Suicidio
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Suicidio
2. Il suicidio nella storia

Gli antichi filosofi greci consideravano il suicida un disertore dalla vita, e la legislazione ateniese ne esponeva pubblicamente la salma al vilipendio della cittadinanza. L’influenza dello stoicismo indusse gli antichi romani a considerare il suicidio un’azione legittima, talvolta ritenuta degna d’onore. Per Seneca era espressione di estrema libertà. La religione ebraica negava invece al suicida gli onori funebri, mentre fin dalle origini il cristianesimo lo condannò. Nel Medioevo cristiano si confiscavano addirittura i beni dei suicidi, e alle loro salme veniva negata la sepoltura in terra consacrata. Ancora oggi il cristianesimo, l’ebraismo e l’Islam condannano il suicidio.

In alcuni casi, invece, questo atto assume una funzione rituale. In Giappone, ad esempio, fino alla metà del XX secolo, chi si riteneva colpevole di un torto o veniva meno ai propri doveri praticava l’harakiri, il suicidio rituale, squarciandosi il ventre con una lama, secondo una cerimonia consolidata dalla tradizione. Durante la seconda guerra mondiale, poi, alcuni piloti giapponesi, i kamikaze, andavano volontariamente incontro alla morte gettandosi con i propri aerei sugli obiettivi militari nemici. In India, tra gli induisti più tradizionalisti, fino all’Ottocento era considerato un dovere il suttee, crudele rito in cui le vedove erano arse vive con i cadaveri dei loro mariti durante la cerimonia della cremazione.