| Schiavitù | Articolo | ||||
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| 2. | La schiavitù presso gli antichi |
Se la schiavitù esisteva già durante la preistoria, la sua istituzionalizzazione risale probabilmente all’epoca in cui lo sviluppo dell’agricoltura consentì una forma di organizzazione sociale più avanzata. Queste società utilizzavano gli schiavi in lavori di solito umili e pesanti e se li procuravano assoggettando popolazioni straniere; anche individui più o meno criminali all’interno della stessa società potevano diventare schiavi.
In quasi tutte le civiltà antiche la schiavitù fu un istituto accettato e considerato essenziale al sistema economico e sociale: esisteva infatti nelle civiltà della Mesopotamia, dell’India e della Cina, dove schiavi vennero impiegati nelle case come aiuto domestico, nelle attività commerciali, nelle costruzioni e nell’agricoltura; nella civiltà egizia, dove venivano impiegati soprattutto per costruire palazzi e monumenti; nelle civiltà precolombiane, dove aztechi, inca e maya li utilizzarono sia in agricoltura sia in guerra. Anche gli antichi ebrei fecero ricorso al lavoro degli schiavi, ma con l’obbligo di carattere religioso di liberare quelli della loro stessa nazionalità in certi particolari periodi dell’anno.
In Grecia, già ai tempi di Omero la schiavitù era il destino riservato ai prigionieri di guerra. Gli stessi filosofi – con qualche eccezione, come Aristotele, che suggerì di concedere la libertà agli schiavi fedeli per ricompensarli dei servigi resi – non considerarono la schiavitù come moralmente deplorevole, giustificandola con una presunta superiorità razziale dei greci. A Sparta, gli iloti venivano obbligati a lavorare in grandi poderi o a combattere nell’esercito. Nelle città greche agli schiavi venivano affidati talvolta anche compiti non servili.
Nell’antica Roma la schiavitù differì in modo significativo rispetto al modello greco. Innanzitutto perché i proprietari ebbero più potere sugli schiavi, ma soprattutto perché il complesso sistema economico e sociale di Roma per funzionare richiese, soprattutto in età imperiale, molta più manodopera di quanta non ne fosse stata impiegata in Grecia. Le continue conquiste territoriali e la conseguente espansione dei confini resero infatti necessario un imponente numero di schiavi per far fronte alle necessità del lavoro agricolo e delle costruzioni; il loro reclutamento avveniva soprattutto durante le guerre, quando decine di migliaia di prigionieri catturati in battaglia venivano portati a Roma come schiavi e venduti.
La legislazione romana fu tuttavia la prima a contemplare la possibilità di restituire allo schiavo la dignità di uomo libero; la restituzione della libertà attraverso l’istituto della manumissione, molto diffuso soprattutto tra le famiglie patrizie, permise ai liberti (tale era il nome degli ex schiavi) di assurgere talvolta a ruoli di notevole importanza, come accadde a Tirone, segretario di Marco Tullio Cicerone, o al commediografo Terenzio. Nel patriziato romano era inoltre pratica diffusa affidare l’educazione e l’istruzione dei figli a schiavi greci eruditi, il cui prezzo poteva superare di 700 volte quello di uno schiavo comune.