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Mummificazione
1. Introduzione

Mummificazione Processo naturale o artificiale attraverso il quale viene bloccata la decomposizione dei tessuti di un cadavere, preservandolo nel tempo in forme simili all’aspetto originario.

2. Mummificazione naturale

La mummificazione si può produrre come fenomeno naturale e casuale in particolari condizioni climatiche e ambientali, laddove la temperatura molto alta o molto bassa, la buona ventilazione, l’assenza di umidità o la mancanza di ossigeno ostacolano i processi putrefattivi. Corpi mummificati furono rinvenuti, ad esempio, nelle regioni aride del Perù, sepolti nella sabbia del deserto, e in alcune località della Cina occidentale, in terreni con forte componente salina; il clima caldo e secco, nel primo caso, e la proprietà igroscopica del sale, nel secondo caso, favorirono la graduale evaporazione o perdita dei liquidi corporei.

Diverse furono le trasformazioni chimiche subite dalle mummie scoperte in alcune caverne dell’Alaska e della Groenlandia, dove fu il freddo estremo a rallentare la decomposizione dei cadaveri; simile è il caso di “Ötzi”, il cosiddetto Uomo di Similaun, rinvenuto in un ghiacciaio alpino all’inizio degli anni Novanta. Una situazione differente portò invece alla mummificazione di alcuni corpi scoperti nelle torbiere scandinave, dove responsabili della conservazione della materia organica furono l’acido tannico e la mancanza di ossigeno.

3. Mummificazione artificiale

Costituisce invece il risultato di un intervento artificiale la trasformazione dei cadaveri in mummia presso molti popoli antichi, ancora oggi presente in alcune culture. Articolata in vari procedimenti di essiccazione o imbalsamazione, tale pratica trova giustificazione nell’ambito della religione e della cultura del tempo. Numerose mummie essiccate sono state rinvenute nel Sud-Est asiatico, in Australia, in Cina, in diverse regioni dell’Africa settentrionale e centrale. Il metodo dell’imbalsamazione pare invece essere stato prevalente in Perù, nel Vicino Oriente e soprattutto in Egitto, dove la diffusione, la complessità e l’efficacia della mummificazione rituale, adottata dall’Antico Regno intorno al 700 ca. a.C., raggiunsero livelli assolutamente ineguagliati. Per la particolare rilevanza storica e archeologica che assumono, le mummie dell’antico Egitto meritano una trattazione specifica e approfondita.

4. Pratiche e credenze religiose egizie relative ai defunti

Gli antichi egizi imbalsamavano i propri defunti mossi dalla credenza che le spoglie mortali sarebbero servite all’anima per la vita nell’Aldilà: era dunque necessario che venissero preservate dalla normale decomposizione. Il termine mummia deriva forse dal nome persiano che indicava il bitume, sostanza della quale si pensava facessero uso gli egizi nel procedimento di imbalsamazione. In realtà, gli egizi utilizzavano perlopiù resine vegetali.

Le principali fasi della realizzazione di una mummia prevedevano lo svuotamento del corpo del defunto dai principali organi, l’asciugatura e parziale essiccazione, vari trattamenti con sostanze imbalsamanti e la definitiva copertura con bende e drappi di lino strettamente avvolti attorno alle membra. La mummia veniva quindi deposta tra varie stuoie nella tomba; solo più tardi si affermò l’uso di chiuderla in un sarcofago di legno o di pietra. Nel tempo le tecniche di imbalsamazione si moltiplicarono, raffinandosi anche in relazione alle possibilità economiche della famiglia del defunto; tuttavia, grazie alle particolari condizioni climatiche del paese, in larga parte desertico, anche i corpi preparati con i procedimenti più elementari potevano preservarsi a lungo.

Le più antiche mummie egizie, ritrovate nella città di Hieraconpolis, datano al 3400 circa a.C. A quel tempo il corpo del defunto veniva solo parzialmente privato dei liquidi, quindi tamponato e avvolto in bende di lino; uno strato di una sostanza simile alla pece, steso sulle bende più esterne, le rendeva infine impermeabili all’umidità. Le mummie di epoca più tarda venivano invece preparate in modo più complesso: gli organi interni venivano estratti dal corpo, in seguito sottoposto a vari trattamenti di essiccazione e imbalsamazione prima di essere bendato.

La preparazione della mummia era solo un passaggio del complesso cerimoniale funebre egizio, che era programmato nei minimi particolari. Le sepolture dei ricchi dignitari di corte dovevano contenere, oltre a oggetti personali del defunto, anche manufatti votivi e simbolici espressamente realizzati per il mondo dell’Oltretomba, e testi religiosi (come il famoso Libro dei morti) che offrissero una guida per la vita dell’Aldilà.

Numerosi dei erano associati al culto dei morti e invocati nelle pratiche di mummificazione. Il dio Anubi, dalla testa di sciacallo, era noto anche come “colui che avvolge in bende”: la sua effigie era posta all’ingresso delle necropoli. Signore del regno dei morti era il dio Osiride, un tempo potente faraone: secondo alcune leggende, il suo corpo, smembrato in più pezzi dal suo assassino, venne ricomposto e imbalsamato dalla fedele moglie Iside, che permise così al marito di entrare nella vita dell’Oltretomba (in altre leggende, invece, Iside seppellì i poveri resti di Osiride in vari luoghi, divenuti perciò sacri).

Gli antichi egizi credevano che i morti dimorassero tra gli dei nell’Aldilà, ma non perdessero del tutto il contatto con il mondo dei viventi. Una delle tre forme in cui si poteva manifestare l’anima del defunto, raffigurata con aspetto di uccello dalla testa umana e chiamata Ba, poteva lasciare l’oltretomba e tornare sulla terra per compiere determinate azioni. Ba poteva dunque essere invocato dai familiari del defunto, ad esempio con lettere lasciate nella tomba, affinché venisse loro in aiuto guarendo dalle malattie, propiziando la fertilità dei campi, volgendo al meglio le cause legali.

5. Le tecniche egizie di imbalsamazione

L’intero processo di preparazione della mummia durava generalmente circa 70 giorni. Subito dopo la morte, il defunto veniva portato nel laboratorio di un imbalsamatore, dove vari lavoranti lavavano il cadavere e lo depilavano, secondo un rituale prefissato. Quindi uno specialista faceva una lunga incisione nella parte sinistra dell’addome e rimuoveva gli organi interni, in particolare l’intestino, il fegato, lo stomaco e i polmoni. Il cuore nella maggior parte dei casi veniva lasciato, perché era ritenuto la sede dell’anima che era chiamata a rispondere del comportamento del defunto davanti agli dei. A volte gli imbalsamatori rompevano le ossa della scatola cranica poste dietro il naso per poter rimuovere il cervello attraverso l’apertura che si veniva a creare. Quindi riempivano il teschio con una resina vegetale molto densa, spesso mischiata a segatura.

Il cadavere veniva poi ricoperto con bicarbonato di sodio, che nel corso di circa due mesi assorbiva tutti i liquami residui e seccava i tessuti. Lo stomaco, il fegato, i polmoni e l’intestino venivano essiccati a parte con bicarbonato e poi deposti in quattro canopi. Ogni canopo aveva un coperchio scolpito con l’effigie della divinità protettrice dell’organo conservato all’interno (sciacallo, cane, falco, volto umano). All’epoca della XXI dinastia (1085-945 ca. a.C.) le tecniche di imbalsamazione cambiarono: sovente gli organi rimossi ed essiccati venivano riposti nuovamente all’interno dell’addome e del petto della mummia.

Trascorsi due mesi dell’essiccazione, gli imbalsamatori ripulivano il corpo del defunto e lo ungevano con oli profumati. Quindi riempivano le cavità con erbe, segatura, pezzi di tessuto di lino, e inserivano pietre o piccole gemme sotto le palpebre, a dare l’illusione dello sguardo vivo. La mummia veniva poi avvolta in bende di lino e coperta con un sudario. Ai defunti delle famiglie più ricche era riservata una bendatura speciale con tessuto di lino pregiato in cui erano inseriti preziosi amuleti con poteri benefici.

La mummia così preparata veniva infine deposta in un sarcofago. Fino al 2000 circa a.C., i sarcofagi erano perlopiù parallelepipedi di pietra o di legno. Più tardi essi assunsero una forma approssimativamente modellata sul corpo umano, e furono realizzati in vari pezzi da incastrare l’uno nell’altro. Al tempo della XXI dinastia divennero popolari sarcofagi di cartapesta dalle sembianze antropomorfe. La decorazione pittorica si arricchì con scene ispirate al pantheon egizio e iscrizioni geroglifiche in cui spiccava il nome del defunto.

Il giorno del funerale la mummia era accompagnata alla tomba presso la quale i sacerdoti celebravano il rituale che segnava il passaggio del defunto alla nuova vita: con un bastone sacro toccavano gli occhi, il naso e la bocca dipinti sul sarcofago, affinché i sensi governati da tali organi potessero risvegliarsi per l’esistenza nell’Oltretomba. Prima che il sepolcro venisse sigillato, i familiari vi deponevano cibo, abiti, pezzi di mobilio, piatti e altri oggetti che si pensava potessero essere utili al defunto nell’Aldilà. Scene di processioni sacre e immagini della vita quotidiana furono dipinte sulle pareti delle tombe, a conforto e sostegno dell’anima del defunto, nella solitudine della sua nuova condizione. Una volta chiusa la tomba, i membri dei ceti più abbienti commissionavano talvolta a sacerdoti riti privati, in cui veniva offerto cibo all’anima del morto.

6. Le mummie egizie nella storia dell’archeologia

Sin dall’antichità le antiche mummie affascinarono i viaggiatori che visitavano l’Egitto. Lo storico greco Erodoto descrisse in dettaglio il procedimento dell’imbalsamazione già nel V secolo a.C. Alcuni militari e importanti personaggi politici greci (in età ellenistica) e romani (dopo l’annessione all’impero) residenti in Egitto si fecero imbalsamare secondo l’antica usanza; tale moda durò fino al V secolo d.C., nonostante il cristianesimo fosse ormai pienamente affermato nel paese. Gradatamente, tuttavia, tali pratiche caddero in disuso, e i siti in cui erano state rinvenute mummie antiche furono dimenticati, spesso abbandonati ai predatori locali, che facevano ricchi bottini con i corredi funebri. Durante il Medioevo le mummie tornarono a essere oggetto di furto, a causa della diffusa credenza che da esse si potesse estrarre una particolare sostanza medica dalle proprietà miracolose.

Tra Seicento e Settecento numerosi viaggiatori europei acquistarono antiche mummie in Egitto e le portarono in patria, dove divennero i pezzi più ammirati dei loro privati “gabinetti di curiosità”. Lo studio delle antichità egizie, detto egittologia, nacque come disciplina accademica nell’Ottocento. Molti studiosi occidentali, tra i quali l’archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni, raccolsero numerose mummie e altri reperti egizi e li consegnarono ai musei europei. Antiche mummie spogliate delle bende divennero la maggiore attrazione in alcune grandi esposizioni.

Sul finire dell’Ottocento la scoperta di due consistenti gruppi di mummie di personaggi appartenenti a famiglie reali o alla casta sacerdotale fornì nuovi dati sulle pratiche di imbalsamazione dei membri delle classi alte. Nel 1896 l’archeologo britannico William Flinders Petrie iniziò a utilizzare i raggi X per esaminare le mummie senza dovere rischiare di rovinarle togliendo le bende. Nei primi anni del Novecento i rinvenimenti di mummie antiche si moltiplicarono: famosi archeologi come i britannici Howard Carter e George Herbert Carnarvon fecero scoperte di inestimabile importanza in Egitto, come l’identificazione delle tombe del faraone Tutmosi IV e della regina Hatshepsut. Nel 1922 la scoperta della tomba del faraone Tutankhamon, pressoché intatta, offrì allo studio degli esperti, oltre a un corredo funebre di grande raffinatezza e ricchezza, anche una mummia reale in ottime condizioni.

Nel 1965 più di 5000 mummie ben conservate provenienti dalla Nubia permisero ad archeologi ed etnologi di approfondire gli studi sulle popolazioni che abitavano quelle regioni in passato, attuando interessanti confronti con gli abitanti moderni. Due anni più tardi, presso il Museo egizio del Cairo un’équipe di ricercatori dell’Università del Michigan intraprese le prime analisi sistematiche ai raggi X sulle mummie ivi conservate: fu messo a punto un importante metodo d’indagine sui capelli, che consentì di stabilire le relazioni di sangue tra le mummie delle famiglie reali.

All’inizio degli anni Settanta gli archeologi cominciarono a utilizzare la tomografia computerizzata per studiare le mummie. Tale tecnica permise di ottenere maggiori informazioni sui procedimenti di imbalsamazione e bendaggio, attraverso ricostruzioni tridimensionali della mummia. Tra gli anni Ottanta e Novanta iniziarono nuovi esperimenti sul DNA delle mummie, con l’obiettivo di individuare le caratteristiche genetiche degli antichi egizi, le malattie allora diffuse, le abitudini stanziali e gli spostamenti migratori.

Attualmente le mummie sono oggetto di studio per specialisti di diverse discipline: egittologi, esperti di antiche lingue, antropologi, fisici, radiologi. Recenti scoperte nella penisola del Sinai, nel delta orientale del Nilo e in alcune oasi del deserto egiziano hanno consentito di gettare nuova luce sulle differenze regionali nelle tecniche di imbalsamazione; in particolare, di grande importanza è stato il rinvenimento di antichi testi medici, che hanno offerto preziose riprove e conferme alle supposizioni degli archeologi.

7. La mummificazione presso altre culture antiche

Sebbene l’usanza di imbalsamare i defunti fosse diffusa presso numerose culture antiche, il complesso procedimento messo a punto dagli egizi si ritrova solamente in Nubia, dove le mummie dei re dell’VIII e VII secolo a.C. furono deposte entro sarcofagi e conservate nelle camere funerarie delle piramidi.

Mummie preparate con tecniche e procedimenti diversi sono state tuttavia scoperte nel corso di missioni archeologiche condotte in vari paesi del mondo, nelle Americhe, in alcuni regioni europee, in Siria, nello Yemen e in numerosi altri stati asiatici. Nel XV secolo particolare importanza rivestì la pratica della mummificazione presso gli inca, che facevano essiccare i cadaveri delle alte personalità dell’impero nel fumo, in posizione fetale. Le mummie erano quindi deposte in giare di forma simile a un alveare, accompagnate da un ricco corredo funebre di abiti, gioielli, oggetti personali, cibi e chicha, la tradizionale bevanda fermentata di uso rituale. I corpi imbalsamati dei grandi sovrani erano venerati e accuditi come se fossero vivi, con un servizio permanente di servitù, e interpellati per ottenere consiglio in ogni questione della vita quotidiana.