| Mummificazione | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 4. | Pratiche e credenze religiose egizie relative ai defunti |
Gli antichi egizi imbalsamavano i propri defunti mossi dalla credenza che le spoglie mortali sarebbero servite all’anima per la vita nell’Aldilà: era dunque necessario che venissero preservate dalla normale decomposizione. Il termine mummia deriva forse dal nome persiano che indicava il bitume, sostanza della quale si pensava facessero uso gli egizi nel procedimento di imbalsamazione. In realtà, gli egizi utilizzavano perlopiù resine vegetali.
Le principali fasi della realizzazione di una mummia prevedevano lo svuotamento del corpo del defunto dai principali organi, l’asciugatura e parziale essiccazione, vari trattamenti con sostanze imbalsamanti e la definitiva copertura con bende e drappi di lino strettamente avvolti attorno alle membra. La mummia veniva quindi deposta tra varie stuoie nella tomba; solo più tardi si affermò l’uso di chiuderla in un sarcofago di legno o di pietra. Nel tempo le tecniche di imbalsamazione si moltiplicarono, raffinandosi anche in relazione alle possibilità economiche della famiglia del defunto; tuttavia, grazie alle particolari condizioni climatiche del paese, in larga parte desertico, anche i corpi preparati con i procedimenti più elementari potevano preservarsi a lungo.
Le più antiche mummie egizie, ritrovate nella città di Hieraconpolis, datano al 3400 circa a.C. A quel tempo il corpo del defunto veniva solo parzialmente privato dei liquidi, quindi tamponato e avvolto in bende di lino; uno strato di una sostanza simile alla pece, steso sulle bende più esterne, le rendeva infine impermeabili all’umidità. Le mummie di epoca più tarda venivano invece preparate in modo più complesso: gli organi interni venivano estratti dal corpo, in seguito sottoposto a vari trattamenti di essiccazione e imbalsamazione prima di essere bendato.
La preparazione della mummia era solo un passaggio del complesso cerimoniale funebre egizio, che era programmato nei minimi particolari. Le sepolture dei ricchi dignitari di corte dovevano contenere, oltre a oggetti personali del defunto, anche manufatti votivi e simbolici espressamente realizzati per il mondo dell’Oltretomba, e testi religiosi (come il famoso Libro dei morti) che offrissero una guida per la vita dell’Aldilà.
Numerosi dei erano associati al culto dei morti e invocati nelle pratiche di mummificazione. Il dio Anubi, dalla testa di sciacallo, era noto anche come “colui che avvolge in bende”: la sua effigie era posta all’ingresso delle necropoli. Signore del regno dei morti era il dio Osiride, un tempo potente faraone: secondo alcune leggende, il suo corpo, smembrato in più pezzi dal suo assassino, venne ricomposto e imbalsamato dalla fedele moglie Iside, che permise così al marito di entrare nella vita dell’Oltretomba (in altre leggende, invece, Iside seppellì i poveri resti di Osiride in vari luoghi, divenuti perciò sacri).
Gli antichi egizi credevano che i morti dimorassero tra gli dei nell’Aldilà, ma non perdessero del tutto il contatto con il mondo dei viventi. Una delle tre forme in cui si poteva manifestare l’anima del defunto, raffigurata con aspetto di uccello dalla testa umana e chiamata Ba, poteva lasciare l’oltretomba e tornare sulla terra per compiere determinate azioni. Ba poteva dunque essere invocato dai familiari del defunto, ad esempio con lettere lasciate nella tomba, affinché venisse loro in aiuto guarendo dalle malattie, propiziando la fertilità dei campi, volgendo al meglio le cause legali.