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Tecnologia
1. Introduzione

Tecnologia Insieme delle procedure e dei metodi attraverso i quali si realizza l’applicazione delle conoscenze scientifiche alle attività produttive.

La tecnologia è un campo estremamente vasto, caratterizzato da molteplici aspetti: comprende sia il complesso di conoscenze e di studi teorici mirati a risolvere problemi pratici, sia la progettazione e la realizzazione di prodotti di vario tipo, fra i quali alimenti, manufatti, capi di vestiario, strutture edilizie, dispositivi elettronici e sistemi informatici. Il processo tecnologico nasce per soddisfare un’esigenza umana o per dare corpo a un’idea innovativa: a questo fine utilizza risorse di vario tipo, come le conoscenze scientifiche e multidisciplinari, competenze e strumenti tecnici e, non ultima, l’immaginazione.

2. La progettazione

Caratteristica comune di ogni attività tecnologica, indipendentemente dall’obiettivo che si prefigge, è l’aspetto connesso alla progettazione. La progettazione è un concetto di difficile definizione: spesso viene caratterizzata come “esercizio dell’immaginazione nella specificazione della forma”. Scopo della progettazione è conferire una forma, una struttura o una sistemazione a un prodotto tecnologico da realizzare, affinché esso costituisca un tutto integrato ed equilibrato in grado di servire allo scopo previsto. La progettazione prende le mosse dall’idea di qualcuno, che viene quindi sviluppata prevedendo i possibili contesti nei quali quell’idea verrà applicata, eventuali sue trasformazioni ed esiti.

Un problema che spesso i progettisti devono affrontare è l’incompatibilità dei requisiti che un prodotto deve soddisfare: la facilità di manutenzione, ad esempio, può essere in conflitto con le esigenze di contenimento dei costi e con quelle di carattere estetico; le considerazioni in materia di sicurezza possono essere difficilmente conciliabili con il completamento del lavoro entro una data prestabilita; mentre i materiali, in base a considerazioni di carattere tecnico, possono risultare non idonei sotto il profilo ambientale o etico (si pensi alle difficoltà di smaltimento dei rifiuti o alla produzione con metodi inaccettabili come lo sfruttamento della manodopera). Compromesso e ottimizzazione sono quindi assolutamente necessari in questo settore.

La progettazione può essere rappresentata come una serie di processi lineari, che inizia con l’identificazione di un problema o del requisito di un prodotto, prosegue con la messa a punto di idee per la soluzione, passa poi alla fase propositiva, con un’opzione di progettazione ritenuta valida, e infine alla scelta vera e propria e alla sua successiva valutazione. In realtà, tuttavia, i processi non sono quasi mai così chiari e precisi: l’esperienza derivante da precedenti realizzazioni può, ad esempio, portare a modifiche del progetto. La valutazione viene quindi a essere un processo costante e retroattivo, attraverso le diverse fasi progettuali.

3. Scienza e tecnologia

Benché scienza e tecnologia presentino molti punti in comune, i loro obiettivi e le modalità di valutazione dei risultati conseguiti sono diversi. Nella sua forma più basilare, la scienza è guidata dalla curiosità e dalla speculazione sul mondo naturale senza alcuna finalità applicativa immediata. Essa mira a produrre teorie verificabili sperimentalmente, valutate secondo criteri di semplicità, coerenza, comprensibilità e potenzialità esplicative.

Ciò non significa però che tutto ciò che va sotto il nome di scienza abbia questa qualità; la cosiddetta “scienza strategica”, ad esempio, è maggiormente finalizzata a produrre conoscenze in grado di assistere lo sviluppo per il mercato di prodotti e processi di successo, precedentemente identificati come tali. La tecnologia, d’altro canto, mira a realizzare e migliorare manufatti e sistemi in grado di soddisfare desideri e aspirazioni umane. La valutazione viene condotta in base a considerazioni quali l’efficacia delle prestazioni, l’affidabilità, la durata, i costi di produzione, l’impatto ecologico e la possibilità di smaltimento a termine.

Nel corso dei secoli sono stati compiuti progressi tecnologici di grande valore pur senza contare su cognizioni scientifiche propriamente dette. Sono ben documentati, ad esempio, i notevoli risultati della tecnologia asiatica alla fine del I millennio d.C., in settori quali la metallurgia, la stampa e l’ingegneria idraulica. Anche le ruote idrauliche, le chiuse, i metodi di conservazione degli alimenti e molti processi metallurgici costituiscono altri casi in cui la tecnologia ha precorso la scienza.

Questo rapporto subì un mutamento soprattutto alla fine del XIX secolo, con lo sviluppo delle industrie chimiche e delle centrali elettriche, nelle quali le conoscenze scientifiche furono utilizzate direttamente nella soluzione dei problemi e nella messa a punto dei prodotti. Lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e dell’elettronica costituiscono ulteriori testimonianze dell’efficacia di uno stretto rapporto tra scienza e tecnologia.

Nella seconda metà del XX secolo molte delle moderne tecnologie erano intimamente collegate alla conoscenza scientifica, mentre dal canto suo la scienza si legava sempre più alla tecnologia, dalla quale dipende per via della complessa strumentazione necessaria all’esplorazione del mondo naturale. Un’innovazione tecnologica come la risonanza magnetica nucleare – una tecnica diagnostica per immagini ampiamente utilizzata in medicina – non si sarebbe sviluppata senza le conoscenze scientifiche sulle proprietà magnetiche del nucleo dell’atomo.

I rapporti simbiotici e sinergici tra moderna scienza e moderna tecnologia hanno indotto taluni a coniare il termine “tecnoscienza” per descrivere il risultato della fusione, benché ibrida, di due settori. Un modello largamente accettato del rapporto tra scienza e tecnologia le considera due nuclei di prassi indipendenti, che si sovrappongono e si intersecano nelle rispettive attività.

La conoscenza scientifica costruita dagli scienziati, nel corso della loro ricerca di comprensione dei fenomeni naturali, non sempre si manifesta in forme che è possibile utilizzare direttamente ed efficacemente in attività tecnologiche. Spesso tali conoscenze devono essere rielaborate e tradotte in forme che meglio si adattano agli specifici parametri di progetto, e questo viene compiuto dalla tecnologia.

4. Cenni storici

La storia della tecnologia può essere narrata da diverse prospettive. Negli anni Trenta del Novecento il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset identificò tre periodi che potevano caratterizzare lo sviluppo dell’evoluzione tecnologica. Nel primo e più lungo periodo non esistevano tecniche sistematiche per la scoperta e l’invenzione degli strumenti tecnologici. Le prime realizzazioni tecnologiche, come le asce di pietra e i raschiatoi, e il controllo del fuoco, furono semplicemente frutto del caso. Nel secondo periodo si acquisirono competenze tecnologiche che, tuttavia, non erano supportate da un bagaglio sistematico di conoscenze. Il possesso di questo tipo di conoscenze, derivante dalle modalità di ragionamento analitiche associate alla scienza moderna, caratterizzò il terzo periodo e mise l’uomo in condizione di realizzare i suoi obiettivi in un modo radicalmente diverso rispetto alle fasi precedenti.

Sempre negli anni Trenta lo storico statunitense Lewis Mumford pubblicò il classico lavoro Technics and Civilization (Tecnica e civiltà), contenente un’analisi degli ultimi mille anni dello sviluppo tecnologico, visti come susseguirsi di tre fasi sovrapposte e interconnesse. La prima fase, denominata “eotecnica” (1000-1750), fu caratterizzata dalla disponibilità e dallo sfruttamento di materie prime come il legno, il vetro e l’acqua, e da un maggiore ricorso all’energia ricavata dal vento e dall’acqua.

Seguì una fase detta “paleotecnica” (1750-1900) che potrebbe essere definita un periodo di “capitalismo carbonifero”, caratterizzato dallo sfruttamento del carbon fossile e dei minerali di ferro e dalle applicazioni della macchina a vapore. Si arrivò poi alla fase “neotecnica”, caratterizzata da una posizione predominante della scienza, dalla produzione di nuovi materiali, ad esempio le materie plastiche, dallo sviluppo dei sistemi a energia elettrica e dall’invenzione del motore a combustione interna, che sostituì la macchina a vapore.

1. L’impatto della tecnologia nella seconda metà del Novecento

Queste due analisi precedono tuttavia l’impatto che la tecnologia e le innovazioni tecnologiche hanno avuto alla fine del XX secolo. I risultati di tale impatto comprendono nuove risorse di fabbricazione, tra cui i materiali compositi e i cosiddetti “materiali intelligenti”, in grado di rispondere ai cambiamenti delle strutture con cui sono in rapporto, e che si comportano come se fossero dotati di memoria. La tecnologia si è miniaturizzata (vedi Nanotecnologia) e si è estesa al regno della vita: sono in numero sempre più crescente le nuove varietà di piante e animali prodotte grazie ai progressi dell’ingegneria genetica.

Oggi sono inoltre disponibili potenti mezzi di comunicazione e di elaborazione delle informazioni (vedi Computer; Supercomputer), che hanno permesso di applicare la tecnologia a problemi e scienze sociali, con una ricaduta che riguarda diversi aspetti sia del lavoro sia della vita di tutti i giorni.

La scala di queste innovazioni tecnologiche e le rispettive velocità di attuazione presentano differenze abbastanza significative rispetto a quanto sperimentato nelle fasi precedenti dell’evoluzione tecnologica. Una caratteristica distintiva della seconda metà del Novecento è stata la crescente consapevolezza degli aspetti negativi della tecnologia, dovuta in parte al verificarsi di grandi disastri tecnologici. Fra questi, la tragedia avvenuta nel 1984 a Bhopal, in India, dove un’esplosione nell’impianto chimico della Union Carbide provocò una fuga di isocianato di metile che causò la morte immediata di circa 3300 persone; l’incidente occorso nel 1986 alla navetta spaziale Challenger, esplosa subito dopo il lancio provocando la morte di sette astronauti e, nello stesso anno, il disastro di Černobyl, quando, in seguito a un incendio nel nucleo del reattore della centrale, si ebbe una fuga di scorie radioattive che raggiunse numerose regioni del mondo.

La conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo, meglio conosciuta come “Summit della Terra”, svoltasi a Rio de Janeiro nel 1992 (vedi Conferenza di Rio), portò alla ribalta problematiche quali il cambiamento climatico (vedi Clima; Riscaldamento globale), lo sviluppo sostenibile e una gestione più responsabile dell’acqua e delle risorse energetiche, con particolare riguardo all’inquinamento ambientale, allo smaltimento dei rifiuti e alla riduzione del divario tecnologico tra il Nord e il Sud del mondo.

In questa fase, sul finire del XX secolo, qualsiasi processo tecnologico dovrebbe essere ritenuto incompleto se non prende adeguatamente in considerazione anche l’impatto sociale e ambientale associato. Ma per ora le cose non sono migliorate: nel dicembre del 1997 i rappresentanti di quasi tutti i paesi del mondo e delle maggiori associazioni ambientaliste si sono ritrovati a Kyoto, in Giappone (vedi Protocollo di Kyoto), per constatare che i problemi di protezione del patrimonio ambientale sono sempre più gravi e che l’umanità sta esponendosi volontariamente al grave rischio di lasciare in eredità alle future generazioni una Terra “non abitabile”.

Il settore della tecnologia in cui maggiormente si è acquisita questa consapevolezza è probabilmente quello dell’energia nucleare, quale conseguenza del lancio delle due bombe atomiche americane sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki nella seconda guerra mondiale, della proliferazione delle armi nucleari nel dopoguerra (vedi Guerra Fredda) e di alcuni incidenti in centrali atomiche.

2. Interpretazioni attuali

Studi storici di diversa impostazione mettono in luce la natura e lo sviluppo della tecnologia. Una prima distinzione può essere operata tra le impostazioni cosiddette “internaliste” e quelle “contestualiste”. Nel primo caso, l’attenzione è posta sugli aspetti progettuali di un particolare dispositivo e sugli elementi correlati, quali ad esempio i possibili miglioramenti tecnici. Le fortificazioni medievali, gli aratri a vomere, le macchine a tastiera, gli orologi, i ponti a travi di acciaio, le macchine a vapore, i razzi interplanetari e la bussola sono stati e sono gli argomenti classici delle esposizioni di taglio internalista. Nonostante il loro carattere informativo, queste argomentazioni non contribuiscono molto ai fini della spiegazione del perché i manufatti abbiano assunto una determinata forma o perché in essi si siano prodotte delle trasformazioni.

Al contrario, nelle descrizioni di tipo contestualista viene sottolineato lo stretto rapporto di influenza reciproca fra sviluppi tecnologici e fattori culturali. L’ambiente economico, sociale e politico in cui si è espletata l’attività tecnologica e nel quale essa ha assunto la sua forma particolare vengono a costituire l’interesse centrale dell’indagine storica.

5. Il controllo della tecnologia

La valutazione di quanto la tecnologia sia realmente sotto il controllo umano costituisce argomento di un acceso dibattito. Da un lato troviamo i costruzionisti sociali, i quali ritengono che la tecnologia sia uno strumento foggiato secondo i desideri di chi lo ha creato o, in generale, che siano i gruppi sociali a definire e dare un senso ai prodotti tecnologici. Dall’altro lato si schierano coloro i quali sostengono che la tecnologia esiste come agente autonomo, in grado di pilotare la storia.

Secondo quest’ultimo punto di vista, la tecnologia non è al servizio della società ma ne è “padrona”, e imprime ai nostri destini, in misura sempre più profonda, forme che sembrano essere inevitabili e irreversibili.

Tra i due opposti poli del costruttivismo sociale e del determinismo tecnologico si collocano varie posizioni intermedie, in qualche modo sostenute dall’evidenza storica. È in effetti vero che grandi e complessi sistemi tecnologici sembrano in grado di sviluppare un proprio dinamismo, e che le tecnologie possono talvolta predisporre le persone a sviluppare determinati stili di vita piuttosto che altri.

L’esercizio della scelta tecnologica dovrebbe attuarsi con il coinvolgimento democratico delle istituzioni politiche, culturali e della cittadinanza, e idealmente dovrebbe avvenire dopo la valutazione degli effetti e dell’impatto che il cambiamento associato potrà produrre sui singoli e sulla organizzazione sociale.

6. Tecnologia e cultura

La cultura viene spesso chiamata in causa per spiegare il significato delle norme, dei valori, delle credenze e delle convenzioni di un gruppo. I membri di ciascun gruppo interpretano le loro esperienze in termini di questi valori e categorie condivisi, che li distinguono dai membri di altri gruppi. Sulla base di ciò è stata avanzata l’ipotesi che le tecnologie prodottesi in un particolare contesto culturale rechino l’impronta di tale cultura, e ne riflettano i valori e le credenze.

Il giapponese Kenji Ekuan, progettista delle moto e degli strumenti musicali Yamaha, ha sostenuto che il design giapponese è caratterizzato da una “semplicità complessa”; i prodotti sono piccoli e precisi, leggeri e robusti, poco dispendiosi in termini energetici e miniaturizzati, senza perdere in qualità: tutti attributi che, a suo dire, sono espressione della cultura giapponese. La moda e la cucina italiana sono un altro esempio di come i prodotti tecnologici siano comunemente considerati l’espressione di valori e regole culturali. In effetti, si potrebbe anche ampliare la definizione di cultura, per includere la tecnologia: vale a dire che la cultura può essere considerata espressione di valori, credenze e dei processi tecnologici.

7. Il trasferimento tecnologico

I valori insiti in una tecnologia assumono rilievo se riescono a trasferirsi da un contesto culturale a un altro. Quando, nel XIX secolo, i coloni nordamericani iniziarono a invadere le Grandi Pianure, nelle quali gli indiani andavano a caccia di bisonti (la principale risorsa di cui disponevano), tentando di persuaderli ad adottare le pratiche agricole dell’aratura, della semina e della raccolta, provocarono il conflitto tra due sistemi di valori contrastanti riguardo al rapporto tra uomo e ambiente.

La reazione dei nativi americani si specchia perfettamente nella seguente citazione: “Mi chiedi di arare la terra. Dovrei prendere il coltello e tagliare il seno a mia madre? Allora, quando morirò, essa non mi accoglierà a riposare nel suo grembo. Mi chiedi di tagliare l’erba e farne fieno e venderlo per diventare ricco come i visi pallidi: ma come potrei tagliare i capelli a mia madre?” (T.C. McLuhan, Touch the Earth: A Self-Portrait of Indian Existence). Lo stile di vita tradizionale degli indiani comportava il rispetto e l’armonia con la natura e con i poteri spirituali che si riteneva abitassero ogni cosa e tutti gli esseri viventi. L’impatto della tecnologia agricola portata dai coloni europei provocò confusione, stravolgimento e distruzione dello stile di vita degli indigeni.

Non tutti i trasferimenti tecnologici hanno avuto le stesse disastrose conseguenze sulla cultura d’arrivo, anche se in moltissimi casi l’adozione di una nuova tecnologia causò grossi cambiamenti nei modelli di lavoro subordinato e nelle strutture sociali. Il cambiamento dei mezzi di fabbricazione dei sandali nell’Africa settentrionale fu un caso emblematico. I sandali erano tradizionalmente fabbricati da artigiani calzolai che utilizzavano prodotti locali come cuoio, colla, filo, attrezzi manuali, chiodi, cera e lucido, rivestimenti di tessuto, stringhe, forme di legno e scatole di cartoncino. A un certo punto furono introdotte le macchine per lo stampaggio a iniezione di plastica – per la produzione di sandali in plastica – ciascuna funzionante per tre turni al giorno con l’impiego di soli 40 operai.

Ciò aumentò la produzione dei sandali, che venivano ora venduti a un prezzo inferiore e duravano più a lungo dei sandali di cuoio, ma il risultato fu complessivamente deleterio: molte piccole fabbriche indigene fallirono e vennero meno le opportunità di lavoro; vi fu un incremento della dipendenza dai prodotti di plastica, dai ricambi per le macchine e dai servizi di manutenzione, tutti elementi d’importazione che dovevano essere pagati in valuta estera. Il contestuale aumento del fenomeno dell’inurbamento contribuì all’instaurarsi di una “doppia società”.

Simili esperienze di trasferimento tecnologico testimoniano la non neutralità delle tecnologie e delle modalità con cui esse possono ricreare gli aspetti del sistema sociale dei luoghi d’origine in una nuova cultura di destinazione. Per queste ragioni la tecnologia è stata talvolta paragonata a un “gene sociale”, in grado di tramandare relazioni sociali codificate da un contesto all’altro e ivi replicarle.

Benché il trasferimento unilaterale di tecnologia possa essere una potente alternativa alla colonizzazione militare e possa costituire un mezzo per promuovere la dipendenza a lungo termine della cultura di destinazione da chi fornisce la tecnologia, il processo di trasferimento stesso è in genere più complesso e interattivo. Le tecnologie non sono infatti utilizzate da ciascuna cultura nello stesso modo. Ad esempio, la polvere pirica, inventata dai cinesi e da essi usata per i fuochi artificiali e per le prime armi da fuoco, una volta introdotta in Europa stimolò la produzione di cannoni sempre più potenti e devastanti.

Un esempio che risale a tempi più recenti è quello di un progetto intrapreso dall’UNICEF per rifornire d’acqua potabile alcuni villaggi rurali dell’India, nel quale inizialmente venivano utilizzate pompe di ghisa uguali a quelle destinate alle fattorie statunitensi ed europee. Ma tali pompe, adatte a famiglie singole, non erano state progettate per far fronte al carico di lavoro continuativo di un intero villaggio, con la conseguenza di un’elevata frequenza di guasti.

Si decise allora di progettare un tipo di pompa più idoneo al caso specifico: tra i criteri di progettazione figuravano il basso costo, la lunga durata, la facilità di installazione, di manutenzione e di riparazione e la possibilità di produzione in serie in India. La produzione della nuova pompa, tuttavia, non risolse il problema. Si presentò, infatti, l’esigenza di un’infrastruttura di supporto per lo stoccaggio dei ricambi, di reti di distribuzione per la consegna del prodotto e di programmi di formazione per coloro che avrebbero dovuto controllare la qualità della fornitura idrica e mantenere le pompe in buono stato di funzionamento.

Si rese quindi necessario il progressivo decentramento della responsabilità tecnologica dagli enti statali e internazionali ai costruttori e ai fornitori locali, e venne attuato un sistema di controllo della qualità che prevedeva, tra l’altro, la standardizzazione della componentistica delle pompe. La tecnologia poteva aver successo solo a patto di un funzionamento perfettamente sincronizzato di tutte le componenti del sistema cui il manufatto pompa era intimamente legato. La trivellazione di pozzi artesiani e la costruzione di pompe idonee non era che una delle componenti dell’impresa globale di trasferimento tecnologico.

8. La tecnologia appropriata

Negli anni Sessanta del Novecento assunse rilievo l’idea di una tecnologia “appropriata”, in quanto sviluppata nel rispetto delle esigenze, delle risorse, dell’ambiente e degli stili di vita delle persone che ne faranno uso. Uno strenuo sostenitore di questa impostazione fu l’economista statunitense di origine tedesca Ernst Friedrich Schumacher (1911-1977), il quale nel 1973, nella sua opera Small Is Beautiful. Economics As If People Mattered (edizione italiana: Piccolo è bello, 1978), parlò di una “tecnologia dal volto umano” ricorrendo all’espressione “tecnologia intermedia”.

Schumacher si basava sulla convinzione di Mohandas Gandhi secondo cui i poveri del mondo possono trarre aiuto non dalla produzione di massa, bensì dalla produzione da parte delle masse. La sua ricetta della tecnologia intermedia è che essa deve sfruttare il meglio della conoscenza e dell’esperienza moderna, mirare al decentramento, essere compatibile con le leggi dell’ecologia, moderata nell’uso delle risorse limitate e studiata per servire l’uomo anziché ridurlo a semplice operatore di macchine. Vedi anche Globalizzazione.

9. Tecnologia e società

È chiaro che l’impatto della tecnologia sulla società non è mai stato profondo e importante come ai nostri giorni. Sono in molti, governi compresi, a ritenere che l’incentivazione dello sviluppo tecnologico debba essere una priorità nazionale, visto il suo ruolo fondamentale nella costruzione della ricchezza e dello sviluppo economico di un paese. La tecnologia, inoltre, accresce la competitività industriale e la qualità della vita di una nazione.

L’idea che i prodotti tecnologici siano indice di progresso è profondamente radicata in molte società: spesso però si dimentica che la tecnologia può seguire una “doppia vita”, nel senso che può svilupparsi secondo le intenzioni di chi l’ha generata, ma può anche portare a risultati indesiderati e talvolta non previsti. La tecnologia può essere un prezioso alleato nella fase iniziale della realizzazione di una società industriale, ma non bisognerebbe perdere di vista la progressiva valutazione dei risultati, trasformando lo sviluppo tecnologico in un processo fine a se stesso. Le attuali condizioni sociali non felici di gran parte della popolazione dei paesi sviluppati sono anche una conseguenza del forsennato ricorso alle tecnologie avanzate in tutti i settori della produttività e dei servizi.

Invero la sostituzione dell’uomo con macchine, capaci di eseguire il medesimo compito con costi e in tempi inferiori, è iniziata oltre due secoli fa, quando i sistemi meccanizzati furono introdotti nell’agricoltura, e prosegue ancora oggi con l’automazione di un numero sempre maggiore di mansioni nelle fabbriche, negli uffici, nei luoghi pubblici, negli ospedali. Questo inevitabile mutamento ha portato indubbi benefici, riducendo notevolmente i costi della manodopera e permettendo un notevole aumento della produttività, ma ha causato una drastica riduzione dei posti di lavoro e ha contribuito all’aumento della disoccupazione.

Recenti studi, tuttavia, non avvalorano più di tanto l’idea che il cambiamento tecnologico sia la sola causa di disoccupazione: la tecnologia infatti ha in sé le capacità di creare più posti di lavoro di quanti ne distrugga.

Un quadro chiaro è difficile da ottenere su periodi brevi, perché le aziende hanno bisogno di tempo per imparare a usare in modo efficace le nuove tecnologie e sostituire le strutture di gestione obsolete. Nondimeno, sono in rapida crescita professioni quali il programmatore, l’analista di sistemi, il gestore di rete, l’architetto di database, l’operatore di computer e il tecnico addetto alla riparazione dei sistemi elettronici. Purtroppo tali considerazioni non implicano necessariamente che, ad esempio, coloro i quali vengono rimossi dalle loro vecchie mansioni possano rapidamente reinserirsi nelle nuove aree del mercato del lavoro, né che queste ultime siano in grado, sul lungo periodo, di creare un numero di posti di lavoro tale da riuscire ad assorbire la domanda di un intero paese.

Si sostiene spesso che l’informatica si dimostrerà il più potente fattore di cambiamento della società e dell’economia odierne. La cosiddetta “rivoluzione digitale”, grazie alla quale l’informazione, sotto forma di testo, suono o video, può essere convertita in e da cifre binarie (bit) e trasmessa su reti globali, sta nondimeno già trasformando interi settori quali le telecomunicazioni, il giornalismo e l’editoria.

I progressi nella tecnologia delle comunicazioni a fibre ottiche hanno reso estremamente più rapida la trasmissione delle informazioni, mentre lo sviluppo degli schermi piatti ha svincolato i computer dalle scrivanie. Questi elementi hanno contribuito all’integrazione dell’informatica e della tecnologia delle comunicazioni.

Un cambiamento sociale di siffatte proporzioni comporta nuove opportunità, ma anche grosse problematiche, una delle quali è come evitare che si instauri una società divisa tra “chi possiede” e “chi non possiede” le informazioni a livello sia nazionale sia internazionale. Altre problematiche investono la proprietà e la sicurezza delle informazioni: il cyberspazio è la nuova frontiera in cui devono essere riconsiderati i principi e le prassi giuridiche attuali.

Date le complesse modalità in cui la tecnologia interagisce con la società e con la vita degli individui, è comprensibile che la percezione che se ne ha sia profondamente influenzata dalla natura delle esperienze personali. In generale, non è molto sviluppata la comprensione della tecnologia e vi è un riconoscimento globalmente diffuso tra i cittadini dell’esigenza di un maggior grado di “alfabetizzazione tecnologica”. In molti paesi l’inserimento della tecnologia tra le materie della scuola dell’obbligo è una recente acquisizione, finalizzata a migliorare la comprensione e la pratica di questo importante aspetto della società moderna.