UE si ricordano il coordinamento nei settori della politica estera, della giustizia, della sanità, degli organismi di polizia, dell’istruzione ecc., ma in ambito economico soprattutto l’adeguamento ai parametri di Maastricht, dal nome della città olandese in cui i paesi dell’Unione Europea firmarono il relativo accordo. Questi parametri impongono ai paesi membri l’obbligo di non oltrepassare talune percentuali del tasso d’inflazione, di mantenere un determinato rapporto tra debito pubblico e reddito prodotto, tutto ciò come condizione per consentire l’abolizione delle monete nazionali e l’introduzione di un’unica moneta europea, l’euro appunto, adottata come valuta di scambio dalle banche e dalle borse valori dal 1° gennaio 1999, e che ha sostituito le divise monetarie dei paesi aderenti il 1° gennaio 2002.

Il 1° maggio 1998, grazie a un’imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo di Romano Prodi, che aveva Carlo Azeglio Ciampi quale ministro del Tesoro, del Bilancio e della Programmazione economica, l’Italia è entrata con il “gruppo di testa” nell’Unione monetaria europea.

L’Europa deve comunque superare le proprie rivalità interne anche per combattere un ormai comune nemico, la disoccupazione, drammaticamente alta in tutti i grandi paesi, a cominciare dalla Germania. In Italia il tasso di disoccupazione, sebbene sceso negli ultimi anni, ripropone ancora una volta la spaccatura del paese tra il Nord, dove la disoccupazione è contenuta e in certe zone è pressoché assente, e il Sud, dove spesso supera il 20% e addirittura il 40% tra i giovani e le donne.

Caratteristica fino a due decenni fa delle economie più deboli, oggi il problema della disoccupazione coinvolge anche i paesi altamente industrializzati, sia perché l’automazione degli impianti e dei processi lavorativi espelle la manodopera dalla produzione, sia perché l’industria occidentale, e principalmente le compagnie multinazionali, trasferiscono una cospicua parte dell’attività produttiva in paesi poco sviluppati, dove la manodopera è infinitamente più economica.

5. Globalizzazione del mercato

In ambito internazionale è infatti richiesta una crescente capacità competitiva, perché per effetto della cosiddetta globalizzazione del mercato il mondo si è fatto più piccolo. La rete dei computer – la telematica – trasmette incessantemente e ovunque informazioni economiche; le industrie, le produzioni e i flussi monetari si spostano velocemente dov’è più conveniente fare affari, gli acquirenti si rivolgono altrettanto immediatamente ai mercati a minor costo.

Ormai le sfide internazionali (non solo all’Italia, ma all’Europa e ai paesi più avanzati nel loro complesso, inclusi gli stessi Stati Uniti e il Giappone) provengono soprattutto da numerosi stati dell’Asia, come la Corea del Sud, Singapore, Taiwan, l’Indonesia, la Thailandia, la Cina l’India ecc., nonché, in crescente misura, dell’America centromeridionale.

Quasi tutti i paesi asiatici e latinoamericani, in minor misura quelli africani, sono oggi in grado di offrire sul mercato internazionale manufatti a prezzi assai contenuti, dati i costi estremamente bassi della manodopera. A detta degli economisti tutti i paesi che, come l’Italia, hanno costi di lavoro più elevati, possono riguadagnare competitività solo razionalizzando al massimo le tecniche produttive, e soprattutto incentivando le produzioni ad alta tecnologia aggiunta e i servizi detti “superiori” (il terziario avanzato): l’informatica, la ricerca scientifica, la cultura, le consulenze, l’attività bancaria e finanziaria ecc.

Sono purtroppo tutti ambiti nei quali l’Italia registra in genere gravi ritardi. La politica industriale è stata perlopiù impostata sul cosiddetto “segmento produttivo medio” ed è poco sostenuta da un adeguato sistema di finanziamenti. Quanto agli ambiti basilari del terziario, i trasporti e le vie di comunicazione sono spesso poco efficienti, mentre il settore di vendita è polverizzato in un numero eccessivo di esercizi commerciali. Tuttavia, già si registrano interessanti casi di sistemi agroalimentari integrati (connessioni tra agricoltura e industria alimentare), cioè la tendenza di alcuni gruppi industriali a entrare nel campo diretto della distribuzione commerciale, oppure crescenti collegamenti tra industrie e centri che offrono una vasta gamma di servizi: di tipo amministrativo, contabile, fiscale e di varia consulenza.

6. I grandi settori produttivi
6.1. Caratteristiche dell’attività agricola

Il settore agricolo rappresenta ormai una componente modesta nell’economia italiana, sia come percentuale del PIL, il 2,1% (2006) del totale nazionale, sia come numero di addetti, pari al 4% della forza lavoro; nel 1951, con produzioni complessivamente molto inferiori, ne occupava il 42%. Tuttavia, se si esaminano i dati regione per regione, si passa dal 2,5% di attivi nell’agricoltura in Lombardia al 4% del Lazio al 19% di addetti in Molise, Puglia e Basilicata.

Più che qualsiasi altro settore produttivo, quello agricolo risente in modo più pesante della mancanza storica di una politica di sviluppo, di adeguati capitali, di una razionale programmazione. Gli interventi pubblici, che pure negli ultimi decenni non sono mancati, sono stati contrassegnati perlopiù da manovre abbastanza occasionali di tipo assistenzialistico, piuttosto che da globali e organiche politiche economiche di miglioramento strutturale. Oggi, inoltre, le politiche dell’Unione Europea impongono molti vincoli che, in moltissimi casi, penalizzano l’agricoltura con limitazioni produttive riguardanti certi settori, pur offrendo assistenza e aiuti ad altri.

Si deve anche aggiungere che le aziende agricole italiane sono in maggioranza di dimensioni troppo limitate (anche in seguito agli eccessivi frazionamenti dei latifondi) per essere utilizzabili al meglio: il 90% non supera i 10 ettari di superficie. È in atto tuttavia una certa crescita delle superfici dei fondi agricoli, che tendono ad accorparsi; le aziende vanno quindi diminuendo di numero, ma sono pur sempre sui 3 milioni, registrando un processo di razionalizzazione della superficie agraria ancora molto debole, soprattutto nel Sud. Negli ultimi trent’anni il numero delle aziende è diminuito del 10% in media nel Nord (con un massimo di circa il 20% nel Piemonte), ma nemmeno del 5% nel Meridione.

Inoltre, a differenza di altri paesi europei e degli Stati Uniti, è ancora scarsa l’integrazione delle attività agricole sia con le industrie di trasformazione sia con le reti di vendita; in altre parole, l’agricoltura è troppo spesso di immediato consumo o di limitati scambi locali, invece che entrare nei grandi e più redditizi circuiti commerciali. Le più significative eccezioni si registrano soprattutto in Lombardia, nell’Emilia-Romagna e nel Veneto.

Quanto alle forme di gestione, prevale in modo schiacciante, con oltre il 95%, la conduzione diretta da parte di piccoli o medi proprietari. Come si è detto, la mezzadria venne abolita per legge nel 1964 (dal 1971 i mezzadri ancora in attività sono soggetti a normali contratti d’affitto dei fondi); anche la percentuale dei salariati è in forte regresso. In Campania e in altre zone del Sud opera però un bracciantato stagionale, soprattutto all’epoca della raccolta dei pomodori, che è ormai quasi esclusivamente costituito da immigrati, perlopiù africani.

La formazione di grandi aziende, con forte impiego di capitali e tecnici agrari, altamente meccanizzata, con coltivazioni ben razionalizzate e quindi fortemente produttive, è molto lenta. Nel suo complesso l’agricoltura italiana, pur ricca in certi settori, non è in grado di soddisfare le richieste interne. In consistente misura le importazioni italiane riguardano infatti generi alimentari, soprattutto carni, prodotti lattiero-caseari (burro, formaggi) e cereali.

6.2. Agricoltura, allevamento, pesca

La maggior parte del territorio agricolo italiano è destinato ai cereali; tuttavia la produttività raggiunge buoni livelli solo nel Nord. L’Italia è tra i principali produttori europei di frumento, con 7.817.063 tonnellate nel 2006: la regione che viene al primo posto come quantitativo prodotto è l’Emilia-Romagna, mentre la Puglia è la regione con la maggiore superficie agraria destinata alla sua coltivazione. Per quanto riguarda le rese si va dai 58 quintali circa per ettaro della Lombardia, dell’Emilia-Romagna e del Veneto ai più o meno 20 quintali della Calabria e della Sicilia. Dal Sud proviene tuttavia la maggior parte del pregiato “grano duro”, molto importante per la fabbricazione delle paste alimentari.

Il nostro paese si colloca ai primissimi posti su scala continentale anche per il mais (10.660.680 tonnellate nel 2006), del pari insufficiente alle richieste e destinato in larga misura all’alimentazione del bestiame; proviene pressoché solo dal Nord, e principalmente dal Veneto e dalla Lombardia. Tra i principali cereali, l’Italia è invece al primo posto in Europa per il riso (1.596.367 tonnellate), che anzi in parte esporta, e per il quale la regione con maggior produzione è il Piemonte, seguita dalla Lombardia.

Notevole importanza ha assunto negli ultimi vent’anni la soia (607.695 tonnellate), una coltura estranea alla tradizione italiana, oggi ampiamente impiegata sia per l’alimentazione umana sia per quella animale, e per la quale occupa il primo posto il Veneto.

Lo sviluppo del settore agroalimentare ha inoltre incrementato le aree destinate alla barbabietola da zucchero (11.730.025 tonnellate), che è fornita per ben un terzo dall’Emilia-Romagna, seguita dal Veneto.

Altre colture redditizie, e per le quali è in atto un processo di razionalizzazione mediante produzioni intensive e selezionate, sono gli ortaggi, specie le primizie, la frutta e le colture legnose tradizionali, come la vite e l’olivo. Per queste due ultime colture i valori sono veramente ottimi: l’Italia contende alla Francia il primato mondiale della produzione di vino (fu primo produttore mondiale nel 2006, con 5.193.722 tonnellate) ed è il secondo produttore (dopo la Spagna) di olio d’oliva.

Tra gli ortaggi, che sono coltivati un po’ ovunque, le zone di elezione sono quelle dell’Italia meridionale. La regione che nel suo complesso è la maggiore produttrice è la Puglia, che fornisce oltre il 10% della produzione agricola nazionale e detiene in ambito orticolo numerosi primati (pomodori, insalata, finocchi, peperoni, cavolfiori, sedano), così come per la vite e l’olivo: per quanto riguarda la produzione olearia fornisce addirittura quasi la metà del totale nazionale. Due altre regioni hanno una viticoltura molto sviluppata: la Sicilia e il Veneto. La Campania detiene invece il primato per le patate.

Tra le principali coltivazioni di alberi da frutto, dal Trentino-Alto Adige proviene oltre metà della produzione di mele, la Sicilia (seguita dalla Calabria) ha il primato per gli agrumi, l’Emilia-Romagna per le pere e le pesche, la Campania per le albicocche e i fichi, la Puglia per le ciliege.

Con le consuete eccezioni che riguardano alcune aree del Nord, e in particolare la bassa Pianura Padana, anche l’attività zootecnica è condotta con tecniche non sempre redditizie.

Tre regioni, Lombardia, Veneto e Piemonte, hanno oltre la metà dei capi di bestiame bovino, che complessivamente sono circa 6.255.000 (2006): per fornire qualche elemento di paragone, sono la metà dei bovini della Germania e un terzo di quelli della Francia.

Lombardia ed Emilia-Romagna concentrano l’allevamento suino, con una complessiva presenza nazionale di circa 9.200.000 capi, un valore che è addirittura inferiore a quello della piccola Danimarca; tali regioni vantano però una produzione di insaccati (salami e prosciutti soprattutto) di altissima qualità. Come si è detto, la produzione nazionale di carne, sia bovina sia suina, è insufficiente al consumo interno. Per contro l’allevamento di ovini (7.954.000 capi) e di caprini (945.000), diffuso nel Meridione e nel Lazio, sopperisce alle richieste del mercato.

Esaminando i grandi territori produttivi, nelle aree di montagna si praticano lo sfruttamento forestale e l’allevamento (soprattutto bovino nelle vallate alpine, ovino e caprino nei più magri pascoli appenninici), con utilizzazione d’estate dei pascoli alle alte quote, mentre nei pendii meglio esposti delle vallate è possibile praticare la viticoltura e la frutticoltura specializzata. Nella Pianura Padana predominano, in aree generalmente ben distinte e in aziende medie o medio-grandi, le coltivazioni foraggere, quelle cerealicole e quelle industriali, come la barbabietola da zucchero, cui si associa un allevamento intensivo bovino e suino. In alcune zone costiere, in particolare della Liguria e della Toscana settentrionale, è fiorente la floricoltura.

Nelle zone dell’Italia centrale è ancora molto diffusa l’agricoltura promiscua, che associa nella stessa azienda agricola i seminativi (cereali, ortaggi) alle coltivazioni legnose (vite, olivo), un’eredità tipica della mezzadria. Nel Sud le aree interne sono destinate alla cerealicoltura estensiva, mentre in varie pianure costiere, spesso di recente bonifica e valorizzate dall’irrigazione, si è imposta con successo una razionale ortofrutticoltura intensiva; infine la Sardegna affianca (non senza contrasti, che risalgono a epoca assai antica) aree cerealicole estensive ad altre in cui prevale l’allevamento ovino.

Quanto infine alla pesca, la produzione italiana è abbastanza modesta, con complessive 530.125 tonnellate (2005), un valore che include però, oltre al pesce, ai crostacei e ai molluschi, la crescente produzione delle acque interne, della cosiddetta “acquacoltura”. I mari sui quali si affaccia il nostro paese sono poco pescosi (quello relativamente più ricco è l’Adriatico, con prevalenza di “pesce azzurro”: alici, sarde, sgombri), nonché gravemente inquinati. Un terzo del pescato è fornito dalla Sicilia, seguita a grande distanza dalla Puglia e dalle Marche, ma la flotta peschereccia italiana comprende anche battelli opportunamente attrezzati che esercitano l’attività in mari lontani.

6.3. Risorse minerarie ed energetiche

Le risorse minerarie sono estremamente scarse, in particolare per i minerali metallici. I giacimenti inoltre, anche là dove non si sono ancora completamente esauriti, vengono man mano abbandonati, perché oggi è più economico importare direttamente i minerali piuttosto che procedere alla loro estrazione. Celebre fu, ad esempio, l’estrazione del mercurio dal monte Amiata, in Toscana, oggi cessata. Si ricordano i giacimenti di ferro, sfruttati sin dai tempi antichi, dell’isola d’Elba e della Valle d’Aosta, quelli di piombo e zinco in Sardegna, di manganese in Liguria, di bauxite in Puglia e in Abruzzo, di rame in Toscana.

Relativamente più ricco e vario è il panorama per quanto riguarda i minerali non metallici, tra cui si annoverano salgemma e sale marino (in Sicilia, Puglia, Toscana, Sardegna, Calabria) e zolfo (in Sicilia; ma l’estrazione è totalmente cessata nel 1986). Molto importante rimane la produzione di marmi d’ogni genere; largamente esportati sono i marmi bianchi delle Alpi Apuane, il rosso di Verona, il granito rosso o rosa di Baveno.

Quanto ai minerali energetici, modestissima è la dotazione nazionale di lignite (in Toscana e in Umbria) e di petrolio (il primato per la produzione spetta alla Sicilia e alla Basilicata), mentre più abbondante è quella di gas naturale, o metano, per il quale è sempre più diffusa l’estrazione dai fondali sottomarini, i cosiddetti giacimenti off-shore, soprattutto nell’alto Adriatico e nel canale di Sicilia. Tra le regioni produttrici, si collocano l’Emilia-Romagna, la Puglia, la Basilicata e la Sicilia.

Un buon ruolo ha il potenziale idroelettrico, fornito per tre quarti dai fiumi alpini; nel complesso, tuttavia, le risorse energetiche nazionali coprono appena un quinto dei consumi. L’82,4% della produzione elettrica è fornito da centrali alimentate a combustibile, il 13,4% da centrali idroelettriche (2003). Tuttora irrilevante è la produzione da centrali geotermiche, solari ed eoliche (4,2%).

L’Italia aveva alcuni impianti nucleari (peraltro di complessiva scarsa potenza), ma vennero disattivati a seguito del referendum popolare sull’impiego dell’energia nucleare, svoltosi nel 1987, che ne impose la chiusura.

6.4. Le maggiori aree industriali

Rispetto ai grandi paesi d’Europa e agli Stati Uniti, l’Italia ha attuato con molto ritardo il passaggio a una struttura produttiva eminentemente industriale. Inoltre, il processo di industrializzazione non ha interessato in modo omogeneo tutto il territorio nazionale; ancor oggi si registrano considerevoli differenze tra le varie aree produttive, sia per quanto riguarda la percentuale degli addetti in rapporto alla popolazione che lavora, sia soprattutto per quanto riguarda la partecipazione delle varie regioni alla produzione del reddito nazionale nel settore dell’industria.

La percentuale degli addetti all’industria è pari al 31% della popolazione attiva (2005) e sta registrando quella complessiva diminuzione che si verifica in tutti i paesi a economia avanzata, nei quali si ha invece il sempre maggior aumento del numero degli occupati nelle attività terziarie (pubblica amministrazione, commerci, comunicazioni, finanze ecc.). Si passa tuttavia dal 45% di addetti in Lombardia e dal 44% circa del Veneto e del Piemonte al 24% circa della Calabria e della Sicilia, cioè quasi alla metà.

In modo analogo, mentre per tutta l’Italia la produzione dell’industria fornisce il 26,6% (2006) del PIL nazionale, per la Calabria e la Sicilia rappresenta rispettivamente solo il 18% e il 21%, per la Lombardia e il Piemonte più del 40%.

Quanto alla distribuzione geografica delle aree produttive, tende a perdere rilievo il Nord-Ovest (Lombardia e Piemonte), base tradizionale dell’industrializzazione d’Italia, caratterizzata da imprese di vaste dimensioni, fortemente accentrate (il maggior esempio è rappresentato dalla FIAT, oggi in grave crisi); si tratta di un’area a economia “matura”, nella quale cioè non si potranno avere ulteriori slanci produttivi, e dove è difficile conservare le posizioni acquisite. Un’area del Nord-Ovest come quella ligure attorno a Genova, la cui industria si fondò sulla presenza di un grande porto per l’importazione di materie prime e petrolio greggio, è anch’essa in grave crisi.

Il fenomeno più interessante dell’industria italiana è l’impulso che, soprattutto a partire dagli anni Ottanta, hanno registrato alcune zone dell’Italia centrale, soprattutto della Toscana e delle Marche, e ancor più del Nord-Est, o Triveneto: il Veneto, il Trentino-Alto Adige, il Friuli-Venezia Giulia. Esse hanno dato origine a un nuovo modello di sviluppo, chiamato “modello NEC” (cioè Nord-Est-Centro). Si tratta di una forma di industrializzazione contraddistinta dall’attività di numerose aziende medio-piccole o medie, con larga diffusione sul territorio, a gestione spesso familiare, con pochi e talora nessun dipendente, e quindi deboli conflitti con la manodopera.

Tra le ragioni di successo del modello NEC sono da annoverare la preesistente conoscenza artigianale di alcune e ben specifiche attività produttive, l’impiego di propri capitali (senza dover ricorrere, o solo ricorrendo in modesta misura a prestiti di denaro e perciò al pagamento di elevati interessi), una fitta rete di infrastrutture nel territorio; la stessa dimensione media o medio-piccola dell’azienda, che un tempo era ritenuta più svantaggiosa rispetto al grande complesso industriale, si è rivelata invece, almeno nella fase iniziale, un fattore positivo, perché ha consentito alle imprese di modificare in tempi brevi la produzione, in funzione dei rapidi mutamenti delle richieste dei mercati mondiali.

Sono nati così i “distretti industriali”, agili, ben integrati nella società locale, con una precisa fascia di prodotti. Tra i più noti e importanti si ricordano l’oreficeria di Valenza Po (in provincia di Alessandria) e di Vicenza, i mobilifici della Brianza, del basso Veronese e di Pesaro, le seterie di Como, i distretti vinicoli delle Langhe e del Monferrato, i lanifici di Biella e di Prato, i calzaturifici di Vigevano, Macerata e Barletta, la maglieria di Carpi, le armi in Val Trompia (in provincia di Brescia), le vetrerie di Venezia (a Murano) e di Empoli, le ceramiche e piastrelle di Sassuolo, gli strumenti musicali di Castelfidardo, i marmi di Carrara, le concerie di Santa Croce sull’Arno (in provincia di Firenze), i salotti di Santeramo, i conservifici di pomodoro a Salerno e in numerosi comuni in provincia di Napoli.

Forse i distretti industriali potrebbero costituire la soluzione più idonea per coinvolgere in un vasto processo d’industrializzazione anche il Mezzogiorno d’Italia, nel quale invece la politica economica dei grandi poli di sviluppo, proseguita sino a tutti gli anni Ottanta, ha conseguito esiti molto inferiori alle aspettative. La Puglia, che tra l’altro ha già un buona specializzazione nel settore dell’arredamento, si propone oggi come la regione del Sud meglio avviata a uno sviluppo dei distretti industriali. Oggi, tuttavia, anche questo modello è in crisi, dovuta alla concorrenza delle imprese straniere, soprattutto quelle asiatiche, e alle difficoltà della piccolo-media azienda di investire in ricerca e di innovazione.

6.5. Principali produzioni industriali

Dal punto di vista della produzione, l’Italia ha a lungo occupato buone posizioni in vari ambiti dell’industria manifatturiera, in particolare nel settore tessile, in quello della moda e dell’abbigliamento, delle calzature e, più in generale, in tutta l’industria della lavorazione delle pelli e del cuoio, nell’industria del mobile e dell’arredamento, e in alcuni comparti agroalimentari (pastifici, salumifici). Risultati positivi sono stati ottenuti anche in numerose produzioni meccaniche, da quelle automobilistiche (un’industria che, nata in Piemonte, è ormai ampiamente decentrata in varie regioni meridionali, come la Basilicata, il Molise, la Campania) alle industrie che producono elettrodomestici, cicli e motocicli, macchinari per l’agricoltura e l’industria, macchine utensili in generale.

Fortemente esposti alla concorrenza straniera, anche asiatica, sono molti settori dell’industria di base (siderurgica, metallurgica, petrolchimica, cantieristica); i problemi maggiori derivano dalla debolezza, causata anche dagli insufficienti investimenti, pubblici e privati, in settori produttivi più sofisticati, come il farmaceutico, la chimica, l’elettronica e l’informatica.

6.6. Attività terziarie

Secondo il modello dei paesi a economia avanzata, anche in Italia il settore terziario è quello che presenta la più alta percentuale di occupati (65% della popolazione attiva nel 2005) e che fornisce la maggiore quota di reddito nazionale (71,4% del PIL). È altresì di gran lunga il settore produttivo più eterogeneo, fornendo in pratica tutto ciò che non deriva né dall’agricoltura, dall’allevamento e da altre attività primarie, né dall’attività di trasformazione propria dell’industria, cioè da attività secondarie.

Nelle società avanzate i servizi offerti, pubblici e privati, sono numerosissimi: da tutti quelli che rientrano nell’ambito della pubblica amministrazione al commercio, dal turismo ai trasporti e alle vie di comunicazione, dalle attività bancarie e finanziarie alle consulenze e alle ricerche scientifiche di ogni genere. Queste ultime attività sono sempre più spesso definite come terziario avanzato.

Da regione a regione varia ampiamente la percentuale di addetti alle attività terziarie. In linea di massima la percentuale è inferiore alla media nelle regioni con elevato tasso di industrializzazione (in Lombardia, Piemonte e Veneto è attorno al 50%), mentre è più elevata nelle regioni ad amministrazione straordinaria, regioni cioè che dispongono di particolare autonomia e quindi hanno in vari ambiti un proprio “governo” locale. Si riscontrano tuttavia anche altre regioni con valori superiori alla media: ad esempio la Campania e la Calabria, nelle quali l’elevato numero di addetti impegnati nella pubblica amministrazione non si traduce tuttavia in ricchezza prodotta o in qualità di servizi offerti.

6.7. Pubblica amministrazione

In Italia lo stato è un datore di lavoro molto importante, con più di 3,5 milioni di dipendenti, impiegati nei ministeri e nelle altre amministrazioni locali, nelle scuole (per quasi un terzo), nella sanità, nelle poste, nelle ferrovie, nei corpi di polizia e dei carabinieri, nell’esercito, nella magistratura ecc. Secondo gli economisti, in certi settori il numero di addetti è superiore alle necessità del paese e in vari casi il costo complessivo non corrisponde alla qualità dei servizi prestati.

Tra gli obiettivi prioritari che si sono posti governo e Parlamento, vi è da anni la risoluzione del problema delle riforme da attuare nella pubblica amministrazione, per aumentarne la produttività e ridurne i costi, introducendo nuovi caratteri di imprenditorialità e di efficienza nella gestione pubblica; vi è poi la questione del trasferimento parziale o totale di numerosi servizi pubblici alle aziende private e il rafforzamento dei principi di autonomia degli enti locali, mediante il passaggio di molteplici competenze dallo stato centrale alle amministrazioni locali (regionali, provinciali e comunali).

L’ampliamento di alcuni servizi pubblici, come l’istruzione e la sanità, secondo i principi del Welfare State, fu molto marcato nel corso degli anni Sessanta-Settanta, quando si ebbe l’estensione della durata della scuola dell’obbligo, l’assistenza sanitaria gratuita o semigratuita alla quasi totalità della popolazione ecc.; fu un ampliamento necessario per portare l’Italia ai livelli raggiunti dagli altri paesi della Comunità Europea. Tuttavia accanto a questi interventi, che determinarono ovviamente un forte aumento del numero degli addetti, si introdussero nell’ambito della pubblica amministrazione fattori fortemente negativi.

In molte regioni, soprattutto nel Sud, l’assunzione di personale nel pubblico impiego fu assolutamente superiore alle reali necessità; divenne una forma di assistenza, costosissima per lo stato, proponendosi come un “ammortizzatore sociale” per controbilanciare la mancanza di reali interventi nei settori produttivi e, là dove si erano avuti, il fallimento dei grandi programmi di industrializzazione. Ebbero dunque la sola funzione di assorbire una parte della popolazione disoccupata, alleviando la piaga dell’emigrazione.

Il Lazio è la regione che registra in assoluto la più elevata percentuale di addetti, sia nel complesso delle attività terziarie (circa il 73%), sia specificamente nella pubblica amministrazione (21,5%); questo enorme sviluppo del terziario trova una certa motivazione nella presenza della capitale, nella quale si concentrano la maggior parte dei ministeri e le direzioni dei principali enti pubblici. Roma è altresì una città di quasi 3 milioni di abitanti, la massima metropoli del paese. Per contro, le regioni del Nord più altamente industrializzate sono quelle con minore percentuale di pubblici dipendenti: la Lombardia e il Piemonte si attestano su una media del 12% circa di dipendenti della pubblica amministrazione.

6.8. Commercio

L’altro settore del terziario che raggruppa la più alta percentuale di addetti è il commercio: ben 4 milioni, rappresentati per il 40% circa da lavoratori dipendenti, per il 60% da lavoratori autonomi. Questa seconda, elevata percentuale, che non trova riscontro in altri paesi a economia avanzata, deriva dal numero ingentissimo di microimprese commerciali, negozi e negozietti a conduzione familiare, considerati un bene-rifugio, in mancanza di altre possibilità di occupazione. Nel territorio nazionale vi è un milione di punti-vendita fissi, cui vanno aggiunti 250.000 ambulanti.

Tuttavia, una certa razionalizzazione è in atto anche in questo settore. L’elemento che progressivamente avvicina l’attività commerciale d’Italia a quella degli altri stati è l’aumento di supermercati, ipermercati, hard-discount e centri commerciali, che sono una presenza ormai determinante in tutte le regioni, e che contribuiscono al contenimento e al livellamento dei prezzi. Nel campo alimentare ipermercati, supermercati e hard-discount contribuiscono per circa il 70% alla complessiva commercializzazione.

Particolare importanza rivestono i centri di vendita all’ingrosso dei generi alimentari in prossimità delle zone di produzione; spesso sono gli stessi produttori a gestire anche le catene di vendita. Emilia-Romagna e Veneto sono le due regioni più avanzate in questa integrazione.

6.9. Turismo

Il turismo è una delle più importanti risorse dell’economia italiana. Da tempo affermato ovunque, fornisce una percentuale al prodotto interno lordo pari al 5,5%, cioè superiore a quello dell’agricoltura. E anche se sempre più italiani ormai passano periodi di vacanza o di studio all’estero, il bilancio è in attivo.

Il turismo, sia interno sia estero, ha registrato negli ultimi cinquant’anni una crescita fortissima; quello che un tempo era privilegio di pochi è oggi un fenomeno economico, ma altresì di costume, estremamente rilevante, che riguarda oltre il 55% della popolazione. Il rito delle vacanze, consentito dall’aumentato benessere generale, ha contribuito in modo determinante a uniformare abitudini e generi di vita che, in tutta Italia, erano rimasti diversissimi per secoli.

Molti sono d’altronde i fattori favorevoli all’affermazione del turismo, un settore che ha ancora possibilità di ulteriore sviluppo, potendo offrire eccezionali attrattive naturali e culturali. La straordinaria varietà di paesaggi, le condizioni climatiche, il patrimonio artistico, i richiami religiosi sono gli elementi di base. L’Italia si avvantaggia altresì della vicinanza a molti paesi ricchi dell’Europa centrosettentrionale, per i quali costituisce una meta facile da raggiungere.

Già nei secoli scorsi un viaggio in Italia costituiva una decisiva tappa di formazione culturale: l’Italia della Magna Grecia, dei centri archeologici etruschi (Volterra e Tarquinia) e soprattutto romani (dalla stessa Roma a Pompei, da Ercolano a Paestum), o l’Italia con capolavori dell’arte bizantina a Ravenna e con quella città unica che è Venezia; un paese dalle splendide testimonianze romaniche e gotiche, sparse in tutto il territorio, con i celebri monumenti che, nelle città d’arte della Toscana e delle altre regioni dell’Italia centrale, testimoniano la rivoluzione artistica e culturale del Rinascimento, irradiatasi poi in tutta Europa; ecco alcune delle tappe (sottolineando nella predilezione Firenze, Roma e Venezia) del nostro turismo d’arte.

A esso si affianca in molte regioni il turismo di villeggiatura, montano e ancor più balneare, e anche il soggiorno di cura nelle numerose stazioni termali (Montecatini Terme, ad esempio). Rimini è considerata la capitale balneare d’Europa, mentre tra i centri alpini al primo posto si colloca per notorietà internazionale Cortina d’Ampezzo. Un ruolo significativo nel settore turistico offrono anche, con la loro mitezza climatica e la splendida vegetazione mediterranea, i grandi laghi prealpini, tradizionali mete del turismo centroeuropeo. Indispensabili fattori di promozione turistica, che oggi si devono confrontare con la sempre più agguerrita concorrenza di altri paesi, a cominciare dalla Francia, dalla Spagna e dalla Grecia, sono le dotazioni alberghiere e le infrastrutture ricettive in genere, i molteplici servizi di svago (animazioni, manifestazioni varie), le comunicazioni agevoli, che non ovunque in Italia sono adeguate alla domanda.

Nel 2006 gli arrivi di turisti stranieri in Italia furono 41.058.000, ai quali vanno aggiunti circa 44.500.000 arrivi italiani. Le prime quattro regioni per flusso turistico sono il Veneto, l’Emilia-Romagna, la Toscana e il Trentino-Alto Adige: il Veneto fornisce il 13,5% del fatturato turistico nazionale.

Per contro vi sono ancora regioni del Sud rimaste pressoché estranee ai circuiti turistici (il Molise e la Basilicata, ad esempio), anche per le poco agevoli comunicazioni, e altre regioni che hanno un potenziale, sia di bellezze naturali sia di ricchezza archeologica e artistica, poco o male sfruttato, come è il caso della Sicilia e della Campania. La stessa Sardegna, che pure sta attraversando un periodo di notevole sviluppo turistico, e in minore misura la Calabria, sono note in pratica solo per le loro spiagge e la natura in genere, pur possedendo anche un notevole patrimonio d’arte e folclore.

Adeguatamente potenziato (scarsi sono ad esempio i collegamenti aerei), dotato di più diffuse strutture alberghiere di prestigio, il turismo potrebbe invece rappresentare la maggiore fonte di ricchezza del Sud. Il Meridione sarebbe in grado di trasformarsi, per l’Italia e l’Europa, in quello che è la Florida per gli Stati Uniti, cioè la “regione del sole” per il Nord industrializzato, sviluppando parallelamente l’agricoltura intensiva di primizie ortofrutticole e la floricoltura, più di quanto non accada oggi.

7. Trasporti e vie di comunicazione

Il settore dei trasporti e delle vie di comunicazione presenta non poche debolezze, a cominciare da una distribuzione sul territorio scarsamente omogenea. In certe aree la mancanza di adeguati collegamenti costituisce un fattore non indifferente di ritardo economico, di scambi modesti, di turismo non affermato.

Quando nel 1861 fu unificata, l’Italia era in pratica priva di ferrovie: se ne contavano circa 1.900 km. La scarsità di capitali, le effettive difficoltà dettate da un territorio in ampia misura montuoso e, soprattutto, la divisione dell’Italia in diversi stati avevano impedito sino ad allora di risolvere il problema dei trasporti e delle vie di comunicazione.

Tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, con ritardo rispetto ai grandi stati europei, si provvide a realizzare una rete sufficientemente estesa a tutto il territorio, anche se con maglie più o meno larghe, una rete complessivamente di circa 20.000 km, divenuti 21.000 tra le due guerre. Con i successivi tagli dei cosiddetti “rami secchi”, negli anni Sessanta e Settanta, più o meno tale è rimasta (16.751 km nel 2005) quanto a lunghezza, contro ad esempio i 29.000 km della Francia e i 34.000 della Germania, anche se ne è stata migliorata – peraltro in modo non sempre adeguato – l’efficienza. La regione che presenta il maggior sviluppo ferroviario è il Piemonte, con quasi 2.000 km, seguito dalla Lombardia.

I treni italiani sono per la maggior parte a trazione elettrica, e solo per 12.000 km dispongono di doppio binario. Quanto alla rete integrata dei treni ad alta velocità, uno dei progetti più impegnativi nel campo dei trasporti europei e destinato, in concorrenza con i servizi aerei, a raccordare almeno Roma, Milano, Napoli e Venezia, i lavori di approntamento sono ancora in corso.

La rete ferroviaria italiana, inoltre, oltreché scarsa rispetto a quella dei paesi più avanzati d’Europa, rimane sottoutilizzata, sia nel trasporto merci sia in quello passeggeri. E ciò a vantaggio dei trasporti su gomma, valorizzati nei decenni scorsi in misura sproporzionata rispetto a quanto è accaduto in altri paesi.

I principali tracciati della rete ferroviaria sono le due grandi linee litoranee, che corrono lungo il versante tirrenico e quello adriatico della penisola; entrambe si saldano con il sistema ferroviario della Pianura Padana, il più esteso e fitto del paese, completato verso nord da varie tratte che si diramano verso i principali valichi alpini, inserendo l’Italia nella trama delle reti ferroviarie della Francia, della Svizzera, dell’Austria, della Germania e della Slovenia. Ma il potenziamento dei valichi con maggior traffico, primo tra tutti quello del Brennero, si rende indispensabile.

Un ruolo preminente svolge nella rete nazionale la dorsale Milano-Bologna-Firenze-Roma; le linee trasversali transappenniniche, tra il Tirreno e l’Adriatico, sono invece tuttora di scarsa importanza (Roma-Ancona, Roma-Pescara, Napoli-Foggia, Salerno-Bari). Anche le grandi isole, in particolare la Sardegna, hanno una dotazione ferroviaria debolissima. Comunque circa i tre quarti della rete italiana restano sottoutilizzati, mentre il rimanente quarto (l’area padana, la Milano-Roma, le due arterie litoranee) ha da tempo raggiunto limiti di saturazione tali che risulta assai problematico mantenere la regolarità del servizio.

La principale concorrenza al trasporto ferroviario proviene dal traffico su strada. Fino agli anni Cinquanta la rete stradale italiana era nettamente inferiore a quelle degli altri principali paesi d’Europa; il decennio successivo registrò un accelerato sviluppo del sistema stradale. Oggi la rete italiana, che si snoda per 484.688 km, è paragonabile, sia in rapporto alla complessiva superficie (un po’ più di un chilometro e mezzo di strade per ogni chilometro quadrato di territorio), sia in rapporto alla popolazione (840 km di strade ogni 100.000 abitanti), a quelle dei maggiori stati del continente. La regione con maggiore dotazione di strade è il Piemonte (45.000 km), seguito dall’Emilia-Romagna (34.000 km).

L’affermazione dell’automobile come principale bene di consumo durevole e come status symbol, cioè come indice dell’affermazione economico-sociale, fu determinante nell’avviare un tumultuoso accrescimento della circolazione stradale e autostradale. Accanto agli indubbi elementi positivi del fenomeno (l’automobile fu un fondamentale fattore di unificazione dell’Italia), non vanno tuttavia dimenticati i danni arrecati all’ambiente con l’inquinamento dell’aria e i disagi indotti dall’esagerato numero di autoveicoli in città d’impianto antico come quelle italiane. Comunque l’accrescimento del traffico di automezzi fu reso possibile dagli ingenti investimenti pubblici nelle infrastrutture riguardanti i trasporti su strada (viadotti, sopraelevate, gallerie ecc.), a scapito della modernizzazione del sistema ferroviario.

Tra le autostrade di maggior traffico, per un complessivo sviluppo di circa 6.500 km, si ricordano la A1, l’autostrada del Sole (Milano-Firenze-Roma-Napoli), che percorre tutta la penisola e dalla quale si dipartono varie diramazioni che attraversano gli Appennini; l’asse padano, la A4 (Torino-Milano-Brescia-Padova-Venezia-Trieste); e la A7, autostrada dei fiori (Milano-Genova). Un altro fondamentale tracciato autostradale nord-sud è quello che da Bologna percorre la costa adriatica, la A14 (Bologna-Rimini-Pescara-Bari, giungendo fino a Taranto, sullo Ionio); sulla costa tirrenica si snoda principalmente la A12 (Genova-Livorno-Roma). Per chilometraggio autostradale l’Italia si colloca al terzo posto in Europa, preceduta di poco dalla Francia, ma in modo consistente dalla Germania.

Dato il ruolo preminente che ha il trasporto su gomma, soprattutto per le merci, meno del 20% delle quali viene trasportato per ferrovia, contro valori che in altri paesi d’Europa toccano anche il 50% (un certo incremento rispetto agli anni Ottanta si è invece registrato nel trasporto dei passeggeri), l’Italia è tra i paesi del mondo con più alta dotazione di automezzi. In valori assoluti, per autoveicoli circolanti, è preceduta solo dagli Stati Uniti e dalla Germania; in valori relativi, cioè in rapporto alla popolazione, detiene il quarto posto in Europa (610 autoveicoli ogni 1.000 abitanti), dopo Lussemburgo, Islanda e Malta.

La più interessante iniziativa nel settore dei trasporti è il cosiddetto “traffico intermodale”, un genere di trasporti nel quale le merci, sistemate in container, passano senza bisogno di ulteriori smistamenti da un mezzo di trasporto all’altro: dalle navi ai vagoni ferroviari agli automezzi, dai treni ai camion. Il sistema intermodale richiede peraltro la realizzazione di apposite infrastrutture (ad esempio, ampi depositi per i container) o opportune modifiche di attrezzature di carico e scarico già esistenti: è questo il caso specifico di molti porti. Tra questi nodi di scambio, vasto e movimentato è l’interporto di Verona, che si pone tra i primi d’Europa per il traffico combinato vagoni ferroviari-automezzi.

Quanto al movimento portuale, l’Italia dispone di circa duecento scali marittimi, ma si tratta di un’estrema e poco redditizia frammentazione, che non consente di dotare gli scali delle attrezzature necessarie ai moderni sistemi di carico e scarico. Quasi ovunque ai porti italiani manca un idoneo raccordo con una ben strutturata rete ferroviaria o stradale, che oggi rappresenta un elemento prioritario per il successo degli scali marittimi: il movimento commerciale internazionale complessivo è di 475 milioni di tonnellate annue (dati del 2005), una cifra di poco superiore a quella del solo porto olandese di Rotterdam.

Tra i principali scali italiani per tonnellaggio di merci imbarcate e sbarcate si annoverano Genova, Trieste, Venezia (Porto Marghera), Taranto, Porto Foxi (presso Cagliari), Augusta (in provincia di Siracusa), Ravenna e Livorno; alcuni porti, come Porto Foxi, Augusta e Ravenna, sono in pratica adibiti all’importazione di petrolio, mentre quello di Taranto è specializzato nell’importazione del carbone e di rottami di ferro: in entrambi i casi le merci importate alimentano le industrie locali, petrolchimiche o siderurgiche. Per quanto riguarda invece il movimento dei passeggeri, così come per il naviglio di cabotaggio, al primo posto si colloca, grazie al turismo, il porto di Napoli.

Piuttosto problematica è anche la situazione del traffico aereo, sia nazionale sia internazionale, che ha pur registrato un forte incremento negli ultimi trent’anni. L’Italia ha una posizione geografica molto favorevole ai flussi aerei tra l’Europa centrale, l’Africa e il Medio ed Estremo Oriente, che convergono tutti nell’area del Mediterraneo. Tuttavia solo tre scali aerei hanno, nel nostro paese, una vera funzione di collegamento internazionale: quello di Roma-Fiumicino innanzi tutto, e quelli di Milano-Malpensa e Milano-Linate, che smistano circa i due terzi dell’intero traffico passeggeri. Roma-Fiumicino è il quarto scalo aereo d’Europa, con 22 milioni di passeggeri l’anno, seguito da Malpensa con circa 20 milioni e da Linate con 7.000.000.

Gli altri maggiori scali italiani sono Venezia-Tessera, Napoli-Capodichino, Catania-Fontanarossa con circa 4 milioni di passeggeri ciascuno; sfiorano i 3 milioni Torino-Caselle, Bologna e Palermo-Cinisi; sui 2 milioni sono Verona-Villafranca e Cagliari-Elmas; superano il milione di passeggeri Bergamo-Orio al Serio, Pisa, Firenze-Peretola, Bari-Palese, Olbia-Costa Smeralda e Genova. Tutti sono principalmente al servizio dei collegamenti interni, il cui sviluppo è in continua ascesa, grazie anche alle diverse compagnie private che operano oggi sulle rotte nazionali, in concorrenza con le compagnie di bandiera.

8. Commercio estero

L’economia italiana è caratterizzata da un movimento assai vivace di scambi con l’estero, anche per la fondamentale necessità di importare materie prime. La composizione del commercio estero italiano è quella tipica di un paese trasformatore: prevalgono nelle importazioni le materie prime, tra cui quelle energetiche e quelle alimentari, e i semilavorati (anche se l’accresciuto benessere ha portato a incrementare le importazioni di prodotti finiti esteri, come le automobili o i televisori), mentre l’assoluta preminenza tra le esportazioni spetta ai manufatti. Nel 2004 il valore totale delle importazioni fu di 351 miliardi di dollari USA, mentre quello delle esportazioni raggiunse i 349 miliardi di dollari.

Tra i principali prodotti di esportazione si collocano quelli dell’industria meccanica (autoveicoli e mezzi di trasporto in genere, elettrodomestici, macchinari agricoli e industriali, utensili), dell’industria tessile e dell’abbigliamento, con particolare riguardo per la moda, le calzature e la pelletteria, nonché altri articoli di lusso, come i gioielli. Molto importante è la cosiddetta “esportazione chiavi in mano”, che si rivolge ai paesi in via di sviluppo, di grandi infrastrutture, come dighe, porti, arterie stradali. Deficitario è invece l’ambito della chimica, in particolare per la farmaceutica: gran parte delle medicine presenti sul mercato italiano sono fabbricate all’estero o sono prodotte in Italia su licenza straniera. In modo analogo sono generalmente deboli i settori ad alta tecnologia; nel 1997, ad esempio, l’Italia è quasi definitivamente uscita dalla produzione di computer.

Circa il 60% del movimento commerciale si svolge all’interno dell’Unione Europea, in modo prevalente con la Germania e la Francia; al di fuori dell’UE, gli Stati Uniti sono il più importante partner commerciale. In aumento sono gli scambi sia con la Russia e i paesi dell’Est europeo (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia ecc.) sia con quelli extraeuropei, asiatici in particolare, oggi soggetti a un notevole dinamismo economico o forti esportatori di materie prime. Sia il blocco dei paesi ex comunisti sia quello dei cosiddetti “paesi in via di sviluppo” rappresentano due aree che offrono un vasto sbocco ai tipici manufatti italiani, perlopiù a medio contenuto tecnologico, che trovano invece una forte concorrenza in molti paesi dell’Unione Europea, negli Stati Uniti e nel Giappone.

La bilancia commerciale italiana, rimasta a lungo pesantemente passiva a causa soprattutto della forte spesa per le importazioni di minerali energetici e generi alimentari (carni e prodotti lattiero-caseari in particolare), ha avviato il risanamento negli anni Novanta. Due sono stati i fattori importanti del successo: in una prima fase la svalutazione della lira, che ha reso più competitivi i manufatti italiani all’estero e ne ha rilanciato le esportazioni, e in un secondo tempo una contrazione dei consumi (da parte dei privati e delle industrie), e quindi una politica più restrittiva sulle importazioni.

Nella bilancia valutaria, che riguarda non gli scambi di merci ma i movimenti delle cosiddette “partite invisibili”, sono attive in Italia (anche se in minore misura rispetto a un tempo) le voci relative al turismo e quelle riguardanti i redditi da lavoro, cioè le rimesse degli italiani che risiedono e lavorano in altri paesi. La diminuzione dell’attivo è dovuta nel primo caso al fatto che sempre più italiani si recano in vacanza all’estero, nel secondo al fatto che gli emigrati man mano rientrano in patria.

Sono invece costantemente passive le voci relative ai redditi da capitali, che riguardano le entrate e le uscite di capitali, sia per acquistare azioni di società straniere, sia per effettuare investimenti diretti all’estero; ciò significa che gli investimenti e i relativi ricavi degli stranieri in Italia sono molto più elevati di quelli degli italiani all’estero. Tra l’altro, molte delle aziende già di proprietà pubblica, di recente privatizzate, sono proprio state acquistate da gruppi esteri.

9. Moneta e banche

Fino all’introduzione dell’euro, la moneta nazionale era la lira; l’unico organo di emissione è la Banca d’Italia, che ha sede a Roma. Così come si verifica in tutti gli altri paesi a economia avanzata, il governatore della banca centrale esercita funzioni di controllo e spesso di orientamento nella politica monetaria dello stato, essenzialmente con lo strumento del tasso di sconto, aumentando o diminuendo il costo del denaro a seconda dell’andamento economico del paese.

In Italia, accanto a vari istituti bancari pubblici o di diritto pubblico, esistono numerose banche private; anzi il settore bancario è tra gli ambiti nei quali si stanno attuando ampie privatizzazioni. Sin dal 1993 sono stati privatizzati la Banca Commerciale Italiana (Comit) e il Credito Italiano, entrambi dipendenti dall’IRI, nonché l’Istituto mobiliare italiano (IMI); la graduale cessione da parte dello stato ai privati di istituti bancari, finanziari e assicurativi (ad esempio l’INA, Istituto nazionale delle assicurazioni) è proseguita negli anni successivi.

5. Ordinamento dello stato
1. Struttura istituzionale

A seguito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l’Italia cessò di essere una monarchia e divenne una repubblica. La successiva Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, ha stabilito i principi istituzionali cui i massimi organi dello stato devono attenersi e che sono quelli classici delle democrazie liberali, fondati cioè sulla netta distinzione e indipendenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario. Al vertice dell’ordinamento è posto il presidente della Repubblica, che è quindi il capo dello stato e rappresenta l’unità nazionale.

6. Presidente

Il presidente è eletto ogni sette anni dai membri delle due Camere in seduta congiunta, unitamente a tre delegati per ogni regione (un solo delegato per la Valle d’Aosta), eletti dai rispettivi Consigli regionali, così da garantire la rappresentanza delle minoranze; egli può essere rieletto alla scadenza del suo mandato. Anche se non può intervenire direttamente nel determinare gli indirizzi politici ed economici del paese (come, ad esempio, è consentito al presidente degli Stati Uniti o della Francia), tuttavia non ha solo compiti di rappresentanza e ricopre anche l’incarico di capo delle Forze armate. La Costituzione italiana, oltre ad attribuire al presidente della Repubblica una funzione importante in ambito giudiziario, in quanto presiede il Consiglio superiore della magistratura, gli consente di intervenire, in particolari circostanze, sia in ambiti che attengono al potere legislativo, sia in ambiti relativi al potere esecutivo. Se ad esempio il presidente della Repubblica ritiene impossibile il normale funzionamento del Parlamento, egli può scioglierlo in qualsiasi momento e indire nuove elezioni (eventi che si sono più volte verificati); è inoltre il presidente della Repubblica a scegliere il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di quest’ultimo, a nominare i vari ministri.

7. Potere legislativo

Il potere legislativo spetta al Parlamento, formato da due Camere, entrambe elette ogni cinque anni a suffragio universale (le donne ottennero il diritto di voto solo nel 1946) e diretto. La Camera dei deputati conta 630 membri, 12 dei quali sono eletti nella circoscrizione “Estero”. Il Senato conta 315 membri (6 dei quali eletti nella circoscrizione “Estero”); a questi si aggiungono i senatori a vita, sia quelli di nomina presidenziale, sia gli ex presidenti della Repubblica (che sono senatori a vita di diritto). Bisogna aver compiuto 18 anni per partecipare all’elezione della Camera dei deputati e 25 anni per essere eletti; bisogna aver compiuto 25 anni per partecipare all’elezione del Senato e 40 anni per essere eletti.

8. Potere esecutivo

Il potere esecutivo spetta al governo, formato dal presidente del Consiglio dei ministri e dai vari ministri; per entrare in carica il governo deve ottenere il voto di fiducia del Parlamento, quindi esprime la volontà della maggioranza degli elettori. In genere il presidente del Consiglio è a capo del partito che detiene la maggioranza alla Camera dei deputati. Tra i ministri alcuni sono detti “senza portafoglio”; essi prendono parte alle riunioni e alle decisioni del Consiglio dei ministri, di cui fanno parte, in modo assolutamente paritario ai loro colleghi “con portafoglio”, ma svolgono compiti solo politici: sono cioè privi di quel complesso di uffici della pubblica amministrazione (il portafoglio, appunto) attraverso i quali si riescono concretamente a mettere in atto su tutto il territorio nazionale i programmi governativi.

9. Potere giudiziario

Del tutto indipendente e autonomo è il potere giudiziario. L’amministrazione della giustizia è affidata, per la maggior parte, a magistrati di professione, scelti per concorso e retribuiti dallo stato. Spetta al già citato Consiglio superiore della magistratura da un lato tutelare la reale indipendenza dei giudici dal potere legislativo ed esecutivo, impedendone le eventuali interferenze, dall’altro decidere su assunzioni, promozioni, trasferimenti, provvedimenti disciplinari che riguardino i giudici. Il Consiglio superiore della magistratura è eletto ogni quattro anni: due terzi dei membri sono eletti dagli stessi magistrati, un terzo dal Parlamento.

Il sistema giudiziario italiano è impostato sull’assunto che l’imputato di qualsiasi reato ha diritto a due processi, o per meglio dire a un doppio livello di giurisdizione, di Primo grado e di Appello; è inoltre prevista la possibilità di ricorrere a un terzo organo giudicante, la Corte di Cassazione, se si hanno fondati motivi di ritenere che, durante il primo o il secondo grado del processo, siano stati compiuti dai giudici errori di applicazione e interpretazione di quanto stabilito dalla legge. La pena di morte, non più in vigore dal 1948 per i crimini ordinari, è stata cancellata dal codice penale militare nel 1994.

10. Corte Costituzionale

Un ruolo di particolare importanza viene infine svolto dalla Corte Costituzionale, formata da 15 giudici (5 nominati dal Parlamento, 5 dal presidente della Repubblica, 5 dalle altre supreme autorità giurisdizionali), che durano in carica per nove anni. Alla Corte Costituzionale è affidata, come dice il nome, la suprema tutela della Costituzione, cioè il compito di assicurare la conformità alla Costituzione delle varie leggi votate dal Parlamento; spetta inoltre alla Corte Costituzionale decidere sui conflitti che possono eventualmente insorgere tra i vari organi dello stato.

1. Ordinamento amministrativo e decentramento dei poteri

L’Italia è, dal punto di vista amministrativo, ripartita in venti regioni, di cui quindici (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Emilia-Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto) sono dette a “statuto ordinario”, mentre cinque (Friuli-Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta) sono dette a “statuto straordinario”, poiché dotate di ampia autonomia, sia per motivi geografici in quanto aree di frontiera (e di frontiera in certo senso sono anche, per la loro insularità, la Sardegna e la Sicilia), sia per motivi etnici, culturali e linguistici.

Tutte le regioni, anche quelle a statuto straordinario, trovano limiti alla loro attività nei principi giuridici generali dello stato. L’Italia è rimasta a lungo uno stato fortemente centralizzato. Le stesse regioni a statuto ordinario (quelle a statuto straordinario furono istituite poco dopo la nascita della Repubblica) divennero operative solo nel 1970, quindi con molto ritardo rispetto al dettato della Costituzione. Le regioni hanno conseguito più funzioni e maggiore autonomia in seguito all’approvazione di alcune leggi, tra cui in particolare la modifica del Titolo V della Costituzione (2001).

A loro volta le regioni sono ripartite in province, attualmente in numero di 105 (comprese le tre nuove province di Monza-Brianza, Fermo e Andria-Barletta-Trani); le province sono suddivise in comuni, in numero di 8.101. Solo alle regioni spetta un potere legislativo, di base costituzionale nelle regioni a statuto straordinario, in parte soggetto al potere centrale in quelle a statuto normale; ai comuni e alle province competono solo atti di natura amministrativa. Lo stato è rappresentato in ogni capoluogo di regione da un commissario del governo, incaricato di funzioni di controllo, e in ogni capoluogo di provincia da un prefetto.

Comuni, province e regioni hanno propri istituti: un presidente (il sindaco per i comuni), un consiglio e una giunta esecutiva. In particolare, in base all’importante legge sulle autonomie locali entrata in vigore nel 1990, comuni e province rappresentano le comunità locali e ne amministrano le risorse.

Dal 1993 vengono eletti direttamente dalla popolazione i sindaci di tutti i comuni (in precedenza solo quelli con meno di 15.000 abitanti); oggi, pertanto, i sindaci delle grandi città, Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo e così via, sono divenuti importanti protagonisti della vita politica nazionale.

La spinta a ottenere maggiori poteri autonomi corrisponde d’altronde a richieste di decentramento amministrativo avanzate sin dal XIX secolo, cioè da quando si posero le basi per l’unità d’Italia, da parte di molti storici o uomini politici; essi sollecitarono la formazione di uno stato non centralizzato ma federale, sull’esempio degli Stati Uniti o della Svizzera.

Per oltre centocinquant’anni le proposte federaliste non sono state prese in considerazione; solo nel 2000, nell’ultimo scorcio della XIII legislatura, il Parlamento italiano ha approvato una legge sul federalismo.

2. Partiti politici

Dalla fine della seconda guerra mondiale il quadro politico italiano è stato a lungo dominato da due partiti di massa, la Democrazia Cristiana (DC) e il Partito comunista italiano (PCI), il primo al governo, il secondo all’opposizione nel Parlamento nazionale ma al governo in molte regioni del paese, tra cui l’Emilia-Romagna e la Toscana. Accanto a questi, hanno svolto un rilevante ruolo – in particolare a partire dagli anni Sessanta, con l’apertura della fase dei governi di centrosinistra – il Partito socialista italiano (PSI), il Partito socialista democratico italiano (PSDI), il Partito repubblicano italiano (PRI), il Partito liberale italiano (PLI), il Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP). Il Movimento sociale italiano, fondato nel 1946 da reduci della Repubblica sociale italiana, è rimasto ai margini della vita politica del paese fino agli inizi degli anni Novanta, quando ha dato vita ad Alleanza Nazionale (AN).

Tra la seconda metà degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta sono nati nuovi partiti, tra cui Democrazia proletaria (DP), il Partito Radicale (già fondato una prima volta nel 1955), i Verdi e, nel Nord del paese, alcune leghe a carattere autonomista, che in seguito hanno dato vita alla Lega Nord.

Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta il panorama politico italiano ha subito profondi rivolgimenti, in parte dovuti agli effetti delle vicende internazionali (dissoluzione del Blocco orientale e fine della Guerra Fredda), in parte alla crisi interna al sistema dei partiti. Oltre ai partiti nati dalla metamorfosi delle tradizionali forze politiche, sono apparsi anche nuove formazioni e una miriade di raggruppamenti di cui è difficile dar conto.

A partire dal 1994, la scena politica è stata dominata da due coalizioni contrapposte, una di centrodestra, il Polo delle libertà o Casa delle libertà, e una di centrosinistra, l’Ulivo (che si è ampliata nel 2005 dando luogo all’Unione).

La riforma elettorale approvata nel 2005, introducendo la soglia di sbarramento (4% alla Camera e 8% al Senato), ha determinato con le elezioni anticipate del 2008 una forte semplificazione della composizione del Parlamento, in cui oggi non hanno rappresentanza né le forze radicali della destra e della sinistra, né i socialisti. Il centrodestra e il centrosinistra si sono inoltre riorganizzati nel partito del Popolo delle libertà (formato da Forza Italia, Alleanza Nazionale e altri partiti minori e alleato della Lega Nord) e il Partito Democratico, in cui si sono fusi i Democratici di sinistra, la Margherita e altri partiti minori e alleato dell’Italia dei Valori.

3. Forze armate

L’Italia appartiene, assieme alla maggior parte dei paesi dell’Europa occidentale, con Stati Uniti e Canada, alla NATO (Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord), sin dalla sua fondazione, nel 1949.

Quanto alle forze armate italiane, sono in atto programmi che da un lato tendono alla riduzione dell’intero apparato militare, dall’altro a una maggiore modernizzazione nel settore degli armamenti. Anche le funzioni delle forze armate stanno cambiando e ampliando i loro ruoli; oggi le unità vengono ampiamente distribuite sul territorio nazionale, anche con compiti di ordine pubblico, oppure sono appositamente addestrate per partecipare a missioni internazionali (in genere integrate a forze multinazionali sotto l’egida dell’ONU).

Nel 2004 le forze armate occupavano un totale di 191.875 addetti. L’esercito disponeva di 112.000 effettivi, la marina di 34.000, l’aeronautica di 45.875. Il servizio di leva è stato a lungo obbligatorio (ma dal 1970, con il riconoscimento dell’obiezione di coscienza, poteva essere sostituito da un servizio civile). Esteso anche alle donne nel 1997, è diventato volontario nel 2000.

11. Storia
1. Italia preistorica

Favorito dalle sue caratteristiche geomorfologiche, il territorio italiano ha ospitato sin dalla preistoria più antica gruppi di uomini i quali, provenienti dall’Africa, si stanziarono inizialmente nelle isole e nelle zone prospicienti il Mediterraneo. Nel Paleolitico la penisola italiana, per le sue condizioni climatiche, offrì rifugio a gruppi di cacciatori delle zone interne dell’Europa spinti verso sud dall’espansione della calotta glaciale. La presenza dell’uomo di Neanderthal è ampiamente documentata: crani e resti scheletrici sono stati rinvenuti nella zona dell’Aniene a Saccopastore, nella grotta Guattari al Circeo, nella grotta delle Fate in Liguria e ancora in altre località ubicate soprattutto nelle regioni meridionali.

Della specie umana più recente, l’Homo sapiens sapiens (vedi Homo sapiens) del Paleolitico superiore, l’Italia conserva un ragguardevole numero di reperti sepolcrali: i siti più noti sono quelli dei Balzi Rossi e delle Arene Candide in Liguria, di Savignano in Emilia, del Tagliente in Veneto, dell’Addaura vicino a Palermo, del Cilento, delle grotte del Circeo e di alcune stazioni di superficie della Toscana.

Nelle tre ere dei metalli, del Rame, del Bronzo e del Ferro, si verificarono migrazioni e scambi via mare tra Mediterraneo e Oriente, indotti dal bisogno di reperire metalli, che favorirono l’evoluzione delle prime organizzazioni sociali verso vere e proprie civiltà che associavano all’utilizzo della pietra quello di utensili e di armi in metallo. Per la loro posizione geografica oppure per la presenza di giacimenti metalliferi, Sardegna, Sicilia e Toscana accolsero per prime popolazioni esperte nella lavorazione dei metalli. Molteplici culture, identificate sulla base degli oggetti che lasciarono, delle tombe e della tipologia degli insediamenti, punteggiano la geografia dell’Italia preistorica nelle ere comprese tra il Mesolitico e l’età del Ferro. A questo periodo appartengono sia le incisioni rupestri della Valle delle Meraviglie al monte Bego, sulle Alpi Marittime, sia quelle molto note della bassa Valcamonica (Brescia). Queste ultime, che rappresentano scene di caccia, di guerra e di vita quotidiana, costituiscono uno dei più ampi cicli artistici dell’era protostorica.

La tarda età del Bronzo è documentata dalla cultura dei terramaricoli dell’Emilia, così chiamati perché si insediarono in villaggi costruiti lungo i corsi d’acqua o in aree paludose e protetti da argini di legno (vedi Terramare). I terramaricoli svilupparono le tecniche della lavorazione dei metalli, divenendo abili nel forgiare spade, rasoi, asce, tutti oggetti che sono stati rinvenuti in gran numero nelle terramare. Nell’area nordoccidentale della penisola si diffuse la cultura dei castellieri, definita dall’uso di edificare villaggi fortificati posti sulle cime delle colline e protetti da più cinte murarie. Alla stessa epoca, ossia alla seconda metà del secondo millennio, appartengono anche la civiltà sarda dei nuraghe, case-fortezza a forma di cono, costruite con enormi blocchi di pietra sovrapposti, e la ancora poco conosciuta popolazione non indoeuropea dei liguri, che si stanziò nel nord-ovest della penisola.

2. Popoli preromani

La fase di passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro fu contraddistinta da grandi mutamenti, da nuove immigrazioni, da più solide organizzazioni sociali. Attorno all’anno 1000 a.C. si installarono nella Pianura Padana e nell’Italia centrosettentrionale i villanoviani: il loro luogo di origine erano le Alpi orientali. Il fatto che seppellissero i morti in grandi campi di urne, ossia in cimiteri con urne contenenti le ceneri dei defunti, li associa ad analoghe culture dell’Europa centrosettentrionale. Oltre ai villanoviani, un vero e proprio mosaico di popoli era distribuito su tutta la penisola e sulle isole maggiori. Tra i principali gruppi si segnalano i celti, penetrati nel V secolo a.C. dal nord-ovest, dove si unirono con i liguri, fino al medio litorale adriatico, gli umbri, i sabelli, i veneti, gli osci e i piceni, presenti in una vasta zona dell’Italia centrosettentrionale; gli illirici, stanziati lungo il litorale adriatico; gli ausonii, i sabini, i lucani, i peligni, i bruzi, i campani, gli equi e i sanniti, che abitavano le terre del Sud. Colonie fenicie si costituirono sulle coste delle isole maggiori.

Tra le tante culture dell’epoca emerse quella degli etruschi, attestati in Italia a partire dalla fine del II millennio a.C., anche se non esistono dati certi sulla loro origine e provenienza. Dopo avere occupato stabilmente la Toscana, parte della pianura a sud del Po e il Lazio settentrionale, gli etruschi estesero il loro dominio al Lazio e alla Campania, fissando duraturi elementi di civiltà materiale (l’uso dell’arco nell’edilizia, la tipologia delle case, i sistemi difensivi), economica (attività minerarie e commerciali) e politica (organizzazione di città-stato governate in un primo tempo da un re-sacerdote, detto lucumone, e poi da magistrati eletti). Raggiunsero la massima espansione nel VI secolo a.C., periodo nel quale vennero cacciati dal Lazio meridionale; poco dopo persero la Campania, sconfitti dalle città della Magna Grecia. Iniziò così il loro declino, culminato con l’assoggettamento ai romani.

Contemporaneamente al fiorire della civiltà etrusca, nell’Italia meridionale e in Sicilia sorsero le colonie dei greci, fondate dagli abitanti della città ionica di Calcide (Reggio e Zancle, la futura Messina) e dai dori (Mègara Iblea, Siracusa, Gela, Taranto, Metaponto, Sibari, Locri). Tra il VII e il VI secolo a.C. le colonie greche, divenute autonome dalla madrepatria, fondarono a loro volta altre città in Sicilia (Agrigento, Selinunte) e in Campania (Paestum). Per lungo tempo le colonie della Magna Grecia esercitarono un predominio negli scambi del Mediterraneo e svolsero un ruolo culturale che neppure la successiva conquista romana avrebbe cancellato del tutto.

3. La civiltà di Roma

Nel Lazio antico, a sud del fiume Tevere, erano insediate le popolazioni dei latini e dei sabini, che avevano costruito i loro villaggi in cima ai colli, sia per motivi di difesa, sia per evitare il contatto con le zone paludose. Verso l’VIII secolo a.C. probabilmente si contrapponevano due associazioni di villaggi: il primo gravitava sulla città di Alba Longa, il secondo aveva per centro il Palatino e altri colli, su cui sarebbe nata di lì a poco la città di Roma (secondo la tradizione nell’anno 754 o 753 a.C.). Le origini della storia di Roma furono caratterizzate dal governo dei re, secondo la tradizione in numero di sette: i quattro leggendari re della prima fase della monarchia sono Romolo, il fondatore di Roma, Numa Pompilio, l’inventore del culto religioso, Tullo Ostilio, l’artefice dell’espansione verso il mare, Anco Marzio, l’edificatore delle prime opere urbanistiche della città. Per la seconda fase monarchica gli elementi mitici della memoria storica si diradano, lasciando spazio a dati meglio verificabili: si delinea così il rapporto con la cultura etrusca, attestato dai tre re Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, di origine appunto etrusca.

La fine del predominio etrusco, che coincise con l’avvento della repubblica (fine del VI secolo a.C.), cadde in un periodo di sommovimento per tutti i popoli italici, testimoniato da una serie di guerre nel corso delle quali Roma impose il proprio predominio nell’area centrale della penisola, salvo poi dover contrastare la distruttiva avanzata dei celti (chiamati “galli” dai romani). La spinta espansionistica romana si orientò anche a sud, dove Roma dovette superare la resistenza dei sanniti, sconfitti definitivamente nel 290 a.C., e delle città della Magna Grecia, capeggiate da Taranto. Le vittorie contro Cartagine, città fondata dai fenici sulle coste della Tunisia, nella prima e nella seconda guerra punica (264-201 a.C.; vedi Guerre puniche), consegnarono ai romani la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, che diventarono province (cioè territori sottoposti e controllati da Roma). Roma rivolse quindi la sua attenzione verso Oriente, per controllare i ricchi mercati asiatici: una serie di guerre contro gli stati ellenistici di Macedonia e di Siria trasformò Roma in potenza egemone nel Mediterraneo.

Il I secolo a.C. vide la crisi delle istituzioni repubblicane e l’affermazione del ruolo politico dell’esercito, composto da professionisti della guerra al servizio di generali ai quali erano uniti da stretti rapporti di fedeltà. La crisi degenerò in guerra civile, con la contrapposizione tra dittatori: lo scontro fu dapprima tra Caio Mario e Lucio Cornelio Silla, quindi tra Gneo Pompeo e Giulio Cesare. In quei frangenti Roma concesse la cittadinanza a tutti i popoli alleati o soggetti che risiedessero a sud della linea formata dall’Arno e dal Rubicone (89 a.C.); tale diritto fu esteso da Giulio Cesare nel 49 a.C. agli insubri, che abitavano nella Pianura Padana, contribuendo a definire la prima unità politica del territorio peninsulare italiano, cuore di un grande impero compreso tra la Britannia e l’Africa settentrionale, la Spagna e il Danubio, l’Egitto e la Siria.

Un momento decisivo nell’unificazione istituzionale e politica dell’Italia fu costituito dalla riforma amministrativa introdotta da Augusto nel 27 a.C., con cui la penisola fu suddivisa in undici regioni. Altra scelta destinata a fissare l’impronta della civiltà romana nella storia italiana fu la centuriazione della terra nelle campagne del Centro-Nord: la divisione delle terre in lotti geometrici, assegnati ai centurioni che si erano distinti nelle guerre contro i barbari, lasciò un’impronta duratura nel paesaggio agrario. Al tempo stesso la cultura giuridica elaborata dai romani, l’organizzazione del sapere, le acquisizioni tecnologiche, le realizzazioni artistiche, le forme urbane tipologizzate dalla struttura di Roma fornirono altrettanti elementi di civiltà capaci di sopravvivere alle variazioni dei domini e dei regimi politici. Allo stesso modo, le strade romane, grandi arterie di collegamento militare ed economico, segnarono i tracciati della viabilità che sarebbero stati percorsi nei secoli successivi.

Questi elementi caratterizzanti della civiltà romana si andarono sviluppando e diffondendo lungo tutto il periodo dell’impero, insieme con le nuove conquiste e con il loro consolidamento. Roma acquistava sempre più un carattere di grande città cosmopolita, accogliendo genti e culti diversi, ma anche i germi della disgregazione che, con la pressione sempre più incalzante dei popoli barbari ai confini, avrebbero portato al crollo dell’impero (vedi Roma antica: età imperiale).

4. Emigrazioni, invasioni, nuovi regni dopo Roma

L’identità culturale romana, consolidata e trasformata dal cristianesimo, durò ben oltre il limite cronologico dell’impero romano finendo col condizionare le stesse dominazioni barbariche, allorché, tra il IV e il V secolo, queste assunsero il carattere di immigrazioni permanenti: gli ostrogoti furono i primi invasori a insediarsi in Italia (intorno al 490), contrastati dall’imperatore di Bisanzio, Giustiniano, che cercò di ricostituire l’antico impero romano, lanciandosi alla riconquista delle terre perdute d’Occidente.

Giustiniano morì nel 565; tre anni dopo l’Italia subì l’invasione dei longobardi, che devastarono dapprima l’Italia settentrionale, poi l’Umbria e la Toscana. Suddivisi in bande armate, sconfissero facilmente le deboli forze bizantine ancora presenti nella penisola, fino a che non stipularono con Bisanzio, nel 603, un trattato di pace che suddivideva l’Italia in due zone: la cosiddetta Romania (Calabria, Puglia, Sicilia, Sardegna, Corsica, Roma e il suo territorio, Ravenna e il nord delle Marche) sotto il controllo dell’impero bizantino d’Oriente; la Longobardia, che comprendeva il resto dell’Italia. I longobardi riuscirono successivamente a strappare ai bizantini il controllo del litorale adriatico (Esarcato di Ravenna e Pentapoli marittima) e di gran parte dell’Italia meridionale. La dominazione longobarda configurò un vasto regno italiano che ebbe Pavia come capitale.

I longobardi, come quasi tutti i germani, erano di religione ariana, temevano la potenza della Chiesa cattolica, che attraverso le istituzioni del monachesimo e l’organizzazione ecclesiastica incentrata sulla figura dei vescovi giocava un fondamentale ruolo economico e culturale, così da essere un punto di riferimento essenziale in un’epoca di crisi complessiva. L’accordo dei longobardi con la Chiesa, prima, e la conversione al cristianesimo, poi, rappresentarono due momenti significativi nel processo di assimilazione tra etnie e storie tanto divergenti: di questo processo fu artefice la chiesa di Roma, in particolare papa Gregorio Magno, a dimostrazione del prestigio del cristianesimo, divenuto una grande forza politica e spirituale.

Nel 754 i franchi, guidati dal re Pipino, scesero in Italia chiamati dal papa e cacciarono i longobardi da Ravenna e dal territorio circostante (Esarcato e Pentapoli), che consegnarono al pontefice come “patrimonio di san Pietro”. Si formava così l’embrione del futuro Stato della Chiesa. Il dominio longobardo fu annesso al regno dei franchi, con l’eccezione dei ducati di Spoleto e di Benevento, mentre Bisanzio conservava le isole, la Calabria e una parte della Puglia. Per oltre un secolo (774-888) l’Italia fu inserita nel sistema imperiale carolingio, trasformato nel primo impero cristiano della storia, ma ben presto minato da una serie di debolezze interne (la formazione di poteri signorili ancorati ad ambiti locali e basati sul possesso di estesi beni fondiari, la pratica della divisione in regni minori) ed esterne (le incursioni e le invasioni di normanni, ungari e saraceni, e l’islamizzazione del Mediterraneo). Dopo le alterne vicende della crisi postcarolingia, l’impero si riorganizzò con Ottone I di Sassonia, che nel 962 fu incoronato imperatore dal papa e messo a capo di un territorio esteso dalla Germania all’Italia centrosettentrionale. Ottone fu re d’Italia e in tale veste strinse i legami con la Germania, intervenne nella vita interna della Chiesa di Roma e costruì un tessuto di legami feudali, che frenò lo strapotere degli ecclesiastici.

Nello stesso tempo nel Sud d’Italia si verificava l’espansione degli arabi, che si stabilirono in Sicilia, divenuta base per le incursioni nel Mediterraneo dei pirati saraceni, per secoli autentico flagello delle popolazioni rivierasche, e un nuovo popolo entrava a fare parte della storia d’Italia, dopo che già si era imposto in Europa: i normanni, discendenti dei vichinghi, eccezionali navigatori che si erano stanziati nella regione francese della Normandia e si erano convertiti al cristianesimo. Strappata agli arabi la Sicilia e inseritisi nei conflitti tra longobardi e bizantini, i normanni fondarono con Ruggero II (1130) un regno comprendente tutto il Mezzogiorno.

5. I Comuni

All’inizio del secondo millennio l’Italia, al pari dell’Europa, visse una generale ripresa economica, messa in luce dall’incremento demografico, a cui fu data risposta con un’intensa opera di diboscamento, finalizzata a ricavare spazi per l’agricoltura, con la colonizzazione di terre incolte e con l’introduzione di nuove tecniche di produzione (aratri in ferro, mulini ad acqua per la macina del grano, sistemi più pratici per il giogo dei buoi e dei cavalli). Segni di rinnovata vitalità attraversarono i centri urbani, che crebbero in superficie e in abitanti e videro lo sviluppo dell’attività manifatturiera e delle relazioni commerciali.

Si affermarono nuovi organismi politici, i Comuni, che acquisirono libertà giurisdizionali e prerogative di autogoverno. Il movimento comunale, fenomeno di dimensione europea, conobbe uno sviluppo considerevole nel XII-XIII secolo. Ebbe il suo fulcro nelle città dell’Italia centrosettentrionale, dove fu diretto dalle élite mercantili, associate spesso ai vescovi, ai nobili di città e ai contadini inurbati, in aperto contrasto con il potere delle signorie feudali e con l’autorità imperiale. I Comuni introdussero forme di governo che, come vere e proprie città-stato, costruirono ampie dominazioni territoriali comprendenti il contado e in certi casi anche zone ben più estese.

Tra i Comuni italiani assunsero un ruolo preminente quello di Firenze, cuore del nuovo sistema bancario nato con il fiorire dell’economia monetaria e con l’intensificarsi degli scambi mercantili in Europa, e quello di Milano, posto al centro di un’economia artigianale tra le più progredite del continente. Fu inevitabile lo scontro con l’autorità imperiale, rappresentata da Federico I della casa tedesca di Hohenstaufen (detta anche di Svevia), concluso a favore di una Lega lombarda composta di Comuni veneti e padani. Questi, dopo avere sconfitto l’imperatore a Legnano (1176), sottoscrissero la pace di Costanza (1183) con cui ottennero ampie autonomie in cambio del riconoscimento dell’alta sovranità imperiale.

6. Repubbliche marinare e impero

Un fenomeno analogo vide protagonista un gruppo di città portuali, Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, che si avvantaggiarono della riapertura delle rotte navali, collegata al movimento delle crociate (XI-XIII secolo), inserendo le loro flotte mercantili nei traffici con il mondo orientale. Queste città fornirono all’Europa i ricercati prodotti asiatici, come le spezie, i tessuti pregiati e le pietre preziose. Venezia sopravanzò le altre repubbliche marinare perché aveva alle spalle uno stato territoriale più esteso e poteva contare su una moderna flotta militare e mercantile. Con una serie di azioni politiche e con la potenza delle sue navi, Venezia dapprima acquisì il dominio dell’Adriatico e poi monopolizzò gli scambi con l’Oriente, grazie al controllo di un gran numero di isole e delle località marittime commercialmente più importanti dell’impero bizantino. Dopo la quarta crociata (1202-1204) Venezia divenne il centro di un impero sul mare.

Nel Sud intanto si insediava la dinastia tedesca di Svevia, acquisendo il Regno di Sicilia (1198), che sotto l’imperatore Federico II fu al centro di una complessa riorganizzazione politico-culturale: nacque allora il ghibellinismo, punto di raccolta delle forze imperiali in lotta contro l’egemonia politica del papato. Il dissidio tra guelfi e ghibellini si trasferì nell’ambito dei Comuni centrosettentrionali; qui, le fragili ragioni dell’alleanza antimperiale lasciarono il passo a laceranti conflitti di fazioni e di città, l’altra faccia dell’operoso spirito di intraprendenza economica e di spiccata propensione all’autogoverno cittadino.

7. La prima età moderna

Nel corso del Trecento e del Quattrocento la penisola italiana si inserì nel sistema europeo con caratteristiche proprie, assai differenti da regione a regione. L’Italia settentrionale sperimentò l’evoluzione dei Comuni in senso statale, sotto la forma delle signorie e dei principati. Tra fine Trecento e inizio Quattrocento si abbozzò un dominio di ragguardevole entità, costituito dalla signoria dei Visconti, i quali riuscirono a ricostruire quasi totalmente l’antico regno dei longobardi, impadronendosi di quasi tutta la Pianura Padana, fino ai confini con Venezia, Genova, Bologna, Parma e Piacenza. Gli Sforza, che subentrarono ai Visconti nel 1450, furono signori del Ducato di Milano, che si avvaleva del porto di Genova e di altre floride città situate tra Lombardia, Piemonte ed Emilia. Il Mezzogiorno conobbe l’estendersi dell’autorità dei baroni, signori feudali detentori di grandi possedimenti terrieri, i quali esercitavano un potere pressoché incontrollato sulle popolazioni rurali. Nel Sud non valsero a scalfire la netta egemonia baronale né la dominazione francese degli Angioini, re di Napoli dal 1266, né quella spagnola degli Aragonesi, che conquistarono la corona di Sicilia nel 1282 e quella di Napoli nel 1442.

Il panorama politico dell’Italia all’alba dell’età moderna presentava altre forme istituzionali: lo Stato della Chiesa, sede di una sovranità politico-religiosa di dimensione mondiale; le repubbliche, tra cui primeggiava Venezia, che aveva consolidato il potere oligarchico del patriziato; i principati dinastici, frutto della riorganizzazione postcomunale, presenti in Piemonte con i Savoia, in Toscana con i Medici, nelle Marche con i Montefeltro di Urbino, e in altre realtà minori.

A differenza di quanto stava avvenendo in Francia, in Spagna e in Inghilterra, nella penisola italiana non si ebbe un processo di unificazione in un’unica sovranità nazionale dei molteplici stati. Al confronto con le nascenti monarchie europee, gli stati italiani palesarono la loro fragilità politica sin dal momento in cui il re francese Carlo VIII avviò la campagna per la conquista della penisola (1494). Si aprì allora una lunga stagione di conflitti tra le maggiori monarchie europee, in competizione tra loro per assicurarsi il predominio in Italia, interrotta nel 1559 dalla pace di Cateau-Cambrésis, che stabiliva un equilibrio imperniato su diverse realtà. Nel Sud e nel Ducato di Milano si stabilizzò la dominazione degli Asburgo di Spagna; nel centro restarono in vita sia gli stati signorili, ora dipendenti dai favori delle grandi potenze straniere, sia lo Stato della Chiesa; la repubblica di Venezia conservò intatta la sua dimensione territoriale a nord-est della Pianura Padana e nell’Adriatico; a nord-ovest prese consistenza il Ducato sabaudo, collocato a ridosso delle Alpi, tra Francia e Italia, ma proiettato verso gli spazi italiani con la politica seguita da Emanuele Filiberto. La penisola aveva così raggiunto un equilibrio nell’ambito del sistema degli stati europei, tuttavia condizionato dalle maggiori potenze, la Francia, la Spagna e l’impero asburgico, arbitre delle relazioni tra le molteplici entità statali operanti in Italia.

8. Rinascimento e Controriforma

L’Italia portò all’Europa un contributo di cultura e di idee nell’età dell’Umanesimo e del Rinascimento. Nati nel clima delle libertà civili delle città italiane, gli ideali del Rinascimento trovarono accoglienza nelle raffinate corti europee, dove diedero l’impronta ai consumi e allo stile di vita delle aristocrazie. Un’Italia, quindi, divisa e subalterna sul piano politico poteva divenire faro di civiltà per l’Europa, così come alcuni suoi uomini potevano trovarsi nel cuore dei grandi rivolgimenti mondiali. Questo ruolo toccò ai grandi navigatori, inventori di rotte oceaniche e scopritori di mondi nuovi, quali furono Colombo, Vespucci, i fratelli Giovanni e Sebastiano Caboto, protagonisti delle scoperte geografiche del XV e XVI secolo, dalle quali iniziò una ridefinizione della realtà economica europea. In questo processo l’economia urbana del Centro-Nord dell’Italia perse rilievo al confronto con le nuove capitali europee dei traffici e del denaro, quali Londra, Parigi, Amsterdam, Augusta.

La cultura del Rinascimento, tollerante e universale, fu sconfitta dalle lacerazioni religiose che divisero l’Europa nel XVI secolo. L’Italia divenne il terreno di attuazione della risposta data dalla Chiesa di Roma alla sfida della Riforma protestante. Nel concilio di Trento (1545-1563) prevalsero le tendenze intransigenti che provocarono la rottura con il mondo protestante. A partire da quella data, e per almeno tre secoli, la storia dell’Italia, cuore del cattolicesimo, fu influenzata dalla Controriforma, che impose canoni estetici, valori morali e modelli culturali. Ne derivò un’impronta clericale, che pervase ogni settore della società italiana manifestandosi anche, se non soprattutto, in termini repressivi. Allo stesso tempo si organizzarono linee di riforma morale, funzionali a disciplinare il clero e i laici, a radicare nella società la presenza della Chiesa, che poté disporre di nuovi ordini e congregazioni religiose, espressione di un cattolicesimo militante.

Il Seicento fu per i territori italiani il tempo dell’incertezza e della crisi, scandito non solo dalla guerra dei Trent’anni (1618-1648), ma anche dalle ondate di ribellione nel mondo contadino, dalle rivolte politiche e sociali, dalle spaventose epidemie di peste. La crisi economica che percorse il continente europeo riclassificò le scale di grandezza, relegando in posizioni più basse le aree del Mediterraneo, in primo luogo l’Italia, nella quale persero di vigore le forze sociali che avevano animato lo slancio economico della tarda età medievale: si registrò in quel periodo una ripresa del feudalesimo, un’emarginazione dell’economia urbana e una contrazione produttiva nei settori manifatturiero e agricolo.

9. Il secolo delle riforme

All’inizio del Settecento finì l’egemonia spagnola in Italia, che datava dal 1559. Si avviarono mutamenti dinastici e territoriali che fissarono nel 1748 una nuova carta dei poteri nella quale si potevano identificare i seguenti raggruppamenti: lo stato sabaudo, a nord-ovest, che aveva ampliato i suoi confini attestandosi alla linea del Ticino e aveva ottenuto la Sardegna nel 1720; l’area di dominio asburgico con i ducati di Milano e di Mantova e per un breve periodo con i regni di Napoli e di Sicilia, ai quali va aggiunto il Granducato di Toscana, dal 1737 passato ai Lorena imparentati con gli Asburgo; lo Stato della Chiesa; le repubbliche di Genova e Venezia e la piccola repubblica di Lucca; l’area di dominio borbonico, con il Ducato di Parma e Piacenza e i regni di Napoli e di Sicilia.

I nuovi assetti territoriali furono rafforzati da consolidamenti istituzionali, frutto di una politica di ampie riforme, nell’ambito dell’assolutismo illuminato. Fu una svolta storica a cui vanno ascritte le origini di un risveglio civile nei diversi stati della penisola, nel corso del quale ripresero i contatti con i centri più vitali della civiltà europea. Firenze e Milano furono al centro del movimento riformatore, che coinvolse con minore intensità le altre capitali della penisola, da Torino a Venezia, da Parma a Genova, segnando l’avvio di una ripresa generale dell’Italia, favorita anche dalla diffusione dell’illuminismo. Le riforme attuate da Maria Teresa d’Asburgo in Lombardia (catasto delle proprietà terriere, perequazione fiscale, riduzione della presenza ecclesiastica, rinnovamento dell’istruzione) e poi proseguite con maggiore intensità dal figlio Giuseppe II esercitarono una spinta alla modernizzazione che trovò corrispondenza nelle attitudini civili ed economiche della società locale. Altrettanto si può dire per l’opera svolta in Toscana da un altro figlio di Maria Teresa, Leopoldo (granduca dal 1765 al 1790), che privatizzò le terre demaniali, liberalizzò il commercio dei cereali e soprattutto riformò i codici in funzione di una giustizia svincolata dall’eredità feudale. In Piemonte si avvertì una politica di carattere assolutista che fondò un efficiente stato burocratico, nel quale mancava, però, un ruolo autonomo da parte della società civile.

10. Italia giacobina e napoleonica

In Italia, come in altri paesi europei, la stagione delle riforme era già tramontata al momento in cui giunsero dalla Francia gli echi del sovvertimento che stava spazzando via l’antico regime per preparare le moderne forme della democrazia politica. Gli avvenimenti della Rivoluzione francese accesero speranze di rigenerazione generale: nei diversi stati italiani si formarono gruppi di giacobini che, condividendo le idee dei rivoluzionari di Parigi, progettavano di eliminare l’assolutismo per fondare stati democratici.

Nella primavera del 1796, la rivoluzione sopraggiunse con le armate del generale Napoleone Bonaparte, che in breve tempo travolsero piemontesi e austriaci e predisposero le condizioni per nuove forme di libertà politica: ne fu espressione la serie di repubbliche che si costituirono ispirandosi agli ideali rivoluzionari. Nel 1797 Napoleone firmò con gli austriaci il trattato di Campoformio, con il quale il Veneto venne ceduto all’Austria, mentre le province di Crema, Bergamo e Brescia, quelle lombarde a nord del Po e la Valtellina furono unite nella Repubblica Cisalpina; a essa furono annessi i territori della Repubblica Cispadana (ex legazioni pontificie di Bologna e Ferrara, e ducati di Parma e Reggio), creata nel 1796. In rapida successione, e grazie all’accordo tra giacobini italiani ed esercito napoleonico, si costituì la Repubblica Ligure, seguita dalla Repubblica Romana (1798) che sorse nei territori dello stato pontificio, dalla Repubblica Partenopea (1799) e dai governi repubblicani in Piemonte e in Toscana (1798-99).

Dopo una breve parentesi aperta dall’arrivo delle armate austro-russe, il ritorno in forze di Napoleone successivo alla vittoria nella battaglia di Marengo (1800) fece rinascere la Repubblica Cisalpina. Essa fu trasformata nel 1802 in Repubblica italiana con l’unione dei territori veneti, presieduta dallo stesso Napoleone e con la vicepresidenza di Francesco Melzi d’Eril. Napoleone, nel 1805, la proclamò regno (Regno d’Italia) facendosi incoronare dal papa. Il Granducato di Toscana, trasformato in Regno d’Etruria (1801-1807), fu quindi annesso alla Francia insieme con lo Stato della Chiesa, come già era accaduto al Piemonte, alla Liguria e al Ducato di Parma; nuovamente trasformato in ducato nel 1809 fu attribuito a Elisa Bonaparte, già principessa di Lucca, Massa e Carrara. Giuseppe Bonaparte, incoronato re di Napoli (1806), intraprese una serie di grandi riforme, tra cui l’eliminazione della feudalità, che furono completate dal successore Gioacchino Murat. Solo la Sardegna (dei Savoia) e la Sicilia (dei Borbone) rimasero al di fuori del dominio francese in virtù della protezione navale garantita dalla Gran Bretagna.

11. La restaurazione

Le potenze europee – Gran Bretagna, Austria, Prussia, Russia – uscite vincitrici dal ventennio di guerre contro la Francia rivoluzionaria e napoleonica (vedi Guerre napoleoniche), ridisegnando la carta politica dell’Europa al congresso di Vienna (1814-15) stabilirono che in Italia venissero restaurati gli assetti prerivoluzionari: in base al principio della legittimità tornarono al potere i sovrani spodestati da Napoleone o i loro eredi. L’impero austriaco si installò nell’Italia centrosettentrionale riacquisendo la Lombardia, ottenendo il Veneto, imponendo sovrani legati alla corona asburgica in Toscana, a Parma e a Modena. Divenne definitiva la scomparsa delle antiche repubbliche di Genova e di Venezia: la prima fu annessa dal Regno di Sardegna, la seconda formò una provincia nel Regno asburgico del Lombardo-Veneto. Nel centro della penisola lo Stato Pontificio non subì mutamenti territoriali. A sud, nel Regno delle Due Sicilie, con capitali Napoli e Palermo, furono riportati al trono i sovrani della dinastia dei Borbone. Nel territorio italiano solo il Regno di Sardegna, comprendente il Piemonte, la Liguria, la Sardegna, la Savoia e Nizza, poteva svolgere una politica di relativa autonomia.

12. Il Risorgimento

L’equilibrio, stabilito al congresso di Vienna, fu all’insegna del ripristino degli stati assoluti; su questo versante politico esso mostrò le sue debolezze, nel momento in cui le opposizioni liberali e democratiche, eredi dei valori della Rivoluzione francese e attive in Italia come in tutta Europa, riuscirono a organizzarsi nelle società segrete, la principale delle quali fu la carboneria. All’azione delle società segrete devono essere ricondotti i moti che nel 1820-21 scoppiarono a Napoli e a Torino, coinvolgendo principalmente i quadri intermedi dell’esercito: la richiesta di una monarchia costituzionale, che garantisse i diritti politici ai notabili borghesi e ai funzionari di alto grado dello stato e che tutelasse la proprietà e la libertà di stampa, tornò quindi al centro della lotta politica.

Nello stesso tempo presero corpo le aspirazioni all’unificazione politica dell’Italia, ora assurta nella coscienza patriottica a nazione, degna perciò di essere governata da una sola autorità statale non straniera. L’idea di nazione, uno dei più potenti fattori propulsivi della storia italiana almeno fino al 1861, ancora debole nelle associazioni segrete sorte negli anni della restaurazione, durante il Risorgimento fu raccolta e propugnata sia dai patrioti repubblicani, che avevano il loro leader in Giuseppe Mazzini, sia dai liberali moderati, che guardavano con interesse al ruolo del Regno di Sardegna e del suo re Carlo Alberto.

Nelle rivoluzioni del 1848-49 la questione nazionale venne allo scoperto con le insurrezioni di Milano (Cinque giornate, marzo 1848) e di Venezia, conclusesi con la cacciata delle truppe austriache. La prima guerra d’indipendenza vide scendere in campo Carlo Alberto, il quale, però, si ritirò non appena fu sconfitto dagli austriaci nella battaglia di Custoza (1848), abbandonando al loro destino i patrioti italiani insorti un po’ ovunque e privandoli di una guida nazionale. A Venezia gli insorti proclamarono la repubblica cominciando a organizzare la difesa militare contro il temuto intervento degli austriaci, mentre a Roma, fuggito Pio IX a Gaeta, la repubblica veniva proclamata il 9 febbraio 1849 da un’assemblea costituente.

Incoraggiato dalle rivoluzioni di Venezia e di Roma, Carlo Alberto ritornò sul campo di battaglia muovendo nuovamente il suo esercito contro l’Austria; ma per la seconda volta venne sconfitto nella battaglia di Novara. L’esito negativo dello scontro militare aprì la strada alla repressione nel Nord e nel Centro d’Italia, condotta dagli eserciti austriaci.

Al termine del biennio rivoluzionario le truppe austriache garantirono il ripristino delle dinastie regnanti prima del 1848. Solo nel Regno di Sardegna non fu restaurato il regime assolutistico, perché il nuovo sovrano Vittorio Emanuele II mantenne lo Statuto concesso da Carlo Alberto. Su questa piattaforma liberale e costituzionalista fu possibile adottare una linea politica che rilanciava la questione nazionale, cui il primo ministro, Cavour, diede una dimensione praticabile imperniata sul consenso internazionale, assicurando il favore della Francia e della Gran Bretagna a un progetto di unificazione italiana controllato dal re di Sardegna. Decisivo fu l’intervento francese, che portò alla seconda guerra d’indipendenza, nel corso della quale le truppe franco-piemontesi sconfissero ripetutamente gli austriaci in Piemonte e in Lombardia e le popolazioni dell’Emilia, della Romagna e della Toscana insorsero chiedendo con i plebisciti l’adesione al nuovo stato che si stava formando. Alla guerra condotta dalla dinastia piemontese e interrotta bruscamente per il ritiro dei francesi (armistizio di Villafranca, 1859), diede un’accelerazione l’iniziativa patriottica dei democratici guidati da Giuseppe Garibaldi, culminata nella spedizione dei Mille, che liberò il Sud dal governo borbonico. Con i plebisciti le popolazioni meridionali chiesero, insieme con quelle dei territori pontifici delle Marche e dell’Umbria, di essere annesse al Regno di Sardegna: il 17 marzo del 1861 il Parlamento subalpino, nel quale ormai erano entrati deputati di tutta la penisola, proclamò Vittorio Emanuele II re d’Italia.

13. Il Regno d’Italia

A fondamento del nuovo Regno d’Italia venne mantenuto lo Statuto albertino del 1848. Tale prudenza fu giustificata dal timore di ritorsioni internazionali, a conferma della fragilità che connotava lo stato unitario, le cui sorti erano strettamente legate agli equilibri europei. Cavour, che dell’unità era stato uno degli artefici, morì nel giugno di quello stesso anno: il successore Bettino Ricasoli ne proseguì la linea politica all’insegna del liberalismo moderato.

Uno dei principali problemi del nuovo Regno derivava dalla questione romana: essa si traduceva nell’ostruzionismo praticato dal papa Pio IX, che non riconobbe l’esistenza del nuovo Regno e si rifiutò di aprire trattative che avessero come obiettivo l’acquisizione di Roma all’Italia. Mentre il governo sceglieva le vie diplomatiche, mazziniani e garibaldini premevano per una soluzione di forza. La tentò una prima volta Garibaldi, che mosse dalla Calabria con un gruppo di volontari, ma fu fermato dall’esercito piemontese (Aspromonte, 1862). Per aggirare l’ostacolo rappresentato soprattutto dalla Francia, le cui truppe difendevano lo Stato Pontificio, nel 1864 il governo stipulò un accordo: la Francia si impegnava a ritirare entro due anni i soldati, in cambio dell’impegno italiano a non violare militarmente lo Stato Pontificio. Una clausola dell’accordo prevedeva il trasferimento della capitale da Torino a Firenze (1865). Il governo italiano negli anni successivi prese drastici provvedimenti per la riduzione del potere temporale della Chiesa.

Nel 1866 l’Italia partecipò alla guerra austro-prussiana, alleandosi con la Prussia (vedi Terza guerra d’indipendenza). Grazie ai successi dell’alleato, che fecero passare in secondo piano le sconfitte subite dall’esercito italiano, l’Italia acquisì il Veneto.

La via per Roma si aprì invece nel 1870, in seguito alla disfatta della Francia nel conflitto con la Prussia: lo Stato Pontificio non aveva più la protezione francese. A quel punto l’Italia fu libera di muovere l’esercito, fatto che avvenne il 20 settembre 1870. Roma fu annessa al Regno e ne divenne la capitale. I rapporti Stato-Chiesa si fecero ancora più tesi dopo il trasferimento della capitale. Il governo italiano emanò nel 1871 la Legge delle guarentigie: al pontefice fu riconosciuta la posizione di sovrano straniero e assegnato un territorio (attuale stato del Vaticano).

14. Fondazione dello stato unitario

Nel 1861 il Regno d’Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d’Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259.320 km2), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree coinvolte in processi di rapida modernizzazione, esistevano situazioni statiche e arcaiche, presenti soprattutto nell’economia agricola del Mezzogiorno. Ristrette erano le basi sociali su cui poggiava lo stato. Nelle campagne la gran massa dei contadini era rimasta quasi del tutto estranea, in certi casi ostile, al Risorgimento. Nel Sud l’ostilità esplose in una grande ribellione durata dal 1861 al 1865, che venne sfruttata dal partito borbonico e che spinse il governo a una durissima repressione militare (vedi Brigantaggio).

Il nuovo stato nacque su un’impronta centralistica, nella quale alla corona vennero lasciati ampi poteri in politica interna ed estera. Il ruolo del sovrano si esplicò ampiamente nel primo decennio, quando tutte le crisi di governo furono risolte dal re, scavalcando le prerogative del Parlamento. Nelle mani della corona si concentravano alcune leve fondamentali del potere: l’esercito, la burocrazia, la giustizia, la corte e il Senato, i cui membri, a differenza dei deputati della Camera, non erano eletti ma di nomina regia.

15. I governi della Destra e della Sinistra

Dal 1861 al 1876 al governo furono nominati uomini della cosiddetta Destra storica, moderati e conservatori che si consideravano eredi politici di Cavour e che avviarono il processo di unificazione istituzionale del paese. Il fiorentino Bettino Ricasoli, il bolognese Marco Minghetti e il piemontese Quintino Sella ne furono gli esponenti di maggiore spessore politico e intellettuale. In campo economico l’obiettivo principale della Destra fu di pareggiare il bilancio dello stato. Il ministro delle Finanze, Sella, vi riuscì con una severa azione fiscale, che comportò il ripristino dell’impopolare tassa sul macinato, tanto odiata da causare malcontento e rivolte; essa era infatti stata introdotta per la prima volta nel XVI secolo e sembrava definitivamente scomparsa. Ma vari ministeri, oltre al Sella, ne avevano chiesto la reintroduzione, approvata definitivamente nel 1869. In campo economico si attuarono misure per il libero scambio e fu dato avvio alla costruzione della rete ferroviaria nazionale.

Un parziale ricambio nella classe dirigente si verificò a seguito delle elezioni del 1876, vinte dai candidati che appartenevano alla cosiddetta Sinistra storica. Si trattava di uno schieramento di notabilato borghese meno conservatore della Destra, perché sosteneva la necessità di moderate riforme e di un intervento dello stato nell’economia a difesa dei ceti più deboli. I primi governi della Sinistra, guidati da Agostino Depretis, introdussero l’istruzione elementare obbligatoria dai sei ai nove anni. Con la riforma elettorale del 1882 la Sinistra riuscì a ottenere anche un parziale allargamento del corpo elettorale, che fece salire da 600.000 a due milioni circa il numero degli italiani aventi diritto al voto: in questo modo i diritti politici furono estesi alla piccola borghesia, agli operai, ai contadini benestanti e ai piccoli proprietari terrieri.

Dal 1887 al 1896, salvo un’interruzione di due anni, fu presidente del Consiglio Francesco Crispi, il quale avviò un’opera di adeguamento dello stato alle nuove realtà sociali ed economiche, con il varo del codice sanitario, della riforma degli enti locali e del codice penale (che dal suo estensore prese il nome di codice Zanardelli, 1890). Crispi praticò una politica estera che, imitando le scelte imperialistiche delle grandi potenze, si tradusse nella conquista dell’Eritrea. Ma la sconfitta subita dall’esercito italiano ad Adua nel 1896 (vedi Guerra d’Eritrea) bloccò l’espansionismo coloniale italiano e provocò le dimissioni di Crispi.

16. L’industrializzazione

Negli ultimi anni dell’Ottocento l’Italia fu afflitta da un’emigrazione di massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe e in altri stati europei. In quel periodo, però, l’Italia fece anche un decisivo passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di rapida industrializzazione; si affermò il movimento operaio; l’economia progredì, favorita dall’adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti concessi dallo stato e da alcune importanti banche (Banca Commerciale Italiana, Credito italiano). L’industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella siderurgia (gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15.000 a 50.000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest’ultima sembrava risolvere una delle debolezze dell’Italia, paese privo di materie prime essenziali come il carbone e il ferro. Utilizzando l’acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu possibile ottenere energia senza dipendere dall’estero per l’acquisto del carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da 100 a 4.000 milioni di kWh. L’industria tessile mantenne una posizione di rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello internazionale. Anche l’industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l’economia conservava forti squilibri tra il Nord del paese, industrializzato e moderno, e il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo.

La modernizzazione si manifestò anche nelle forme della vita politica e del conflitto sociale. Nel 1892 fu fondato a Milano da Filippo Turati il Partito socialista italiano, principale referente del movimento operaio fino all’avvento del fascismo. Una grande esplosione di protesta popolare si registrò in Sicilia dopo il 1890 e vide migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva l’economia dell’isola, battersi per una riforma agraria. Il governo, presieduto da Francesco Crispi, decretò l’occupazione militare della Sicilia e la condanna dei capi sindacali (vedi Fasci siciliani).

17. Crisi di fine secolo

Negli ultimi anni del secolo a una nuova ondata di scioperi il governo rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898 a Milano, dove il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Subito dopo il massacro, la polizia arrestò i dirigenti socialisti, chiuse i giornali di opposizione e le sedi dei partiti operai.

La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C’era il rischio che prevalesse un governo reazionario. L’attentato in cui morì il re Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 da un anarchico, rese più tesa la situazione. D’altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta democratica. Questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione. Ma l’uomo di maggiore prestigio di quel governo era il ministro degli Interni, Giovanni Giolitti. Egli divenne primo ministro nel 1903 e mantenne la massima carica politica fino al 1913, salvo brevi interruzioni.

18. Età giolittiana

Il periodo compreso tra il 1901 e il 1913 fu dominato dalla figura dello statista Giovanni Giolitti: la modernizzazione dello stato liberale, insieme con le prime riforme di carattere sociale, nate in un clima di positivo rapporto tra governo e settori moderati del socialismo, ne fu il tratto caratterizzante. Importanti furono le posizioni riformistiche prevalse tra le fila del partito socialista, che posero in minoranza l’ala massimalista, fautrice di uno scontro sociale e politico senza mediazioni. La svolta nel partito socialista trovò giustificazione nella linea politica tenuta da Giolitti, che si caratterizzò per un nuovo atteggiamento di neutralità governativa nei conflitti di lavoro, lasciando che fossero risolti dalle parti in causa: industriali e operai. Ai governi presieduti da Giolitti risalgono le prime leggi speciali per lo sviluppo del Mezzogiorno, imperniate sul principio del credito agevolato alle imprese e riguardanti la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e Napoli: in quest’ultimo caso fu possibile ultimare rapidamente il centro siderurgico di Bagnoli.

Un altro importante progetto portò alla statalizzazione delle ferrovie approvata dal Parlamento nel 1905, che metteva l’Italia al passo con gli altri paesi europei in un settore essenziale allo sviluppo. Nel 1912 una legge per finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia per i lavoratori inaugurava la moderna legislazione sociale in Italia.

L’età giolittiana fu contrassegnata da una forte crescita economica che fece registrare notevoli tassi di sviluppo nel settore industriale, con conseguente aumento del reddito di molti italiani. Tuttavia, gli indici altrettanto elevati dell’emigrazione all’estero (circa 8 milioni di italiani lasciarono il paese in dieci anni) confermavano i radicati squilibri tra nord e sud e tra città e campagna.

19. Allargamento del suffragio

Un’importante trasformazione politica fu sancita dalla legge elettorale approvata dal Parlamento nel 1912, che introdusse il suffragio maschile quasi universale: tutti i maschi sopra i trent’anni potevano votare; sotto i trent’anni occorreva avere prestato il servizio militare, oppure disporre di un determinato reddito, oppure svolgere una professione statale. Gli italiani con diritto al voto passarono così dal 9,5% al 24,5%. Si trattava di una significativa estensione della base sociale dello stato liberale. La legge prevedeva il sistema uninominale a doppio turno. In quella occasione si stipulò un accordo tra Giolitti e i cattolici, conosciuto come patto Gentiloni, dal nome del deputato che lo propose. In base a esso i cattolici assicuravano il loro voto ai candidati liberali che si fossero impegnati su due questioni che stavano a cuore alla Chiesa: l’opposizione a ogni legge sul divorzio e l’introduzione dell’insegnamento della religione nelle scuole elementari.

In politica estera l’Italia, pur non rinnegando la Triplice Alleanza, patto difensivo siglato nel 1882 con l’Austria e la Germania, si riavvicinò alla Francia, con cui venne firmato un accordo coloniale (1902): l’Italia riconosceva ai francesi libertà di intervento in Marocco, in cambio di un analogo atteggiamento francese verso le pretese italiane sulla Libia, una grande area non ancora colonizzata dagli europei. Allorché l’Austria procedette all’annessione della Bosnia-Erzegovina (1908) ci fu una ripresa in Italia dello spirito antiaustriaco che aveva animato il Risorgimento e che ora propugnava l’acquisizione del Trentino e della Venezia Giulia, territori a maggioranza italiana, ma appartenenti all’impero austriaco (vedi Irredentismo). Al tempo stesso crescevano le attese per una presenza italiana nella spartizione coloniale, alimentate da una crescente cultura nazionalistica. Alle pressioni dei nazionalisti Giolitti offrì una risposta inviando una spedizione militare in Libia (1911): ne scaturì la guerra italo-turca che si concluse nel 1912 con la vittoria dell’Italia. Nel trattato di pace fu riconosciuta la sovranità italiana sulla Libia, su Rodi e altre isole del Dodecaneso, occupate nel corso del conflitto.

Le elezioni del 1913, che videro l’avanzata delle opposizioni, sia dei socialisti sia dei clerico-moderati, e la crisi economica che cominciò a farsi sentire privarono Giolitti della base parlamentare e sociale. Per questo si dimise dal governo e fu sostituito dal conservatore Antonio Salandra. Il nuovo gabinetto represse le agitazioni antimilitaristiche del giugno di quell’anno, che presero una dimensione insurrezionale nelle Marche e in Romagna (la cosiddetta “settimana rossa”, 7-14 giugno 1914). Al diffuso sentimento neutralista il governo rispose favorendo l’organizzazione di manifestazioni per l’intervento militare contro l’Austria, le “radiose giornate di maggio”, preludio di quel clima bellico nel quale l’Italia fu trascinata insieme con l’Europa dopo l’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914), causa scatenante della prima guerra mondiale.

20. L’Italia nella prima guerra mondiale

La questione delle terre cosiddette irredente (il Trentino, il Friuli e la zona di Trieste), governate dall’Austria, nelle quali era attivo un movimento che si batteva per la loro unione all’Italia, fornì la motivazione ad abbandonare l’iniziale neutralità e a scegliere la linea dell’intervento. L’ingresso in guerra, promosso dall’iniziativa del re, fu stipulato segretamente con il patto di Londra (1915), firmato con Francia e Gran Bretagna e quindi fatto ratificare dal Parlamento. Sotto la direzione del generale Luigi Cadorna, l’esercito fu impegnato sulle Dolomiti, nel Carso e sulla linea dell’Isonzo in un logorante conflitto di posizione che non portò a significativi avanzamenti del fronte (vedi Guerra di trincea); anzi, nell’ottobre del 1917, una violenta controffensiva austro-tedesca, lanciata a Caporetto (nell’odierna Slovenia), travolse le truppe italiane.

Alla grave situazione l’Italia rispose con una grande mobilitazione di uomini e di risorse, alla quale parteciparono anche le forze riformiste e socialiste che si erano battute contro la guerra. Comandato dal generale Armando Diaz, che aveva sostituito Cadorna, l’esercito vinse l’ultima e decisiva battaglia a Vittorio Veneto (24 ottobre - 4 novembre 1918).

21. Crisi dello stato liberale

In Italia il ritorno alla pace mise allo scoperto le fragilità del sistema economico, chiamato alla riconversione dalla produzione bellica a quella civile: debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del conflitto. Nell’opinione pubblica si insinuò il mito della “vittoria mutilata” allorché alla conferenza di pace fu negata all’Italia la cessione della Dalmazia e di Fiume (vedi Questione di Fiume), in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli. A nulla servì il gesto di rottura compiuto dai ministri plenipotenziari, Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, i quali nell’aprile del 1919 abbandonarono per protesta la Conferenza di Parigi, salvo farvi ritorno poco dopo per la firma dei trattati conclusivi, nei quali venivano riconosciuti all’Italia Trento, Trieste e l’Istria. In un clima di delusione ebbero buon gioco i nazionalisti a fare sentire la loro protesta e ad applaudire l’occupazione di Fiume effettuata nel settembre del 1919 dai volontari guidati dal poeta Gabriele d’Annunzio e fiancheggiati da truppe sediziose dell’esercito.

A partire dal 1919 gli operai nelle fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista, sull’esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il movimento popolare, indirizzato dai sindacati e dal Partito socialista, mancò di una chiara linea di conduzione perché venne disorientato dalle divisioni all’interno della sinistra, in particolare dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Raggiunse l’acme con l’occupazione delle fabbriche del Nord (1920), per poi declinare rapidamente.

Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento, in difesa degli ideali nazionalistici e con un radicalismo antisocialista; esso si rivolgeva soprattutto agli ex combattenti e ai ceti medi, facendo leva sulla paura di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito socialista nacque il Partito comunista d’Italia: Antonio Gramsci ne era il leader teorico.

Nelle istituzioni si riflettevano le tensioni presenti nella società. Nel giugno del 1920 fece ritorno alla presidenza del consiglio Giolitti, che per esperienza e prestigio si pensava potesse comporre i contrasti politici. Egli risolse la questione di Fiume, firmando con la Iugoslavia il trattato di Rapallo (12 novembre 1920), che riconosceva all’Italia alcune aree della Dalmazia (Cherso, Lussino, Zara, Lagosta) e faceva di Fiume una città libera: tale sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui, con il trattato di Roma, passò sotto la sovranità italiana. Le difficoltà per Giolitti vennero dalla situazione interna, perché cresceva nei ceti medi e nei possidenti, allarmati dalle vittorie socialiste alle elezioni amministrative, l’attesa di una risposta autoritaria, mentre l’opinione moderata era turbata dal disordine e dalle violenze generate ai margini del movimento operaio da quanti speravano di innescare una situazione rivoluzionaria, a somiglianza di quanto era da poco accaduto in Russia.

22. Nascita del fascismo

Esauritosi il cosiddetto Biennio rosso (1919-1920) delle lotte operaie e contadine, la reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso il movimento fascista, le cui violenze erano ottusamente assolte come premessa a un auspicato “ritorno all’ordine”. Mussolini riuscì così a catalizzare sia le frustrazioni della piccola borghesia, disposta persino all’uso della violenza, sia lo spirito di rivalsa diffuso tra i grandi detentori di ricchezze, gli agrari in primo luogo. Iniziarono allora le violenze delle squadre di volontari fascisti, le camicie nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista. Nelle elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in quell’anno, ottenne 35 deputati, un numero ancora inferiore a quello dei socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra loro profondamente divisi.

Nell’ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li organizzò in formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi. Il 27 ottobre del 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse parti d’Italia per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere le dimissioni del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re perché proclamasse lo stato d’assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma Vittorio Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo. In questo modo, attraverso una sorta di colpo di stato effettuato con il sostegno degli apparati statali, Mussolini andò al governo a capo di una coalizione di liberali e popolari, che simpatizzavano per lui e di cui per altro si liberò poco dopo.

23. Il regime totalitario

Il passaggio dallo stato parlamentare al regime totalitario avvenne nei quattro anni successivi. Diverse furono le tappe in questa direzione: nel 1922 la formazione del Gran Consiglio del fascismo, un organismo che raccoglieva i capi del partito e che doveva rappresentare il legame tra questo e il governo; nel 1923 le leggi che limitavano la libertà di stampa, per mettere a tacere le opposizioni e utilizzare i giornali come strumenti di propaganda; nello stesso anno fu presentata la modifica del sistema elettorale (legge Acerbo) per garantire alla lista governativa la maggioranza dei deputati.

L’ultima prova di forza si compì con l’assassinio di Giacomo Matteotti, deputato socialista che aveva osato denunciare in un discorso al Parlamento le violenze e i brogli commessi dai fascisti nelle elezioni politiche del 1924. Pochi giorni dopo Matteotti veniva rapito e ucciso dai fascisti (giugno 1924). Nel paese si levò la richiesta delle dimissioni di Mussolini, mentre la maggioranza dei deputati antifascisti abbandonò per protesta i lavori del Parlamento (la “secessione dell’Aventino”). Mussolini salì alla tribuna della Camera (3 gennaio 1925) e si assunse la piena responsabilità delle illegalità fasciste, dimostrando così di non temere la sfida dell’antifascismo. Contemporaneamente esautorò il Parlamento e proclamò la transizione dallo stato liberale a quello totalitario (vedi Fascismo; Regime fascista).

I passi successivi comportarono l’allontanamento dal governo prima dei cattolici, poi dei liberali. Con la legislazione antiliberale del 1925-26 fu realizzato lo stato totalitario: furono sciolte le opposizioni, espulsi dalla Camera i deputati antifascisti, vietato lo sciopero, messi al bando i sindacati; fu approvata una nuova legge elettorale che prevedeva una lista unica, governativa; fu introdotta la pena di morte e istituito il Tribunale speciale per la difesa dello stato, incaricato di reprimere ogni forma di dissenso.

Un importante successo fu conseguito dal fascismo nel 1929 con la firma dei Patti lateranensi, che chiudevano il conflitto tra stato italiano e Chiesa cattolica, insorto nel 1870: lo stato italiano riconosceva il Vaticano come stato indipendente e la Chiesa otteneva che il cattolicesimo fosse dichiarato religione ufficiale.

La crisi economica, successiva al 1929, indusse il governo a contrapporre misure di difesa della produzione nazionale, all’insegna dell’autarchia. Fu varato un piano di opere pubbliche e di risanamento dell’agricoltura (bonifica delle paludi pontine, fondazione di città rurali, prosecuzione della campagna per aumentare la produzione del grano inaugurata nel 1926). Nel settore industriale si sperimentarono nuove forme di intervento statale con la fondazione dell’IRI (Istituto per la ricostruzione industriale), un ente finanziato dallo stato allo scopo di salvare le banche e le industrie che erano sull’orlo del fallimento. Le relazioni sindacali e industriali furono regolate dalle Corporazioni (vedi Corporativismo), create nel 1933, alle quali erano obbligatoriamente associate le diverse figure della produzione. La politica sociale del fascismo ebbe in quegli anni sviluppi importanti, con le pensioni per gli operai, la settimana di quaranta ore, il sabato festivo, le ferie obbligatorie, il dopolavoro per i dipendenti, l’assistenza alla maternità e all’infanzia.

La politica culturale tentò di orientare gli italiani secondo i valori ritenuti consoni alle tradizioni nazionali e fasciste. I giovani venivano addestrati alla disciplina, all’esercizio della forza fisica e al senso dell’obbedienza, attraverso manifestazioni sportive e sfilate simili alle parate militari. Stampa, cinema e radio furono soggetti non solo alla censura passiva, con cui si vietava la circolazione di notizie che potessero danneggiare l’immagine del fascismo, ma anche a un’azione attiva condotta da un apposito organismo burocratico, il Ministero della cultura popolare (Minculpop). Con strumenti polizieschi furono messi a tacere gli oppositori: molti antifascisti emigrarono all’estero, in particolare a Parigi, dove si organizzarono in associazioni come Giustizia e Libertà, centro della cultura liberale e socialista che ebbe in Carlo Rosselli il suo principale animatore, prima che venisse assassinato nel 1937 insieme con il fratello per ordine dei capi fascisti. Migliaia di oppositori – in maggioranza socialisti e comunisti –, intellettuali, artisti, subirono pesanti condanne al carcere e al confino per reati di opinione o per attività antigovernativa.

24. La guerra e il crollo del fascismo

In politica estera per oltre un decennio Mussolini rispettò gli accordi di pace firmati nel 1919. Nel 1935 si verificò la svolta, con la guerra d’Etiopia, che si concluse nel maggio del 1936, e in seguito alla quale Mussolini proclamò la nascita dell’impero dell’Africa orientale italiana (AOI), la cui corona fu assunta da Vittorio Emanuele III. Dopo l’impresa africana il regime fascista si trovò avversato, seppure in forme blande, dalla Società delle Nazioni e contemporaneamente fu attratto nell’orbita tedesca: con Adolf Hitler Mussolini firmò un’intesa (l’asse Roma-Berlino) che portò il governo fascista a intervenire nella guerra civile spagnola a fianco dei tedeschi.

L’avvicinamento alla Germania nazista divenne totale nel 1938, anno in cui furono emanate le leggi “per la difesa della razza” (1° settembre e 10 novembre): gli ebrei italiani (circa 70.000 persone) si videro messi al bando dalla pubblica amministrazione, dalla scuola, dall’esercito. Nello stesso anno fu avviata una campagna di militarizzazione, che portò all’invasione dell’Albania (1939).

Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini proclamò inizialmente lo stato di non belligeranza, ma di fronte ai successi di Hitler decise l’intervento a fianco della Germania (10 giugno 1940) nella speranza di conseguirne vantaggi internazionali. Le prime operazioni militari si svolsero in aree marginali del conflitto (Sudest della Francia, Grecia), ma l’esercito apparve del tutto impreparato a sostenere uno scontro nel quale ovunque contavano i grandi mezzi aeronavali e le dimensioni strategiche intercontinentali. Diverse sconfitte, sia sui fronti balcanico e africano sia in mare, e la disastrosa partecipazione alla campagna di Russia portarono al tracollo militare (vedi ARMIR).

Nel luglio del 1943, gli angloamericani sbarcarono in Sicilia: il 25 luglio 1943 il re esautorò Mussolini, messo in minoranza nell’ultima seduta del Gran Consiglio del fascismo, e lo fece arrestare. L’evento segnò il crollo del regime fascista, i cui esponenti più oltranzisti costituirono la Repubblica sociale italiana (conosciuta anche come Repubblica di Salò). Gli Alleati, intanto, risalivano la penisola scontrandosi in duri combattimenti con le forze tedesche; al nord, gli uomini della Resistenza si battevano contro i fascisti “repubblichini” e i tedeschi. La morte di Mussolini, giustiziato il 28 aprile 1945 dai partigiani, segnò la definitiva scomparsa del fascismo come regime di governo.

25. La Repubblica italiana

Alla fine della guerra in Italia venne ripristinata la democrazia. Il 2 giugno 1946 si svolse un referendum sulla forma dello stato (monarchia o repubblica) e a esso fu associata l’elezione dei rappresentanti all’assemblea costituente, incaricata di redigere una nuova Costituzione. Le votazioni a suffragio universale (per la prima volta in Italia votavano anche le donne) videro la vittoria della repubblica con il 54% dei voti. Per le rappresentanze all’assemblea costituente la grande maggioranza dei voti andò alla Democrazia Cristiana (DC), erede del Partito popolare di don Sturzo, capeggiata da Alcide De Gasperi; al Partito socialista italiano (PSI) di unità proletaria, divenuto in seguito Partito socialista, guidato da Pietro Nenni; e al Partito comunista italiano (PCI) guidato da Palmiro Togliatti. Questi e altri partiti minori, tra i quali il Partito repubblicano italiano (PRI) e il Partito liberale italiano (PLI), che a quel tempo aveva alla presidenza Benedetto Croce e tra i suoi esponenti di rilievo Luigi Einaudi, collaborarono alla stesura della Costituzione italiana, che fissò i lineamenti istituzionali dello stato. Intanto i confini nazionali furono ritoccati dalla conferenza di pace per decisione delle quattro potenze vincitrici della guerra: Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e Unione Sovietica. L’Italia perse l’Istria, Fiume, Zara, le isole della Dalmazia e alcuni territori alla frontiera con la Francia (Briga, Tenda e altre zone di piccola estensione), mentre la città di Trieste fu sottoposta a un’amministrazione internazionale.

Per un lungo tratto della sua storia, dal 1947 al 1994, il sistema politico italiano fu caratterizzato da una forte continuità del quadro generale, dovuta al fatto che la DC mantenne una posizione centrale in tutti i governi che via via si succedettero, affiancata da partiti minori suoi alleati: il Partito socialdemocratico (PSDI), sorto per iniziativa di Giuseppe Saragat da una scissione tra le fila socialiste; il Partito repubblicano (PRI), il cui leader fu Ugo La Malfa; il Partito liberale (PLI), guidato per molti anni da Giovanni Malagodi. Dall’esecutivo restarono escluse le altre forze politiche, tanto della destra, costituita dal Partito monarchico (fino al 1972) e dal Movimento sociale italiano (MSI), partito che si richiamava al fascismo, quanto della sinistra, costituita dal PCI e dal PSI.

26. Il centrismo

Dal 1948 fino ai primi anni Sessanta, la DC associò al governo i partiti laici minori (PSLI, PSDI, PLI, PRI). Sotto la guida della DC l’Italia impostò la ripresa economica favorita dagli aiuti concessi dagli Stati Uniti nell’ambito del Piano Marshall: l’afflusso di capitali e di merci dagli Stati Uniti creò le condizioni per la ricostruzione dell’economia nazionale, avvenuta nell’ambito dell’inserimento dell’Italia nel blocco dei paesi occidentali contrapposto a quello dei paesi comunisti: nel 1949 l’Italia entrò nell’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (NATO); nel 1952 aderì alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), primo organismo della futura Unione Europea; nel 1954 ratificò un accordo con la Iugoslavia che regolava la questione di Trieste; nel 1955 l’Italia venne ammessa alle Nazioni Unite.

27. Il centrosinistra

L’equilibrio politico basato sui governi centristi si rivelò difficile da mantenere a causa soprattutto della debolezza dei partiti alleati. Lo si vide con il fallimento della legge elettorale del 1953, una legge maggioritaria definita dall’opposizione “legge truffa” che avrebbe garantito un premio di maggioranza alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Alle elezioni di quell’anno la maggioranza di governo non varcò quella soglia, così che De Gasperi diede le dimissioni. Lo schieramento centrista entrò in una lenta crisi; con il passare del tempo anche all’interno della DC affiorarono posizioni che proponevano un’apertura verso sinistra, al fine di intraprendere una serie di riforme sociali ed economiche e garantire l’esistenza di esecutivi stabili e autorevoli.

L’alleato della DC in questo nuovo assetto politico fu il Partito socialista, che da qualche tempo aveva accentuato la sua autonomia dal PCI, soprattutto dopo i fatti di Ungheria del 1956 (vedi Rivoluzione ungherese), e che aveva accettato l’ingresso nella NATO. Per queste scelte veniva ormai considerato una forza leale al sistema democratico. L’apertura a sinistra si realizzò a partire dai primi anni Sessanta, per iniziativa dei democristiani Amintore Fanfani e Aldo Moro: dapprima i socialisti entrarono nella maggioranza parlamentare, poi, a partire dal 1963, parteciparono direttamente al governo. Si aprì così la fase del centrosinistra, che, con fasi alterne e con qualche intervallo, sarebbe durata oltre un decennio. Essa rappresentò la risposta politica, in termini di riforme e di allargamento del consenso, alle grandi trasformazioni che l’Italia viveva in quegli anni.

28. Il “miracolo economico”

Negli anni Cinquanta e Sessanta l’Italia si trasformò da paese agricolo a paese industriale: l’industria fece registrare un rapido sviluppo raggiungendo posizioni d’avanguardia in alcuni settori, quali la siderurgia, la chimica, la produzione di autoveicoli. L’espansione produttiva che venne incentivata dalla crescita dell’industria fu così intensa da far parlare di miracolo economico. Il reddito procapite fu quasi triplicato, mentre la disoccupazione scese a un livello molto basso, intorno al 3% della popolazione. I traguardi raggiunti consentirono all’Italia di inserirsi nel gruppo delle prime dieci potenze industriali del mondo. I cambiamenti economici ebbero immediati riflessi sulle abitudini degli italiani, i cui valori tradizionali, tipici di una società contadina, furono sostituiti, soprattutto nelle nuove generazioni, da stili di vita più individualisti, aperti ai consumi e al conseguimento del benessere. Si accentuarono anche alcune debolezze storiche, prima fra tutte il divario tra Nord e Sud. La concentrazione delle grandi fabbriche nelle regioni settentrionali mise in moto un flusso migratorio interno dal Sud agricolo al Nord industrializzato, che impoverì le regioni meridionali delle risorse umane, senza per altro estinguere del tutto l’emigrazione verso l’estero.

Del programma politico del centrosinistra furono realizzati solo alcuni punti, quali la riforma della scuola media (unificazione e obbligo fino a 14 anni), la nazionalizzazione dell’energia elettrica, il sostegno all’economia meridionale con il finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno e con iniziative di industrializzazione, come l’industria automobilistica a Pomigliano d’Arco e quella petrolchimica a Gela.

29. Studenti e operai

Tra il 1967 e il 1970 nelle fabbriche del nord si mise in moto una grande mobilitazione degli operai, che richiedevano salari più elevati, al passo con la media europea, migliori condizioni di lavoro in fabbrica e di vita nelle città. Nel 1968 esplose la contestazione degli studenti, in sintonia con i movimenti pacifisti e le rivolte scoppiate nelle università degli Stati Uniti (dove i giovani avevano protestato duramente contro la guerra nel Vietnam), francesi e tedesche (vedi Movimento studentesco). Gli operai, organizzati nei sindacati, riuscirono a ottenere sia incrementi di reddito sia il riconoscimento dei diritti in fabbrica, sanciti dall’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970), importante strumento per la difesa della dignità e della libertà del lavoratore dipendente. Nel 1970 furono istituite le regioni a statuto ordinario e ne vennero eletti i consigli, a compimento del dettato costituzionale; nello stesso anno il Parlamento approvò la legge che istituiva il divorzio.

30. Crisi del centrosinistra

In una situazione di profondo mutamento della società, i governi di centrosinistra persero vigore, indeboliti sia dalla crescente ostilità manifestata anche in forme antidemocratiche da diverse forze economiche e sociali, sia dai conflitti interni agli stessi partiti della coalizione. Intanto la crescita economica cominciò a rallentare, subendo gli effetti della crisi internazionale: nel 1971 il presidente americano Richard Nixon decretò la fine del sistema monetario mondiale (convertibilità del dollaro); nel 1973 scoppiò la crisi petrolifera con l’aumento dei prezzi del greggio, che generò nuovi squilibri nella bilancia commerciale di un paese, come l’Italia, in questo settore totalmente dipendente dall’estero. Svalutazione della lira, inflazione a livelli record per l’Europa, con punte sopra il 20% annuo, e caduta della produttività furono i fenomeni con cui dovettero misurarsi le forze politiche e sociali in quel difficile decennio.

31. La “strategia della tensione”

A scuotere la convivenza civile intervenne quella che è passata alla cronaca e alla storia italiana come “strategia della tensione”, una lunga sequenza di attentati terroristici che causarono centinaia di morti. Il primo atto terroristico avvenne a Milano nel 1969 (bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura); seguirono poi gli attentati di Brescia (1974), durante una manifestazione sindacale, e della stazione di Bologna (1980), con 85 vittime, la bomba sul treno Milano-Napoli (1984), solo per ricordare gli attentati di maggiore violenza. Sebbene la responsabilità penale di molti degli atti terroristici che sconvolsero l’Italia in quegli anni non sia mai stata completamente accertata, è da tempo chiaro che fu voluta e perseguita da gruppi di potere politico, militare ed economico per impedire o quantomeno ostacolare l’affermazione dei partiti di sinistra, in un quadro internazionale ancora molto condizionato dallo scontro tra il Blocco occidentale e quello comunista (vedi Guerra Fredda). Secondo quanto le indagini riuscirono ad accertare e secondo alcune sentenze definitive, in molti casi gli attentati furono opera materiale di militanti di gruppi di estrema destra, e vi fu implicato quel complesso sistema di potere occulto con ramificazioni in settori dei servizi di sicurezza, in associazioni segrete (logge massoniche, come la P2), nelle istituzioni, con l’obiettivo di destabilizzare il paese e di innescare una svolta autoritaria.

Dalla metà degli anni Settanta il terrorismo praticato in Italia non fu solo quello di destra; si formarono gruppi clandestini terroristi di sinistra (le Brigate Rosse e altre formazioni analoghe), che inizialmente effettuarono sequestri di persona e ben presto passarono ad attentati veri e propri, con ferimenti e omicidi di magistrati, uomini politici, poliziotti, giornalisti, professori universitari e sindacalisti. Loro scopo era di mettere in crisi lo stato democratico per provocare una rivoluzione anticapitalista. Vedi Terrorismo: Il fenomeno terroristico in Italia.

32. La solidarietà nazionale

Il rallentamento dello sviluppo economico, l’emergere di oscure trame reazionarie e soprattutto l’avanzata, nelle elezioni politiche del 1976, del maggiore partito di opposizione, il PCI, determinarono la crisi del centrosinistra. Anche per l’incalzare del fenomeno terroristico, si aprì allora una nuova fase nella storia dell’Italia repubblicana, caratterizzata dalla ricerca, da parte della Democrazia Cristiana e del Partito comunista, due forze che avevano un retroterra ideologico contrapposto, di un terreno d’intesa per garantire, in quel delicato momento, stabilità di governo e coesione nazionale. Sul piano concreto, l’intesa si tradusse in un accordo parlamentare tra la maggioranza e l’opposizione per la formazione di due governi a guida democristiana (presidente del Consiglio fu Giulio Andreotti), definiti di solidarietà nazionale, che si ressero il primo, nel 1976, sull’astensione dei comunisti e dei socialisti, il secondo, nel 1978 sull’appoggio esterno (senza ministri) del PCI e di altri partiti. Il democristiano Aldo Moro fu il sostenitore di questa svolta, voluta altresì dal segretario comunista Enrico Berlinguer.

Nel 1978 le Brigate Rosse organizzarono il rapimento e l’assassinio di Moro. L’episodio segnò il culmine dell’attacco contro lo stato, ma anche l’inizio della crisi del terrorismo, colpito da una più efficace azione repressiva svolta da polizia e carabinieri che, ricorrendo anche alle confessioni di terroristi pentiti, riuscirono a smantellare le organizzazioni clandestine armate. Ma la vicenda del sequestro di Moro segnò anche la fine della solidarietà nazionale: ritornò al governo una coalizione di centrosinistra che, dopo il 1981, si allargò anche al PLI. Il centrosinistra, nella nuova versione di pentapartito, rimase al potere per oltre un decennio, ma propose allo stesso tempo un’ipotesi di superamento dell’egemonia democristiana. Per la prima volta nella storia della repubblica la presidenza del governo fu assunta da esponenti politici non appartenenti alla DC. Capo del governo diventò, nel 1981, il repubblicano Giovanni Spadolini; seguirono, tra il 1983 e il 1987, due governi diretti da Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, nel corso dei quali si registrò una breve ripresa economica dopo un decennio di difficoltà.

33. Crisi del sistema politico

Nel quadro politico degli anni Ottanta, una delle novità più importanti fu l’affermazione nelle consultazioni elettorali di nuovi gruppi estranei ai partiti tradizionali: il Partito radicale, gli ambientalisti (i Verdi) e le leghe regionali, attive in Lombardia e in altre regioni del Nord. Nella coscienza degli italiani crebbe intanto il rifiuto per la degenerazione della vita politica italiana che coinvolgeva i partiti tradizionali e che si manifestava in modi diversi: dalla concessione di privilegi di varia natura in cambio di voti (clientelismo) all’intreccio politica-affari, che aveva assunto nel tempo proporzioni sempre più ampie, al dilagare dell’illegalità e della criminalità organizzata.

Agli inizi degli anni Novanta il quadro politico italiano, rimasto pressoché immutato per quasi cinquant’anni, subì una serie di profondi sconvolgimenti che parvero segnare il tramonto della prima repubblica. La crisi del comunismo sovietico alla fine degli anni Ottanta e il conseguente crollo dei regimi comunisti nell’Europa dell’Est ebbero una ripercussione immediata in Italia. Il PCI, che già da qualche tempo aveva avviato un processo di revisione ideologica, diede vita a una nuova formazione politica di orientamento riformista, mutando il nome in Partito democratico della sinistra (PDS), ma subendo la scissione di una cospicua minoranza, il Partito della rifondazione comunista.

34. Trasformazioni nel quadro politico

Quasi contemporaneamente agli sconvolgimenti internazionali si aprì l’inchiesta sulla cosiddetta “Tangentopoli”. L’operazione, battezzata “Mani pulite”, partita nel febbraio del 1992 per iniziativa della magistratura di Milano e poi via via estesa ai distretti giudiziari di molte regioni italiane, mise a nudo l’intreccio politica-affari che aveva consentito per anni ai partiti di realizzare un sistema di finanziamento illegale e a molti imprenditori di godere di favori nell’assegnazione degli appalti. Le inchieste di Mani pulite nel volgere di due anni travolsero il mondo politico, provocando il crollo della vecchia classe dirigente e la disgregazione dei partiti tradizionali. I due principali partiti di governo, il Partito socialista e la Democrazia Cristiana, persero più di altri la fiducia dei loro elettori, indignati per gli scandali. La Democrazia Cristiana decise di rinnovarsi sostituendo i vecchi dirigenti e cambiando il nome in quello di Partito popolare italiano, ma non riuscì a mantenere la precedente forza elettorale, che era stata sempre al di sopra del 30% dei voti, e di lì a poco si scisse in tre formazioni minori. Analoga sorte toccò al Partito socialista, frantumatosi in diversi piccoli partiti e praticamente scomparso dalla scena politica italiana.

A rivoluzionare il quadro politico contribuì l’affermazione del movimento leghista. Dalla fusione della Lega lombarda con analoghe formazioni regionaliste nacque nel 1991 la Lega Nord, che nelle elezioni politiche del 1992 si affermò come la quarta forza politica nazionale e nelle elezioni amministrative del 1992 e del 1993 insediò i suoi sindaci in molte città del Nord, fra le quali Milano, Varese, Como e Monza. La Lega era espressione della protesta delle regioni più ricche contro il malgoverno del paese, lo spreco di denaro pubblico, l’allargarsi del deficit dello Stato, ma anche dell’affermazione di una più individualistica visione del mondo. Anche l’adozione di un nuovo sistema elettorale introdusse elementi di dinamismo nel panorama politico, sollecitando partiti e movimenti a ridefinire la loro collocazione e le loro strategie e favorendo una semplificazione del quadro politico.

35. Nascita dei “poli”

La riforma elettorale fu applicata nelle elezioni del marzo 1994, alle quali si presentarono tre coalizioni. Una era costituita dalla Lega Nord e dalla Casa delle libertà, formata a sua volta da Alleanza Nazionale (il partito nato dal Movimento sociale italiano), da un gruppo di ex democristiani e da una nuova formazione politica, Forza Italia, che, nata per iniziativa di Silvio Berlusconi, per il suo carattere fortemente liberista in tema di economia rispondeva all’attesa di larghi settori moderati.

Nello schieramento opposto, i “Progressisti”, si collocarono il Partito democratico della sinistra, Rifondazione comunista, i Verdi, settori socialisti e altri movimenti di recente fondazione. Vi era infine un terzo gruppo, con posizioni di centro, denominato Patto per l’Italia, costituito dal Partito popolare e da alcune componenti cattoliche minori, provenienti dall’area della sinistra democristiana.

Dopo la vittoria elettorale della coalizione moderata guidata da Berlusconi, il capo dello stato, Oscar Luigi Scalfaro, affidò a questi l’incarico di formare il governo. Dopo quasi cinquant’anni di governi a egemonia democristiana, per la prima volta nel sistema politico italiano parve realizzarsi l’alternanza dei partiti e il ricambio della classe dirigente; ma il nuovo governo non ebbe vita lunga, indebolito dai contrasti interni. A seguito di una mozione di sfiducia presentata dalle opposizioni insieme con la Lega (che nella maggioranza governativa rappresentava l’elemento di maggiore conflittualità), il governo Berlusconi si dimise nel dicembre del 1994.

In attesa di un nuovo confronto elettorale venne nominato un governo di tecnici guidato da un economista, Lamberto Dini. Intanto tra le forze progressiste sconfitte nelle elezioni del marzo 1994 si costituì un’alleanza politica denominata l’Ulivo, cui aderirono il PDS e altri gruppi politici di matrice cattolica, laico-liberale, socialista e ambientalista. Dei due schieramenti, uno moderato guidato da Berlusconi, uno riformista con a capo Romano Prodi, docente universitario di economia ed ex manager dell’industria pubblica, fu quest’ultimo a vincere le elezioni tenutesi il 21 aprile 1996. A queste la Lega Nord si presentò autonomamente, portando avanti il suo progetto separatista. Dopo le elezioni fu costituito un governo di centrosinistra, presieduto da Prodi, votato dai parlamentari dell’Ulivo e con l’appoggio esterno di Rifondazione comunista.

36. Ingresso nell’euro e insuccesso della riforma istituzionale

Nel suo primo anno di attività la coalizione guidata da Prodi concentrò gli sforzi sulle misure da adottare per soddisfare le condizioni richieste dal trattato di Maastricht e consentire al paese l’ingresso nell’Unione monetaria europea. L’imponente manovra finanziaria messa a punto dal governo, che impose un drastico taglio della spesa pubblica e un eccezionale prelievo fiscale, riuscì nell’intento e il 1° maggio del 1998 l’Italia fu ammessa all’UME con il “gruppo di testa”. Nel frattempo il Parlamento italiano formulò, attraverso una Commissione bicamerale, un radicale progetto di riforma della Costituzione per definire l’impianto istituzionale della “seconda repubblica”. Tuttavia, l’articolata proposta prodotta dalla Commissione bicamerale e approvata nel giugno 1998 non fu in seguito discussa dal Parlamento per la rottura dell’accordo tra le forze politiche.

Dopo l’estate del 1998 il ritiro del sostegno di Rifondazione Comunista al governo Prodi ne provocò la caduta. Nella convulsa situazione politica creatasi, con il centrosinistra privo di una maggioranza nel Parlamento e con il centrodestra che chiedeva di anticipare le elezioni, il mandato di costituire un nuovo governo fu affidato a Massimo D’Alema, leader del maggior partito della coalizione dell’Ulivo. Primo politico ex comunista ad assumere la guida di un governo occidentale, D’Alema poté contare sui voti di due nuove formazioni, il Partito dei comunisti italiani (PDCI), nato da una scissione interna a Rifondazione Comunista, e l’Unione democratica per la repubblica (UDR), un raggruppamento creatosi intorno all’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga e nel quale erano confluiti parlamentari eletti in entrambe le coalizioni (nei primi due anni di legislatura la vita politica italiana fu infatti caratterizzata da un anomalo fenomeno di mobilità, che vide lo spostamento da un gruppo all’altro o da una coalizione all’altra di circa 150 tra deputati e senatori).

Nonostante gli accesi contrasti tra governo e opposizione, il 13 maggio del 1999 il Parlamento elesse alla prima votazione e con ampia maggioranza Carlo Azeglio Ciampi alla presidenza della Repubblica. Pochi giorni dopo, il 20 maggio, in un clima reso incandescente dalla partecipazione italiana all’offensiva della NATO in Serbia e Kosovo, un importante collaboratore del ministero del Lavoro, Massimo D’Antona, fu ucciso in un attentato terroristico rivendicato dalle Brigate Rosse.

37. Verso la “seconda repubblica”

Il tentativo di chiudere l’esperienza della “prima repubblica” e di costruire un assetto politico-istituzionale più corrispondente alle esigenze di sviluppo del paese (introduzione del federalismo, riorganizzazione dell’assetto dei partiti in senso bipolare, rafforzamento del ruolo del presidente del consiglio e del governo, generale riassetto della macchina burocratica dello stato), si arrestò tra il 1999 e il 2000, senza che si fosse tuttavia superata la crisi del sistema politico. Dopo il fallimento della Commissione bicamerale, anche il progetto di sopprimere la quota proporzionale nelle elezioni legislative non ebbe infatti esito; rivolto, secondo i suoi ispiratori, a pervenire quantomeno a un rafforzamento del sistema maggioritario, il referendum del maggio 2000 non raggiunse il quorum e fu quindi invalidato, sebbene fosse formalmente sostenuto dalla gran parte dei partiti.

Alle soglie del nuovo secolo il paese si presentava tuttavia profondamente cambiato. Il quadro politico, innanzitutto, con la costituzione e il consolidamento delle due coalizioni dell’Ulivo e del Polo delle libertà era decisamente avviato sulla strada del bipolarismo. I partiti che formavano le due coalizioni, sebbene nati in gran parte dalle tradizionali formazioni politiche, erano sensibilmente diversi per struttura e organizzazione. Infine, per quanto non fosse stata introdotta una definitiva riforma dello stato in senso federalista, importanti poteri precedentemente riservati all’amministrazione centrale erano stati attribuiti alle amministrazioni locali che, con l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle regioni, avevano acquisito un rilevante ruolo anche a livello nazionale, diventando importanti interlocutori del governo centrale.

Sullo sfondo delle trasformazioni politiche e dei tentativi di riforma istituzionale, l’Italia aveva vissuto anche un radicale cambiamento nella fisionomia economica e sociale. Il settore terziario, che aveva superato per numero di addetti quello dell’industria già dalla fine degli anni Ottanta, rappresentava ormai la quota più alta del reddito nazionale. Anche la geografia dell’industria e del benessere si era modificata: un tessuto produttivo capace di generare sviluppo a livelli elevati si era costituito in aree un tempo marginali, come il Nord-Est e alcune province del Centro; un insieme di piccole e medie aziende ne caratterizzava l’insediamento, dando vita a sistemi produttivi molto elastici e quindi capaci di competere sui mercati internazionali, inaugurando un nuovo tipo di capitalismo, lontano dai modelli consolidati rappresentati dalle grandi imprese. Negli anni Novanta nacquero decine di migliaia di nuove imprese (188.000 nel periodo 1996-2000 fra terziario e industria, di cui 63.000 nel Meridione), con un ruolo di assoluta rilevanza per il buon andamento delle esportazioni. Questo cambiamento investì anche il mercato del lavoro, in cui furono introdotti, accanto a quelli tradizionali, nuovi strumenti contrattuali: lavoro interinale e parasubordinato, formazione lavoro, part-time ecc.

A fornire un grande contributo al cambiamento della vita economica del paese fu peraltro l’avvio di un processo di privatizzazione di industrie, banche, società di servizi, passate dalla proprietà pubblica alle forme private della gestione capitalistica. Questo processo trasformò profondamente il settore delle telecomunicazioni (con la privatizzazione della Telecom e l’assegnazione delle licenze per la telefonia mobile a cinque diversi gestori); ma anche quelli dell’energia (gas e luce), dei trasporti, quello sanitario e persino quello scolastico si aprirono all’intervento dell’impresa privata, con esiti alterni.

La crescita economica italiana fu tuttavia inferiore a quella degli altri paesi europei e, soprattutto, si concentrò nelle regioni del Nord e del Centro. Il Meridione godé infatti solo in parte degli effetti della ripresa economica, anche se il suo comparto agricolo registrò un significativo aumento delle esportazioni; di 1.200.000 nuovi posti di lavoro creati nel corso di tutta la legislatura, solo 1/4 (circa 334.000) riguardò il Sud. Nel 2001 il tasso di disoccupazione del paese scese tuttavia dal 12 al 9,9%.

38. La vittoria del centrodestra

L’ultimo anno della XIII legislatura trascorse sotto il segno di un acceso conflitto politico. Già all’indomani delle elezioni europee il governo dell’Ulivo fu sottoposto all’offensiva del Polo delle libertà, determinato a ripetere il successo del 1994 e a riconquistare la guida del paese. Mentre il Polo, saldamente guidato dal leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, riuscì, riaccogliendo la Lega Nord all’interno della coalizione, a mostrarsi unito di fronte all’elettorato e a creare un vasto consenso intorno a una forte, per quanto generica, idea di cambiamento, la coalizione avversaria dell’Ulivo rimase a lungo immobilizzata da una grave crisi politica e d’identità. Dopo aver perso le elezioni europee, l’Ulivo registrò un’ulteriore sconfitta alle amministrative del 2000, in seguito alla quale il presidente del consiglio Massimo D’Alema rassegnò le dimissioni e venne sostituito alla guida del governo da Giuliano Amato. Ne seguì un lungo conflitto per la leadership e solo verso la fine dell’anno l’Ulivo si ricompattò intorno alla candidatura di Francesco Rutelli, sindaco uscente di Roma e portavoce di un nuovo raggruppamento nato per iniziativa delle forze moderate della coalizione: La Margherita.

L’Ulivo non riuscì però a raggiungere né un accordo programmatico, né un patto elettorale con altre formazioni contigue al centrosinistra, tra cui Rifondazione Comunista e il movimento Italia dei Valori fondato da Antonio Di Pietro (il popolare magistrato dell’inchiesta “Mani pulite”), compromettendo così l’efficacia della sua iniziativa. Nelle elezioni del 13 maggio 2001 il consenso conquistato da queste due liste risultò determinante per la vittoria del Polo delle libertà, che nel conteggio dei voti superò di misura la coalizione avversaria, ma venne abbondantemente premiato nella distribuzione dei seggi dal sistema maggioritario. Con il 45,4% dei voti il Polo conquistò infatti una solida maggioranza sia alla Camera dei deputati (368 su 630 seggi) sia al Senato (177 su 315 seggi), soprattutto grazie allo straordinario successo di Forza Italia, il partito di Berlusconi, che si affermò, con il 29,4% dei voti, al primo posto tra i partiti italiani. L’Ulivo ottenne il 43,7% dei voti (242 seggi alla Camera dei deputati e 125 al Senato).

L’11 giugno Berlusconi varò il nuovo governo, nel quale entrarono a far parte, oltre ai leader dei partiti della coalizione (tra cui Gianfranco Fini, il presidente di AN, quale vicepresidente del Consiglio e Umberto Bossi, leader della Lega Nord, alla guida del ministero per le Riforme istituzionali e la devoluzione) anche diversi “tecnici”, tra cui, agli Esteri, Renato Ruggiero, ex direttore dell’Organizzazione mondiale per il commercio.

39. Il secondo governo Berlusconi

L’esordio del governo Berlusconi avvenne in un clima teso, dovuto all’imminente vertice del G8, atteso per il 19-21 luglio 2001 a Genova. In concomitanza con il vertice, nel capoluogo ligure giunsero decine di migliaia di persone dall’Italia e dall’estero per il “controvertice” organizzato dal Genova Social Forum (GSF) in rappresentanza di centinaia di sigle dell’associazionismo di base, sindacali e politiche, laiche e religiose. Nonostante le imponenti misure di sicurezza, il 20 luglio nel capoluogo ligure scoppiarono violenti disordini durante i quali trovò la morte un giovane manifestante, ucciso da un colpo di pistola esploso da un carabiniere. Il vertice si concluse il giorno seguente tra nuove violenze e aspre critiche per il comportamento delle forze di polizia, che suscitò proteste in tutta Europa. In seguito alcuni funzionari di polizia furono costretti alle dimissioni e la magistratura genovese aprì diverse inchieste che coinvolsero decine di persone tra poliziotti, carabinieri e agenti di custodia, ma anche medici e infermieri. Anche il Parlamento istituì una commissione d’indagine che raccolse centinaia di documenti e di testimonianze; il comitato concluse i lavori a settembre, con una relazione sostanzialmente assolutoria nei confronti delle forze dell’ordine, che venne respinta dalle opposizioni.

Il clima politico non migliorò in seguito, quando le proposte di riforma allo studio del governo in merito a temi quali giustizia, scuola, lavoro, pensioni ecc. suscitarono altre accese polemiche. Particolarmente aspro fu lo scontro sulla giustizia, che alla fine del 2001 provocò le dimissioni dell’intera giunta dell’Associazione nazionale magistrati (in seguito rientrate) e nel gennaio 2002 una clamorosa protesta dei magistrati, che all’apertura dell’anno giudiziario si presentarono esibendo la Costituzione italiana.

Non meno aspro fu lo scontro sociale, che vide contrapposti sulla riforma delle pensioni e sull’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori il governo e la Confindustria da una parte e le organizzazioni sindacali dall’altra. Particolarmente contraria ai disegni del governo fu la CGIL, che il 23 marzo del 2002 promosse da sola una manifestazione nazionale a Roma cui presero parte più di due milioni di persone. La manifestazione si svolse in un clima politico tesissimo per la morte dell’economista Marco Biagi – consulente del ministro del Lavoro e ispiratore della revisione dello Statuto dei lavoratori – avvenuta solo pochi giorni prima a Bologna in un attentato rivendicato dalle Brigate Rosse. Nei giorni seguenti anche CISL e UIL abbandonarono il tavolo delle trattative, dando vita il 16 aprile a uno sciopero generale contro il governo, il primo dopo vent’anni.

Il primo anno di governo di centrodestra si chiuse con la notizia dell’annullamento, per mancanza di espositori, del Salone dell’auto di Torino (segno della crisi dell’industria automobilistica internazionale e di quella italiana in particolare), con una deludente prova della Casa delle libertà nelle amministrative di maggio-giugno e con le dimissioni, a luglio, del ministro dell’Interno Claudio Scajola. Con la votazione favorevole del Senato, nello stesso mese il Parlamento italiano approvò definitivamente la legge Bossi-Fini sull’immigrazione; contrastata fermamente dalle opposizioni, la legge fu criticata, per la severità dei provvedimenti previsti, anche da ampi settori della Chiesa.

40. L’Italia nel quadro internazionale

A una politica interna risolutamente proiettata ad attuare una radicale riforma del paese, il governo di centrodestra fece corrispondere una politica estera indirizzata a sua volta a riconsiderare le tradizionali alleanze internazionali italiane, stabilendo relazioni più dirette con gli Stati Uniti e la Russia.

Particolarmente conflittuale si rivelò il rapporto con i partner europei e in particolare con le istituzioni dell’Unione Europea, attaccate a più riprese da alcuni esponenti della maggioranza e in particolare dalla Lega Nord.

Dopo i rilievi mossi dal Parlamento europeo alla legge italiana sulla cooperazione giudiziaria internazionale, seguì un duro scontro sul “mandato di cattura”, parte del più generale progetto di Costituzione europea; respinto in un primo momento dal governo italiano, fu poi da questi sottoscritto, dopo forti pressioni, al vertice europeo di Laeken nel dicembre del 2001. La vicenda ebbe tuttavia un pesante strascico all’interno dell’esecutivo italiano, causando il rapido deterioramento del rapporto tra Berlusconi e il ministro degli Esteri Renato Ruggiero, che si dimise dal suo incarico agli inizi di gennaio 2002. Nuovi scontri si ebbero in seguito sull’euro – contro la cui introduzione in Italia il centrodestra si era del resto espresso negli anni precedenti – e contro l’allargamento della UE ai paesi ex comunisti dell’Est europeo.

Il nuovo corso diplomatico prese corpo soprattutto in seguito all’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. Il presidente del consiglio offrì infatti pieno sostegno a Washington; il Parlamento italiano approvò a larga maggioranza un documento del governo a sostegno dell’offensiva militare Enduring Freedom (“Libertà duratura”) lanciata il 7 ottobre da Stati Uniti e Gran Bretagna contro i santuari del terrorismo islamico ospitati dal regime afghano dei taliban. L’alleanza con l’asse anglo-americano si rafforzò ulteriormente nel 2002, quando il governo italiano aderì, insieme alla Spagna, alla strategia della “guerra preventiva” lanciata da George W. Bush e Tony Blair contro l’Iraq di Saddam Hussein. Pur non partecipando, nella primavera del 2003, direttamente all’offensiva militare, l’Italia concesse agli Stati Uniti l’uso delle basi e dello spazio aereo. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein l’Italia inviò un contingente di circa tremila uomini sotto il comando delle forze di occupazione anglo-americane, ufficialmente in funzione di stabilizzazione.

La decisione del governo fu accolta con una protesta che accomunò ampi settori della società italiana. Singolare fu la fitta esposizione alle finestre e ai balconi delle case di bandiere arcobaleno, simboleggianti la pace, che caratterizzò per mesi il paesaggio urbano e rurale del paese. Nonostante alcuni tentennamenti, l’opposizione si schierò pressoché compatta contro la guerra e la presenza delle truppe italiane in Iraq. La questione irachena continuò per molti mesi ad alimentare polemiche, che si acuirono dopo l’attentato subito nel novembre 2003 dai carabinieri di stanza a Nassiriyah (che provocò 17 morti tra i militari italiani) e dopo i gravi attentati dell’11 marzo 2004 a Madrid, che indussero il nuovo premier socialista José Luis Zapatero a ritirare le truppe spagnole. Molto risalto ebbero nel paese, tra la primavera e l’autunno del 2004, diversi sequestri attuati in Iraq ai danni di cittadini italiani, tre dei quali furono uccisi dai loro rapitori.

41. Instabilità politica ed economica

La crisi economica internazionale, aggravatasi dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, portò alla luce le debolezze del sistema industriale italiano. A complicare ulteriormente il quadro intervennero, tra il 2002 e il 2003, la crisi della FIAT e dell’Alitalia (giunte entrambe sull’orlo del fallimento) e i due scandali che coinvolsero la Cirio e la Parmalat, che provocarono gravissima turbamenti nel settore finanziario nazionale.

Al governo di centrodestra vennero così a mancare importanti risorse, che ostacolarono la realizzazione dell’ambizioso programma con il quale la Casa delle libertà si era presentata agli elettori. Una serie di condoni riuscì a contrastare solo in parte il negativo andamento economico, esponendo il paese ai richiami dell’Unione Europea per l’aumento del debito pubblico; inoltre, l’Italia registrò l’aumento più cospicuo dell’inflazione tra tutti i paesi dell’area dell’euro, che portò a una sensibile diminuzione dei consumi.

Nonostante l’ampia maggioranza di cui disponeva nel Parlamento, Berlusconi stentò a trovare un equilibrio tra le diverse anime e tra i diversi interessi della sua compagine; fu così costretto a ricorrere spesso al voto di fiducia, temendo cedimenti della maggioranza, ad esempio in occasione della discussione della legge sul riordino del sistema televisivo (in seguito rinviata alle Camere dal presidente della Repubblica) e di quella sulla revisione della seconda parte della Costituzione (votata dalla sola maggioranza, nell’ultimo dei quattro passaggi necessari alla sua approvazione, nella primavera del 2005, ma poi respinta da un referendum nel giugno 2006).

Alla difficile situazione economica corrispose infine un forte aumento della conflittualità sociale e sindacale, che se in un primo momento ebbe per protagonisti i sindacati più legati alla sinistra e in particolar modo la CGIL, in seguito vide allargarsi la protesta a tutto il fronte sindacale. Questo clima ebbe in generale un pesante riflesso sulla tenuta della Casa delle libertà, anche a causa di una complessiva riorganizzazione del fronte avversario intorno alla figura di Romano Prodi. I partiti della coalizione di governo persero così, una dopo l’altra, tutte le prove elettorali e nelle elezioni europee del 2004, le prime della legislatura a interessare tutto il territorio nazionale, Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, raccolse il 21% dei voti, contro il 25% delle precedenti europee e il 29,4% delle politiche del 2001. Le polemiche scaturite all’interno della Casa delle libertà costrinsero alle dimissioni l’influente ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

A differenza delle altre economie europee, quella italiana stentò a riprendersi, raggiungendo nel 2004 una crescita del prodotto interno lordo pari allo 0,8%, molto al di sotto delle previsioni del governo. La situazione peggiorò nella primavera del 2005, quando per la seconda volta consecutiva la crescita assunse un segno negativo.

Il 5 febbraio del 2005 tornò drammaticamente alla ribalta la questione irachena con il rapimento a Baghdad di una giornalista del “Manifesto”. La giornalista fu liberata il 4 marzo, ma l’auto che la stava accompagnando all’aeroporto di Baghdad venne centrata dai colpi di una pattuglia di soldati statunitensi, che ferirono la giornalista e uccisero il funzionario del SISMI (il servizio segreto militare) che l’accompagnava. L’episodio sollevò lo sconcerto nel paese e una forte tensione tra i governi italiano e statunitense, i quali non giunsero a una versione condivisa della dinamica dell’incidente.

Ad aprile il Parlamento italiano ratificò la Costituzione europea. Le elezioni amministrative che si svolsero tra aprile e maggio si conclusero con la sonora sconfitta della coalizione governativa. Delle quattordici amministrazioni regionali contese, solo due (Lombardia e Veneto) furono conquistate dalla Casa delle libertà, mentre nelle altre dodici si affermò la coalizione di centrosinistra dell’Unione. I dissensi all’interno della Casa delle libertà costrinsero il primo ministro Berlusconi alle dimissioni formali e alla costituzione di un nuovo governo, la cui vicepresidenza fu affidata, oltre che al leader di Alleanza Nazionale Gianfranco Fini, all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

I dissidi tra i vari partiti della maggioranza sulla manovra finanziaria provocarono in seguito le dimissioni di Domenico Siniscalco dal ministero dell’Economia, che tornò sotto il controllo di Tremonti. In autunno, due vicende dagli oscuri risvolti agitarono la vita politica italiana: i tentativi di scalata al principale quotidiano italiano, il “Corriere della Sera”, e alla Banca Antonveneta, uno dei maggiori istituti finanziari italiani. Le due vicende, in parte intrecciate, finirono sotto il mirino della magistratura, sollevando un grave scandalo che investì i massimi vertici della Banca d’Italia e in particolar modo il governatore Antonio Fazio, che a dicembre fu costretto a dimettersi.

42. Ritorno del centrosinistra al governo

La campagna elettorale del 2006 si incentrò sui temi dell’economia, caratterizzandosi per una particolare asprezza. Le elezioni del 9 aprile si conclusero con un testa a testa tra le due coalizioni. Quella di centrosinistra dell’Unione guidata da Romano Prodi si aggiudicò infine la vittoria, superando la Casa delle libertà per circa 24.000 voti alla Camera e ottenendo al Senato una maggioranza di soli due seggi. A scrutinio non ancora concluso venne data la notizia della cattura di Bernardo Provenzano, il capo della mafia siciliana, ricercato dalle forze di polizia da più di quarant’anni.

La distanza tra le due coalizioni si ripropose ancor prima della costituzione del nuovo governo, in occasione dell’elezione del nuovo capo dello stato. Il 10 maggio venne infatti eletto alla presidenza della Repubblica, al quarto scrutinio e con i voti della sola maggioranza, il senatore a vita Giorgio Napolitano, storico esponente del Partito comunista di cui aveva incarnato la tendenza più riformista. Pochi giorni dopo venne formato il nuovo governo di Romano Prodi; alla vicepresidenza del consiglio vennero chiamati i leader della Margherita e dei Democratici di sinistra Francesco Rutelli e Massimo D’Alema, cui vennero anche affidati rispettivamente il ministero dei Beni culturali e quello degli Esteri. Al ministero dell’Economia e Finanze Prodi chiamò un tecnico, Tommaso Padoa Schioppa, già vicedirettore della Banca d’Italia e membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea. A giugno un referendum respinse la controversa riforma costituzionale approvata dalla precedente maggioranza di centrodestra.

Tra i primi provvedimenti del nuovo governo vi fu il ritiro delle truppe dall’Iraq, che fu completato in autunno, e l’invio di un forte contingente di pace in Libano ad agosto. Tra i punti principali del programma dell’Unione, l’uscita dall’Iraq fu sostenuta compattamente da tutta la coalizione. Non così avvenne per altri punti del programma tra cui il cosiddetto “PACS” (Patto civile di solidarietà, una forma di unione civile estesa alle coppie omosessuali già in vigore in molti altri paesi europei), che snaturato prima da una serie di modifiche a seguito delle forti pressioni della Chiesa sulle componenti cattoliche della coalizione, venne poi accantonato. A questo scontro ne seguirono altri, che indebolirono il governo facendo temere una sua precoce caduta. Infatti, nel febbraio 2007 la relazione del governo sulla politica estera venne bocciata al Senato grazie all’astensione di due esponenti della sinistra radicale. Prodi rassegnò il mandato ma in seguito, rinviato dal capo dello stato davanti alle camere, riottenne la fiducia del Parlamento senza apportare alcun cambiamento all’esecutivo.

La vicenda mise in luce la fragilità di un governo che poteva contare su una risicatissima maggioranza al Senato. Dalla primavera, la scena politica italiana fu quindi occupata dal dibattito sulle riforme istituzionali, tra cui, in particolare, la legge elettorale introdotta alla fine della precedente legislatura e non ritenuta adeguata ad assicurare la stabilità politica al paese. In estate crebbero le polemiche sull’immigrazione clandestina, sulla sicurezza, sugli sprechi e le inefficienze della politica. Il libro La casta di due giornalisti del “Corriere della Sera”, una spietata denuncia dei mali della politica italiana, vendette in pochi mesi un milione di copie, mentre alla provocatoria manifestazione di protesta contro la classe politica indetta dal suo blog dal popolare comico Beppe Grillo (battezzata V-Day o Vaffa-Day), parteciparono l’8 settembre decine di migliaia di persone.

43. Sviluppi recenti

Il 18 ottobre 2007 si svolgono in tutto il paese le primarie del nuovo Partito democratico, che riunisce i Democratici di sinistra, la Margherita e altre forze minori di centrosinistra. Alla sua guida viene eletto Walter Veltroni, uno dei protagonisti della trasformazione del Partito comunista italiano. A novembre Silvio Berlusconi annuncia la nascita di un nuovo soggetto politico, il Popolo della libertà, che unisce Forza Italia e Alleanza Nazionale.

Nel febbraio 2008 si consuma la crisi del governo presieduto da Romano Prodi, al quale l’UDEUR e altri esponenti moderati non confermano la fiducia.

Le elezioni anticipate del 13 aprile si concludono con la netta vittoria della coalizione di centrodestra (Popolo della libertà, Lega Nord e Movimento delle autonomie), che con il 46,8% dei voti ottiene un’ampia maggioranza nelle due camere del Parlamento. La coalizione tra Partito democratico e Italia dei valori ottiene il 37,6% dei voti. La coalizione chiamata Sinistra Arcobaleno (che raggruppa Rifondazione comunista, Partito dei comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica, una frazione dei Democratici di sinistra non confluita nel Partito democratico) ottiene solo il 3,3% dei voti e per effetto della soglia di sbarramento (4%) non elegge nessun rappresentante. L’Unione dei democratici cristiani ottiene infine il 5,6% dei voti, eleggendo 36 deputati e 3 senatori. L’8 maggio si insedia il nuovo governo presieduto da Silvio Berlusconi.