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Psicologia dell’età evolutiva
1. Introduzione

Psicologia dell’età evolutiva o Psicologia dello sviluppo Branca della psicologia che studia i processi di cambiamento che si verificano durante la crescita. Oggi si preferisce la denominazione “psicologia dello sviluppo”, perché si ritiene che lo sviluppo psichico continui per tutto l’arco della vita, anche se l’età compresa tra la primissima infanzia e l’adolescenza è la fase in cui l’evoluzione è più veloce e le trasformazioni sono più rilevanti.

2. Cenni storici

Iniziata nell’Ottocento, in seguito agli interessi suscitati dalle teorie evoluzionistiche, la ricerca scientifica sullo sviluppo infantile ebbe il suo maggior incremento intorno ai primi anni del Novecento. Uno degli stimoli principali fu offerto dalla messa a punto, da parte dello psicologo statunitense Lewis Madison Terman, del test Stanford-Binet (1916), che consente di realizzare studi statistici relativamente allo sviluppo intellettivo del bambino e di calcolarne il quoziente d’intelligenza.

Negli anni Venti numerosi scienziati statunitensi diedero inizio a un filone di studi che aveva per obiettivo l’osservazione su larga scala dei bambini e delle loro famiglie. Tali studi furono condotti con il metodo “longitudinale”, secondo il quale gli stessi bambini venivano osservati e testati per un lungo periodo di tempo.

Negli stessi anni lo psicologo statunitense Arnold L. Gesell (1880-1961) fondò un istituto di ricerca per lo studio dell’età evolutiva; fu sua la realizzazione di una tecnica di analisi del comportamento infantile che prevedeva l’osservazione, fotogramma per fotogramma, di registrazioni filmate. Gesell fece anche ampio uso del metodo di indagine “trasversale”, in cui erano tenuti contemporaneamente sotto osservazione bambini di età diverse. I risultati, scaturiti dalle ricerche più significative effettuate nell’arco di un ventennio, fornirono informazioni sulle modalità dello sviluppo e sul suo andamento.

Nello stesso periodo in cui si diffondeva l’interesse per gli studi basati sull’osservazione, prese piede, nell’opera di molti studiosi, l’idea che l’ambiente incidesse in modo determinante sullo sviluppo e sul comportamento dei bambini. Sigmund Freud, che riteneva molto importanti gli effetti delle variabili ambientali sullo sviluppo del bambino, evidenziò in modo particolare l’importanza della figura dei genitori nei primi anni di vita. Anche lo psicologo statunitense John Broadus Watson sottolineò il ruolo fondamentale svolto dall’ambiente nello sviluppo del bambino.

All’inizio degli anni Sessanta particolare attenzione fu rivolta al lavoro di Jean Piaget, che fin dagli anni Venti si era dedicato allo studio dello sviluppo cognitivo del bambino. Piaget si autodefiniva un “epistemologo genetico” – cioè uno studioso delle origini della conoscenza umana – e le sue teorie produssero importanti cambiamenti metodologici nella psicologia dell’età evolutiva, integrando il metodo sperimentale con quello osservativo o “clinico” e sostenendo che le variabili biologiche e quelle ambientali interagiscono nella determinazione del comportamento. Piaget riteneva che, fin dalla nascita, gli esseri umani sono in grado di ricorrere a un apprendimento attivo, senza bisogno di incentivi esterni.

Secondo la sua teoria, lo sviluppo cognitivo del bambino avviene attraverso quattro stadi: “stadio I o dell’intelligenza sensomotoria” (dalla nascita ai 2 anni), in cui il bambino passa da movimenti riflessi, disorganizzati e innati (quali ad esempio la suzione), a comportamenti che riflettono l’acquisizione di concetti semplici (come prendere un giocattolo posto su un tappeto tirando il tappeto stesso); “stadio II o del pensiero preoperatorio” (2-7 anni), caratterizzato dal crescente ricorso a simboli astratti, come nel caso del gioco simbolico (una bambina finge di cucinare del cibo per la propria bambola); “stadio III o del pensiero operatorio concreto” (7-11 anni), in cui si assiste all’acquisizione di capacità relativamente sofisticate di risoluzione di compiti e al conseguimento di modalità conservative del pensiero (il che permette, ad esempio, di capire che recipienti di forma diversa possono contenere la stessa quantità di acqua); “stadio IV, o del pensiero operatorio astratto” (dai 12 anni in poi), contraddistinto dalla capacità di formulare ipotesi a partire dall’osservazione della realtà e dedurre nuovi concetti sulla base di concetti già acquisiti.

Importante autrice di studi di psicologia dell’età evolutiva fu anche la statunitense Eleanor Jack Gibson, ricordata soprattutto per la scoperta del cosiddetto “precipizio visivo”, avvenuta nel 1960. Autrice di studi sulla relazione tra percezione e apprendimento, in modo particolare relativamente alla capacità di lettura, Gibson asseriva che l’apprendimento è il risultato di un continuo processo di adattamento: si “percepisce” come apprendere e si apprende come percepire, attraverso un processo che la psicologa chiamò differenziazione. Dapprima il bambino tende a osservare il mondo circostante come se tutti i suoi elementi fossero simili l’uno all’altro; la ripetizione delle osservazioni permette di percepire eventuali differenze e di apprendere le caratteristiche che discriminano l’uno o l’altro elemento della realtà.

3. Teorie dello sviluppo

Lo sviluppo infantile comprende vari aspetti: cambiamenti comportamentali, cambiamenti emotivi, adattamento sociale. Una teoria dello sviluppo dovrebbe individuare anche le relazioni tra modificazioni psicologiche ed età cronologica. Ciò significa che le diverse caratteristiche comportamentali devono essere legate a specifici livelli di sviluppo e che le regole che governano il passaggio da un livello evolutivo all’altro devono essere anch’esse oggetto di studio.

4. Ereditarietà e ambiente

Esiste un accordo generale sul fatto che lo sviluppo del bambino sia determinato dall’azione congiunta di fattori biologici e ambientali, anche se non è ancora stata determinata l’importanza relativa al patrimonio genetico individuale. La ricerca ha messo in luce come entrambi i fattori (genetici e ambientali) concorrano a determinare il funzionamento intellettivo. La componente genetica incide anche su particolari caratteristiche di personalità, quali l’introversione e l’estroversione, il livello di attivazione, la predisposizione a taluni disturbi mentali.

Le ricerche su questo tema si svolgono prevalentemente con gemelli monozigoti (identici) cresciuti in ambienti diversi: vengono esaminate le somiglianze e le differenze presenti nel loro comportamento e i risultati vengono confrontati con quelli di gemelli educati nello stesso contesto familiare.

5. Crescita fisica

In media, un neonato pesa 3,4 kg ed è alto 53 cm; la testa appare sproporzionatamente grande rispetto al resto del corpo. Dalla nascita fino ai tre anni si assiste al maggiore incremento nell’altezza, dopodiché la crescita diviene abbastanza costante fino all’adolescenza, quando interviene un ulteriore e consistente aumento, minore comunque di quello avvenuto nell’infanzia. Anche l’incremento di peso è cospicuo durante i primi tre anni e durante l’adolescenza.

Le ricerche hanno dimostrato che la velocità di crescita è influenzata dallo stato di salute del bambino: decelera durante un periodo di malattia, ma dopo la guarigione accelera in maniera tale che il bambino possa riacquistare un peso e un’altezza adeguati alla sua età.

6. Attività motoria

Nel periodo che va dalla nascita fino ai due anni le abilità motorie sono soggette a notevoli cambiamenti. Alla nascita, il neonato è in grado di eseguire movimenti estensivi disorganizzati. Una caratteristica del comportamento motorio precoce del bambino consiste nel gran numero di azioni riflesse che riesce a compiere, che permangono per un breve periodo dopo la nascita e poi scompaiono: ad esempio, quando il palmo della mano del bambino viene leggermente sfregato, le dita si chiudono involontariamente a pugno dando luogo al cosiddetto “riflesso palmare”.

Da questi primi movimenti hanno origine attività motorie più complesse: il bambino impara a camminare, secondo una sequenza di quattordici stadi, in media tra i 13 e i 15 mesi. La ricerca dimostra che l’età di comparsa delle abilità motorie è determinata in modo innato e l’acquisizione di tali abilità non è influenzata dalla pratica. Rigide restrizioni imposte all’esercizio delle attività motorie, tuttavia, possono modificare i modi e i tempi di sviluppo.

Dopo che le abilità motorie di base sono state acquisite, i bambini imparano a integrare i movimenti con le abilità percettive, in particolare con la percezione spaziale. Questo processo è importante per il raggiungimento della coordinazione mano-occhio e per l’acquisizione di capacità di maggiore complessità, richieste da molte attività sportive.

7. Linguaggio

La capacità di comprendere e comunicare è uno dei maggiori traguardi raggiunti dall’essere umano. Una caratteristica sorprendente dello sviluppo del linguaggio è la velocità con cui esso viene acquisito: la prima parola viene pronunciata intorno ai 12 mesi e, entro i due anni, la maggior parte dei bambini possiede un vocabolario di 270 parole, che diventano 2600 a sei anni. Partendo dal presupposto che è quasi impossibile stabilire il numero di frasi che si possono costruire all’interno di una lingua, è certo comunque che i bambini cominciano a utilizzare proposizioni sintatticamente corrette fin dall’età di tre anni e frasi altamente complesse all’età di cinque.

Questo straordinario fenomeno non può essere spiegato semplicemente attraverso le teorie dell’apprendimento. Il linguista statunitense Noam Chomsky ha ipotizzato che il cervello umano sia funzionale alla percezione e riproduzione del linguaggio; pertanto il sistema mentale deputato al linguaggio non richiede un apprendimento formale, ma si attiva spontaneamente in un contesto che ne stimola la produzione verbale. Sebbene non tutti gli psicolinguisti condividano le affermazioni di Chomsky sull’acquisizione del linguaggio, l’idea di uno speciale sistema mentale addetto alla produzione linguistica è comunemente accettata. Attualmente, i teorici che si occupano della relazione tra sviluppo cognitivo e acquisizione del linguaggio affermano che quest’ultimo riflette le concezioni del bambino e si evolve insieme a esse.

8. Formazione della personalità

Le teorie della personalità sono descrizioni di come le persone si comportano al fine di ottenere dall’ambiente la soddisfazione dei propri bisogni fisici e psicologici. Se questi bisogni non vengono soddisfatti, si possono verificare conflitti interiori che, in certa misura, sono inevitabili, ma che possono provocare disturbi nello sviluppo. La formazione della personalità è considerata un processo attraverso il quale i bambini imparano a evitare e a gestire i conflitti. In questo senso, è importante la reazione del contesto familiare, in quanto genitori eccessivamente restrittivi o, al contrario, eccessivamente permissivi limitano la possibilità dei bambini di confrontarsi con le proprie difficoltà.

9. Intelligenza e apprendimento

L’intelligenza può essere definita come l’abilità di maneggiare in modo efficace concetti verbali astratti. Questa concezione traspare anche dalle domande utilizzate nelle prove psicologiche che misurano il quoziente d’intelligenza (QI). Due test molto conosciuti – lo Stanford-Binet e la versione riveduta della scala di intelligenza Wechsler per bambini (WISC) – sono utilizzati per valutare lo sviluppo mentale del bambino e per predire le sue possibilità di apprendimento.

È stato anche sottolineato il fatto che, a volte, i test si rivelano inappropriati se usati con bambini appartenenti a minoranze etniche, che potrebbero non capire o non rispondere ad alcuni quesiti a causa delle difficoltà linguistiche o delle differenze culturali. Data l’influenza dei fattori socio-culturali sul rendimento al test, i risultati devono essere pertanto interpretati con molta cautela.

10. Relazioni familiari

Lo sviluppo dei bambini è condizionato dall’atteggiamento e dal comportamento dei genitori nei loro confronti; i genitori sono a loro volta influenzati dalle caratteristiche dei figli: ad esempio, bambini disabili richiedono maggiori attenzioni e inducono nei genitori una maggiore attenzione. Molti studi hanno dimostrato, inoltre, che il comportamento dei genitori nei confronti dei figli varia ampiamente, oscillando dalla rigidità al permissivismo, dal calore all’ostilità, dal coinvolgimento ansioso al calmo distacco.

Tale varietà di atteggiamenti produce differenti modelli relazionali nelle famiglie: l’ostilità e il permissivismo nei genitori, ad esempio, sono spesso associati ad aggressività e intrattabilità nei figli; un comportamento particolarmente protettivo, invece, può provocare dipendenza e obbedienza da parte dei bambini. Anche le modalità punitive influenzano il comportamento: i figli di genitori che ricorrono frequentemente alla punizione corporale tendono a usare l’aggressione fisica, più di quanto non facciano, in media, i loro coetanei. Sembra, quindi, che l’imitazione dei genitori sia uno dei modelli principali del comportamento infantile.

11. Relazioni sociali

Le relazioni sociali tra bambini sono caratterizzate da mutuo interesse in assenza di interazione, situazione conosciuta come “gioco parallelo”. Le relazioni tra bambini della stessa età e appartenenti approssimativamente alla stessa classe sociale (il cosiddetto “gruppo dei pari”) si instaurano prima della scuola ed evolvono dando luogo a sistemi sociali sempre più complessi, in grado di influenzare valori e comportamenti.

L’ingresso nel mondo sociale adulto è facilitato dall’esperienza di appartenenza a un gruppo organizzato di coetanei, in cui sono presenti un leader e dei membri con un ruolo più o meno incisivo, che permette il riconoscimento della necessità di attuare comportamenti collaborativi. L’adesione alle regole del gruppo di appartenenza raggiunge l’apice verso i 12 anni e non scompare mai, anche se è meno evidente tra gli adulti.

La composizione del gruppo cambia con l’età. I gruppi di preadolescenti tendono a essere costituiti da individui dello stesso sesso e provenienti dallo stesso quartiere. Le relazioni sociali tra ragazzi più grandi, invece, sono maggiormente basate su interessi e valori comuni. La socializzazione è il processo con cui i bambini imparano la differenza tra comportamenti accettabili e non: ci si aspetta, ad esempio, che i bambini comprendano che l’aggressione fisica, così come il furto e l’inganno, sono comportamenti da biasimare, al contrario della cooperazione e dell’onestà.

Alcuni studiosi affermano che la socializzazione si raggiunge attraverso l’imitazione o tramite un processo educativo che implichi lodi e punizioni. I teorici contemporanei, comunque, mettono in luce il ruolo fondamentale dei processi cognitivi, quali la percezione, il pensiero e la conoscenza: una socialità matura, infatti, implica che una persona, consciamente e inconsciamente, riesca a capire le regole del comportamento sociale che governano le varie situazioni.

Il processo di socializzazione include anche l’acquisizione del concetto di moralità. Lo psicologo statunitense Lawrence Kohlberg (1927-1987) ha dimostrato che il pensiero morale passa attraverso tre livelli: a quello più basso (“preconvenzionale”), l’individuo obbedisce alla regola per evitare la punizione (è il livello caratteristico dei bambini molto piccoli); a quello intermedio (“convenzionale”), ci si adegua alle regole per uniformarsi alle norme sociali; al livello più alto (“postconvenzionale”), la persona comprende i principi morali universali necessari per la sopravvivenza nella società, anche se a volte non si comporta di conseguenza.

12. Orientamenti recenti

Attualmente le ricerche sull’età evolutiva vengono condotte attraverso il metodo longitudinale (l’individuo, cioè, viene seguito per un determinato periodo di tempo), che permette di descrivere lo sviluppo secondo una prospettiva generale, non limitata cioè all’infanzia o alla fanciullezza, ma estesa a tutta la vita. In questo senso la psicologia dell’età evolutiva, concentrando il proprio interesse sull’intero arco di vita, non solo si occupa di argomenti quali le strategie della memoria e le differenze individuali nell’intelligenza, ma anche di temi quali l’attaccamento, le interazioni familiari, l’amicizia, l’amore e la perdita. Ad esempio, le ricerche sull’intelligenza, a lungo influenzate dalla teoria di Jean Piaget e dagli studi statistici, attribuiscono ora grande importanza ai fattori storici, cioè alle esperienze dei singoli individui.

Nello studio della personalità, infine, assume sempre più importanza il modo in cui interagiscono e si influenzano reciprocamente i fattori genetici, ambientali e situazionali.