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Graffito In arte, tecnica che consente di ottenere un disegno figurativo o ornamentale su una superficie – che può essere di diversi materiali (pietra, intonaco, ceramica, metallo ecc.) – mediante incisione, raschiatura o graffiatura. Nell’ambito dell’archeologia, il termine indica le incisioni rupestri di epoca preistorica, realizzate sulle pareti di caverne e grotte e spesso colorate, mentre nell’epigrafia viene usato talvolta per designare le iscrizioni lapidarie, oggetto della disciplina.
Diffusa già presso gli antichi egizi e in tutto il mondo antico, la tecnica del graffito fu applicata con particolare consapevolezza artistica dai ceramisti greci: nel lavoro di rifinitura dei vasi attici del VI secolo a.C., l’incisione della vernice nera, che scopriva il sottostante colore rosso della terracotta, era utilizzata per realizzare i particolari del disegno, come i capelli e i tratti somatici delle figure. Conosciuto e impiegato dai romani (ne rimangono importanti testimonianze nelle rovine di Pompei e nelle catacombe) e da diverse altre civiltà europee, il procedimento conobbe grande fortuna nel Medioevo, trovando impiego nella miniatura, con il graffito della foglia d’oro, e nella ceramica, con l’incisione dell’ingobbio (rivestimento protettivo). Nel Rinascimento fu largamente utilizzato per la decorazione policroma delle facciate dei palazzi: la superficie muraria veniva ricoperta con due strati di intonaco, uno chiaro e uno, più esterno, scuro, destinato a essere rimosso dai sottili tratti dell’incisione.
Caduto in disuso nei secoli XVII-XIX, il graffito tornò in auge nel Novecento, grazie ad alcuni artisti che sperimentarono nuovi materiali, quali resine, gomme, plastiche, e tecniche di incisione inedite, con ricorso a strumenti diversi (scalpelli, pennelli, raschietti, o le dita e le mani) in funzione dell’effetto da ottenere.
A partire dagli anni Settanta del secolo, il termine graffito passò a indicare anche le iscrizioni e i disegni anonimi tracciati o incisi sui muri, soprattutto nei contesti urbani. Il fenomeno, che riprese in versione rinnovata la tradizione plurimillenaria della pittura murale, fu ricondotto dagli studiosi a un bisogno di espressione artistica popolare e spontanea, di cui si sarebbero fatti interpreti i giovani della moderna società metropolitana. Negli anni Ottanta, si richiamarono a questa sottocultura alcuni artisti statunitensi, tra i quali Keith Haring, che adottarono come mezzo artistico il linguaggio semplice e diretto delle scritte e dei dipinti murali realizzati con vernici spray, dando vita al movimento noto come graffitismo.