Esistenzialismo
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Esistenzialismo
3. Una filosofia della crisi

Sulla scia di Kierkegaard, gli esistenzialisti sottolineano l’importanza della decisione individuale sui temi della moralità e della verità, evidenziando l’unicità dell’esperienza, il coinvolgimento personale nell’azione e il primato della prospettiva dell’individuo agente su quella dell’osservatore distaccato e obiettivo. Da qui la diffidenza degli esistenzialisti verso l’argomentazione sistematica: già Pascal, Kierkegaard e Nietzsche erano ricorsi a modalità espressive asistematiche, quali aforismi, dialoghi, parabole e altre forme letterarie.

Occorre specificare che pochi filosofi del Novecento definiti esistenzialisti hanno accettato questa qualifica, e in particolare la rifiutarono sia Martin Heidegger sia Karl Jaspers. Se si accoglie però il termine esistenzialismo in una prospettiva molto ampia, esso si può definire una “filosofia della crisi”, legata alla caduta, nella cultura del Novecento, dei tradizionali punti di riferimento metafisici, morali e teologici. Entro questo orizzonte, si possono poi distinguere articolazioni diverse dell’esistenzialismo, che talora si sovrappongono, come la distinzione fra un esistenzialismo ateo (Sartre) e uno religioso (Gabriel Marcel), un esistenzialismo più vicino alla matrice kierkegaardiana (Jaspers), un orientamento verso una ripresa dell’ontologia o filosofia dell’essere (Heidegger), un esistenzialismo positivo (Nicola Abbagnano).