Egitto
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Egitto
7. Storia

Per la storia dell’Egitto dalle origini sino al VII secolo d.C. vedi Antico Egitto.

1. I califfati

L’intolleranza religiosa che aveva caratterizzato il periodo della dominazione bizantina, con gli editti proclamati dal basileus Eraclio che imponevano il battesimo agli ebrei e la dottrina della Chiesa bizantina ai cristiani copti, portarono l’Egitto a non opporre grande resistenza alla dominazione araba. Entrati nella sfera d’influenza del califfato, gli egiziani furono progressivamente islamizzati; ma una parte della popolazione poté conservare la propria religione in cambio del pagamento di una tassa individuale (jizyah). Tutta la popolazione maschile pagava invece una tassa fondiaria (kharaj). Durante i due secoli seguenti, l’Egitto fu retto da governatori nominati dal califfo, il capo della comunità musulmana, e la lingua araba sostituì progressivamente quella copta, che si conservò solo nella liturgia.

Sotto i califfi abbasidi l’Egitto fu dilaniato da una serie di insurrezioni generate dai conflitti tra diverse sette musulmane. Nell’868 Ahmad ibn Tulun emancipò l’Egitto dalla tutela degli Abbasidi, fondando una dinastia che rimase al potere sino al 905. La dinastia degli Ikhsiditi, che conquistò il potere nel 935, fu sottomessa nel 969 dai Fatimidi, a opera di Gawhar, che fondò Il Cairo, trasferendovi la capitale. Sotto la dominazione dei Fatimidi, che erano di religione sciita, l’Egitto conobbe un periodo di fioritura culturale, divenendo il paese più importante dell’Islam. In seguito i Fatimidi persero alcuni territori dell’Africa settentrionale, la Siria e parte della Palestina.

Minacciati dagli eserciti dei crociati i califfi fatimidi chiesero aiuto a Nur ad-Din, signore di Aleppo, che nel 1168 inviò un esercito. Saladino, uno dei generali di Nur ad-Din, fu nominato visir dell’Egitto e nel 1171 vi fondò la dinastia degli Ayyubiti, restaurando l’ortodossia sunnita; riconquistò gran parte della Siria e della Palestina, facendo dell’Egitto una grande potenza militare. Dopo la morte di Saladino (1193) il regno fu indebolito da lotte intestine, che favorirono l’ascesa al potere dei Mamelucchi. Essi svolsero un ruolo fondamentale nella lotta contro i crociati guidati da Luigi IX e riuscirono a respingerli nel 1249; l’anno seguente rovesciarono gli Ayyubiti e instaurarono una propria dinastia.

2. Il dominio ottomano

I Mamelucchi governarono l’Egitto dal 1250 al 1517 con due dinastie, quella dei Bahriti e quella dei Burgiti. Alcuni tra loro furono valorosi condottieri, come Baybars I, che nel 1260 fermò l’avanzata dei mongoli. Altre due invasioni mongole furono respinte dai Mamelucchi, che eliminarono inoltre la presenza dei crociati in Medio Oriente, conquistando nel 1291 Akko, l’ultima roccaforte crociata in Palestina. Tra il XIII e il XIV secolo, il regno dei Mamelucchi si estese verso nord sino ai confini con l’Asia Minore.

Quella dei Mamelucchi fu un’età di straordinario splendore per le arti e per la cultura, oltre che per l’economia, grazie soprattutto al commercio di spezie con l’Occidente.

All’inizio del XVI secolo i Mamelucchi subirono la minaccia dell’impero ottomano: nel 1517 l’Egitto fu occupato e conquistato dall’esercito del sultano ottomano Selim I. Sotto l’impero ottomano i Mamelucchi continuarono ad amministrare il paese, anche durante l’occupazione delle truppe francesi di Napoleone Bonaparte.

3. L’ascesa di Muhammad Alì e la dominazione britannica

L’occupazione francese dell’Egitto, sebbene di breve durata (1798-1801), determinò la crisi degli istituti politici del paese. Nel 1805 Muhammad Alì, generale ottomano di origine albanese, prese il potere e si fece nominare governatore; nel 1811 sconfisse i Mamelucchi e diede inizio a un vasto programma di riforme in ambito politico, economico e sociale. L’opera avviata da Muhammad Alì venne proseguita dai suoi successori, tra i quali il figlio Said e il nipote Ismail, che fu il primo ad assumere il titolo di chedivè.

Nel 1859 la Compagnia universale del canale marittimo di Suez, a capitale franco-egiziano, iniziò i lavori di costruzione del canale, che causarono un progressivo indebitamento del paese nei confronti dei paesi occidentali e in particolar modo della Gran Bretagna. Con l’inaugurazione del canale, nel 1869, l’Egitto si ritrovò al centro delle rotte commerciali marittime internazionali, senza tuttavia trarne alcun beneficio. Infatti, nel 1875, Ismail fu costretto a cedere alla Gran Bretagna i diritti egiziani sul canale e l’anno successivo una commissione franco-britannica assunse il controllo delle finanze egiziane attraverso una Cassa del debito pubblico. L’ingerenza europea suscitò un’ondata nazionalista in seno all’esercito; un tentativo di rivolta guidato da Arabi Pascià nel 1882 fornì il pretesto ai britannici di intervenire militarmente nel paese, occupandolo.

L’Egitto, pur rimanendo formalmente sottoposto alla sovranità ottomana, fu di fatto governato da Londra. Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, il paese fu dichiarato ufficialmente protettorato; nello stesso anno il chedivè Abbas Hilmi II fu deposto e sostituito con il cugino Husain Kamil.

4. Gli anni dell’indipendenza: dalla monarchia alla repubblica

Nel 1922, sotto la spinta del movimento nazionalista, la Gran Bretagna concesse formalmente l’indipendenza all’Egitto, conservando tuttavia un ampio controllo sul paese. La Gran Bretagna si riservò infatti, con i “Quattro punti”, il diritto di intervenire negli affari esteri e nelle questioni relative alla difesa, di mantenere truppe sul territorio egiziano e il condominio sul Sudan. Ahmed Fuad, succeduto nel 1917 al fratello Husain Kamil alla guida del sultanato, diventò re con il nome di Fuad I.

La Costituzione, promulgata nel 1924, instaurò un sistema parlamentare bicamerale, in cui il re deteneva il potere esecutivo e si riservava la nomina del primo ministro. La scena politica dei successivi trent’anni fu dominata dal difficile equilibrio tra il potere del sovrano, del WAFD (il partito nazionalista fondato nel 1919) e delle autorità britanniche. Nel 1936 venne finalmente firmato un trattato anglo-egiziano che ridusse l’occupazione militare del paese, senza tuttavia affrancare completamente l’Egitto dalla dominazione britannica.

Alla fine della seconda guerra mondiale, a cui l’Egitto prese parte in quanto alleato della Gran Bretagna, nel paese crebbe la protesta contro la diffusa corruzione dello stato e contro la monarchia. Dopo la proclamazione dello stato di Israele e la successiva guerra (1948; vedi Guerre arabo-israeliane), che causarono un definitivo peggioramento dei rapporti con Londra, anche la situazione interna egiziana precipitò. Nel 1952 un colpo di stato organizzato dai “Liberi ufficiali” (un gruppo nazionalista cresciuto in seno all’esercito egiziano) depose il re Faruq I e pose alla guida dello stato il generale Muhammad Nagib; l’anno seguente fu proclamata la repubblica.

5. Il “socialismo arabo” di Nasser

Nel 1954 la lotta per il potere all’interno del movimento nazionalista si concluse con la sconfitta dei moderati e l’esautorazione di Nagib; alla guida dello stato egiziano salì Gamal Abdel Nasser, il principale protagonista della rivolta militare e leader della componente più radicale dei nazionalisti, favorevole allo smantellamento delle strutture semifeudali ereditate dalla monarchia e a una riforma sociale di segno socialista. Nel 1956 l’Egitto si diede una nuova Costituzione e Nasser fu eletto alla presidenza; nello stesso anno le ultime truppe britanniche lasciarono il paese.

Nasser intraprese una politica estera tesa a creare forti legami con gli stati arabi e fu uno dei principali protagonisti della costituzione, a Bandung (1955), del movimento dei paesi non allineati. I rapporti con i paesi occidentali diventarono invece sempre più critici. Nel 1956 il rifiuto opposto dalla Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo alla richiesta di finanziamenti per la costruzione della seconda diga di Assuan (1956) portò Nasser a nazionalizzare la Compagnia del canale di Suez, provocando la reazione di Gran Bretagna e Francia, principali azionisti della compagnia, che insieme a Israele occuparono la zona del canale. Nella crisi intervennero con finalità diverse le diplomazie statunitensi e sovietiche (Mosca minacciò di scendere al fianco dell’Egitto), che imposero la fine delle ostilità e lo schieramento di truppe delle Nazioni Unite al confine tra Egitto e Israele.

Nel febbraio 1958 la strategia panaraba sostenuta da Nasser portò all’unione tra Siria ed Egitto nella Repubblica araba unita (RAU), alla quale in marzo fu associato lo Yemen. La RAU (l’Egitto conservò questa denominazione fino al 1971) durò solo tre anni, mentre un nuovo tentativo di federazione tra Egitto, Iraq e Siria fallì nel 1963 in seguito al colpo di stato che a Baghdad portò al potere il partito Baath. In politica interna, Nasser represse l’opposizione politica, in particolare la sinistra comunista e il movimento dei Fratelli musulmani, e introdusse un sistema a partito unico, l’Unione araba socialista. A partire dal 1961 Nasser lanciò un vasto piano di nazionalizzazioni, che rispondeva a un ambizioso disegno di sviluppo di un originale modello di “socialismo arabo”, in contrapposizione a quello dei paesi arabi “moderati” e in particolar modo all’Arabia Saudita. In realtà, il tentativo nasseriano ebbe scarsi esiti, anche per la serie di conflitti nei quali in paese si ritrovò coinvolto nel corso degli anni Sessanta.

Nel 1962 l’Egitto intervenne nella guerra civile scoppiata nello Yemen, sostenendo il movimento repubblicano contro le forze monarchiche. L’intervento egiziano fu non solo costoso in termini materiali e umani, ma causò un brusco peggioramento dei rapporti con il regime di Riyadh. La monarchia saudita, filo-occidentale e portatrice di un diverso disegno di unificazione del mondo islamico, basato sulla centralità della dottrina wahhabita, si oppose infatti in tutti i modi alla diplomazia del Cairo.

L’Egitto di Nasser ebbe tuttavia un ruolo di primo piano in seno alla Lega araba, utilizzando il conflitto contro Israele per realizzare una maggiore unità economica e politica dei paesi arabi. La creazione dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) fu infatti ampiamente favorita da Nasser. Nel 1967 il ritiro delle forze dell’ONU dall’Egitto, ottenuto da Nasser, e la chiusura dello stretto di Tiran per bloccare l’accesso di Israele al Mar Rosso furono tra le cause che scatenarono la guerra dei Sei giorni, durante la quale Israele occupò la penisola del Sinai e la striscia di Gaza. La sconfitta egiziana e la gravissima crisi economica che ne seguì ridimensionarono il prestigio di Nasser nel mondo arabo e causarono anche una più stretta dipendenza del paese dall’Unione Sovietica. Sollecitato da Mosca a una diplomazia più pragmatica, Nasser firmò il cessate il fuoco con Israele nel 1970; nello stesso anno morì improvvisamente. Al suo posto fu nominato Anwar al-Sadat, vicepresidente e uno dei suoi più stretti collaboratori.

6. Sadat e l’“infitah”

Nel settembre 1971 Sadat promulgò una nuova Costituzione, sostituendo quella provvisoria del 1952, e impresse una svolta liberale al regime egiziano, sia economica (con il lancio dell’infitah, una strategia di riavvicinamento ai paesi occidentali intesa a incoraggiare gli investimenti esteri nel paese), sia politica, con il rilascio di centinaia di prigionieri politici e l’attenuazione del controllo governativo sulla stampa. Negli anni successivi Sadat favorì un maggiore pluralismo politico e legalizzò, con alcune restrizioni, i partiti. Al fine di contrastare le componenti più radicali del quadro politico egiziano (e in particolare la sinistra nazionalista nasseriana contro la quale aveva già lanciato una forte offensiva), Sadat favorì lo sviluppo delle associazioni islamiche, assicurando loro una discreta autonomia ideologica.

Per quanto riguarda il conflitto con lo stato ebraico, la strategia di Sadat si inserì invece nel solco tracciato dal suo predecessore. Per l’Egitto, oltre che lavare l’onta della sconfitta subita nel 1967, era fondamentale recuperare i territori del Sinai, ricchi di petrolio. Firmato un trattato di amicizia con l’Unione Sovietica (1971), Sadat si riavvicinò all’Arabia Saudita, ottenendone finanziamenti che gli consentirono di riarmarsi. Il 6 ottobre 1973, durante la festa ebraica dello Yom Kippur, l’Egitto sferrò un attacco a sorpresa contro Israele attraverso il canale di Suez, scatenando la guerra del Kippur. La guerra volse inizialmente a favore dell’Egitto, ma le forze israeliane reagirono prontamente riconquistando i territori perduti e circondando il nemico nei pressi di Suez. Le Nazioni Unite imposero allora il cessate il fuoco e stabilirono una linea di armistizio tra gli eserciti egiziano e israeliano.

6.1. La pace con Israele

Pur non conseguendo una vittoria militare, l’Egitto riuscì tuttavia a intaccare il mito dell’invincibilità dell’esercito israeliano e, soprattutto, a ottenere un ampio sostegno da parte dei paesi arabi, i quali, sospendendo le forniture di petrolio, esercitarono una forte pressione sui paesi europei e sugli Stati Uniti, principali alleati di Israele. Yitzhak Rabin, il successore di Golda Meir, fu così costretto ad avviare una trattativa con l’Egitto, che tra il 1974 e il 1975, con la mediazione statunitense, condusse alla restituzione di una parte del Sinai (compresi alcuni pozzi petroliferi), alla ridefinizione della linea di cessate il fuoco e alla riapertura del canale di Suez.

La vera svolta nei rapporti tra Egitto e Israele si ebbe però nella seconda metà degli anni Settanta. Nel 1976 Sadat ruppe il trattato d’amicizia con l’Unione Sovietica e nel novembre 1977 compì una clamorosa visita in Israele, intervenendo di fronte alla Knesset, il Parlamento israeliano. Ne seguì una serie di colloqui mediati dagli Stati Uniti che si conclusero con gli accordi di Camp David, firmati il 17 settembre 1978, e con la firma di un vero e proprio trattato di pace a Washington (26 marzo 1979). Il trattato, attraverso il quale l’Egitto recuperò l’intero Sinai e ottenne cospicui finanziamenti statunitensi, provocò un drammatica lacerazione all’interno dei paesi arabi e l’Egitto venne espulso dalla Lega araba, che trasferì la sede dal Cairo a Tunisi.

Accusato di tradimento dalle leadership arabe più intransigenti, Sadat entrò nel mirino delle componenti più estremiste del movimento fondamentalista islamico, cresciute sull’onda del diffuso malumore nei confronti della grave crisi economica e sociale in cui versava il paese. Al rafforzarsi dell’offensiva fondamentalista il regime egiziano rispose con una dura repressione, con l’arresto di centinaia di membri delle opposizioni e con la limitazione della libertà di stampa. Fu in questo contesto che il 6 ottobre 1981, durante una parata militare per celebrare l’anniversario della guerra del Kippur, Sadat venne assassinato da un commando formato da membri di uno dei gruppi più radicali della galassia fondamentalista islamica egiziana: il “Jihad”. Alla guida del paese, a Sadat succedette il vicepresidente Hosni Mubarak.

7. L’era Mubarak

Pur ribadendo la scelta occidentale compiuta dal suo predecessore, Mubarak cercò di riavvicinarsi ai paesi arabi. Nella seconda metà degli anni Ottanta l’Egitto ripristinò le relazioni diplomatiche con l’Unione Sovietica e con tutti i paesi arabi, ottenendo nel 1989 la riammissione all’interno della Lega araba. Con la visita di Arafat al Cairo nel 1983 riallacciò anche i contatti con l’OLP e negli anni seguenti, grazie ai suoi rapporti con gli Stati Uniti, assunse un ruolo diplomatico importantissimo nell’annoso conflitto tra israeliani e palestinesi (vedi Questione palestinese).

Nell’agosto del 1990 il mondo arabo fu nuovamente diviso dall’invasione irachena del Kuwait. Nella successiva guerra del Golfo l’Egitto assunse la leadership araba del fronte anti-iracheno (composto, tra gli altri, dall’Arabia Saudita, dalla Siria e dal Marocco), partecipando con un cospicuo contingente (30.000 uomini) alla coalizione guidata dagli Stati Uniti.

7.1. L’insorgenza fondamentalista

Sin dai primi anni della sua presidenza, Mubarak subì l’offensiva della propaganda islamica, rafforzatasi con il rientro di molti emigranti dai paesi del Golfo e sostenuta finanziariamente dall’Arabia Saudita. La dura repressione messa in atto in seguito all’attentato a Sadat non era infatti servita a contrastare efficacemente la diffusione di ideologie radicali nel paese. A partire dalla metà degli anni Ottanta il gruppo integralista “Jihad” avviò una vera e propria guerriglia contro il governo. Nonostante l’arresto di migliaia di persone, il ricorso allo stato d’emergenza, a tribunali militari e alla pena di morte, il fondamentalismo islamico, sfuggito al controllo delle autorità politiche e religiose, si radicò nella società egiziana, soprattutto tra le fasce più povere. Fallito, con l’attentato a Sadat, il tentativo di coinvolgere l’aristocrazia islamica nel progetto di rovesciamento dello stato laico, il Jihad aveva infatti indirizzato la sua propaganda agli ambienti marginali della società egiziana, perennemente afflitti dalla crisi economica e sociale.

Agli inizi degli anni Novanta il gruppo Jihad, particolarmente attivo nel sud del paese, rivolse la sua offensiva contro le personalità della società laica egiziana e contro l’industria turistica, tra le principali risorse del paese. Nel 1995 fu aggredito e ferito lo scrittore Nagib Mahfuz e lo stesso Mubarak scampò fortunosamente a un grave attentato rivendicato dall’organizzazione Al-Jama al-Islamiya. Nel settembre del 1997 un attentato al Cairo provocò la morte di nove turisti tedeschi. Un altro tragico episodio di questa strategia si consumò il 17 novembre nell’importante sito archeologico di Luxor, quando durante un attacco armato, anch’esso rivendicato da Al-Jama al-Islamiya, trovarono la morte 68 persone, perlopiù turisti stranieri. All’emergenza terroristica il governo egiziano rispose con arresti di massa e limitazioni alla libertà di stampa, contro le quali vi furono forti proteste.

7.2. Una cauta apertura

Nel 1998, la paralisi nel processo di pace in Palestina causò un raffreddamento dei rapporti tra Israele ed Egitto, che alla fine dell’anno deplorò il nuovo intervento militare statunitense contro l’Iraq. Alla repressione, il governo egiziano fece seguire un dialogo con le componenti più moderate del movimento islamista. Dopo una pubblica condanna della violenza da parte di molti membri delle organizzazioni radicali islamiche, vennero liberati un migliaio di prigionieri politici. Allo stesso tempo il governo vietò la costituzione di un partito politico vicino ai Fratelli musulmani, benché anche questa organizzazione avesse accettato il dialogo con il governo; centinaia di membri delle organizzazioni più radicali della galassia islamista, quali Al-Jama al-Islamiya e il Jihad, lasciarono il paese andando a infoltire le file delle milizie arabe che combattevano al fianco della guerriglia in Cecenia e dei taliban in Afghanistan.

Confermato nel 1999 alla presidenza, Mubarak avviò una timida riforma economica, che investì solo marginalmente l’abnorme settore della pubblica amministrazione (più di cinque milioni di dipendenti), la maggiore fonte di consenso del regime. I risultati furono tuttavia insoddisfacenti, anche a causa della forte diminuzione delle entrate dell’industria turistica. In seguito alla ripresa dell’intifada nei territori occupati palestinesi, si deteriorarono ulteriormente le relazioni tra Israele ed Egitto, che attribuiva al governo israeliano la responsabilità del fallimento del processo di pace avviato nel 1993 con gli accordi di Oslo. Mubarak si prodigò per evitare tuttavia una rottura dei rapporti diplomatici tra Israele e i paesi arabi.

All’indomani dell’attacco terroristico dell’11 settembre contro gli Stati Uniti, l’industria turistica egiziana, già in difficoltà, registrò un ulteriormente peggioramento, per giungere sull’orlo del collasso in seguito all’offensiva anglo-americana in Iraq (2003) e alla ripresa della strategia terroristica islamista; nell’ottobre 2004 un attentato distrusse un albergo in una località turistica del Sinai, facendo più di 30 vittime (in maggioranza israeliane) e nel luglio 2005 diverse bombe esplosero a Sharm el-Sheikh, provocando un’ottantina di morti e più di duecento feriti. Crebbe nel contempo il malcontento nel paese, sia per i problemi dovuti alla situazione economica, sia per la mancanza di spazi politici e in particolare per le leggi d’emergenza introdotte nel 1981 dopo l’assassinio di Sadat e mai rimosse. Il dissenso si fece strada anche all’interno dello stesso Partito nazionale democratico al potere, in cui crebbe l’influenza di Gamal Mubarak, figlio del presidente. Nel 2004, diversi esponenti dell’ala liberale del PND entrarono nel governo, sostenendovi la necessità di rilanciare il processo di riforma politica ed economica. Nel maggio 2005, un referendum approvò un emendamento alla Costituzione, il quale riconobbe, sebbene solo formalmente, anche alle opposizioni il diritto di concorrere alle elezioni presidenziali.

8. Sviluppi recenti

Nel settembre 2005 il presidente Mubarak è confermato per la quinta volta consecutiva alla guida dello stato, ottenendo l’88,6% dei suffragi. Le opposizioni disertano tuttavia le elezioni, che registrano una bassissima partecipazione (circa il 23% degli aventi diritto al voto).

Nelle elezioni legislative di dicembre il Partito democratico nazionale conserva la maggioranza; significativo è il successo dei Fratelli musulmani, che ottengono, promuovendo diverse liste indipendenti, circa un quinto dei seggi del Parlamento egiziano.