| Trova nell'articolo | Gravidanza e parto | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Gravidanza e parto Termini usati per indicare, rispettivamente, il periodo dello sviluppo del feto all’interno del corpo materno e l’insieme di eventi (travaglio) che ne determinano l’espulsione e la nascita.
| 2. | Gravidanza |
La gravidanza inizia quando uno spermatozoo maschile feconda la cellula uovo femminile e l’ovulo fecondato si impianta nella parete interna dell’utero, nella cui cavità si sviluppa. La gravidanza normale nella donna dura circa 39 settimane (o 280 giorni, cioè dieci mesi lunari) dall’inizio dell’ultima mestruazione. Poiché la gravidanza modifica l’equilibrio ormonale della donna, uno dei suoi primi sintomi è la mancata comparsa del flusso mestruale.
Altre manifestazioni sono indolenzimento e tensione del seno; affaticamento; nausea; ipersensibilità olfattiva; aumento dello stimolo a urinare; cambiamenti di umore; aumento di peso. Attorno alla dodicesima settimana di gestazione molti di questi sintomi scompaiono e vengono sostituiti da altri. Ad esempio, di solito il seno si ingrossa, i capezzoli si scuriscono; talvolta possono comparire macchie brune sul volto (cloasma gravidico). Il segno più evidente della gravidanza è l’aumento di peso che, in base alle raccomandazioni della maggior parte dei medici, al termine della gravidanza non dovrebbe superare i 9-12 kg.
Le gestanti, ossia le donne che hanno una gravidanza in corso, dovrebbero stare particolarmente attente a non fare uso di farmaci, a meno che non siano stati prescritti da un medico che sia a conoscenza dello stato di gravidanza. È inoltre necessario che esse evitino di sottoporsi a esami radiologici; inoltre, dovrebbero astenersi dal fumo e dal consumo di bevande alcoliche. Tali restrizioni tendono a proteggere lo sviluppo del feto che, in particolare nel corso dei primi mesi, potrebbe essere particolarmente danneggiato dai fattori citati. Infatti, i primi mesi risultano decisivi per la formazione del cervello, delle braccia, delle gambe e degli organi interni (vedi Feto; Sviluppo).
Esistono alcuni esami di diagnosi prenatale che possono essere eseguiti per accertare la presenza di anomalie genetiche. Le indagini più comuni sono l’amniocentesi e l’esame dei villi coriali.
| 1. | Possibili complicazioni |
Nel corso della gravidanza possono verificarsi alcune complicazioni. Tra queste, rara ma potenzialmente mortale, è la gravidanza extrauterina o ectopica, nella quale l’ovulo fecondato si impianta fuori dall’utero, nell’addome o in una tuba di Falloppio. La gravidanza ectopica si manifesta con un dolore intenso e improvviso all’addome verso la settima o ottava settimana di gestazione. Se non si procede rapidamente a un intervento chirurgico, la gravidanza ectopica può causare gravi emorragie interne e, talvolta, anche la morte della donna.
L’aborto spontaneo, che si presenta nel 15% delle gravidanze, si verifica, nella maggior parte dei casi, fra la quarta e la dodicesima settimana. Se una donna, che ha motivo di credersi incinta, avverte forti crampi addominali o ha un sanguinamento vaginale, deve contattare immediatamente un medico.
La tossiemia, o gestosi gravidica, è un’altra complicazione potenzialmente grave dell’ultima fase della gravidanza. Si manifesta con ipertensione arteriosa, rapido aumento di peso, edema (soprattutto ai piedi) e presenza di proteine nell’urina (proteinuria). Se non trattata, la gestosi può peggiorare in pre-eclampsia, in cui si manifestano anche altri sintomi, come vomito e problemi addominali, e in eclampsia, cioè in una condizione estremamente grave in cui nella donna compaiono convulsioni e coma e che può sfociare nella morte del nascituro e della madre. Di solito, quando viene diagnosticata una grave gestosi, si induce al più presto la nascita del bambino, come misura di protezione sia di questo sia della madre. I disturbi associati alla gestosi scompaiono dopo il parto.
Un mancato o inadeguato trattamento delle complicazioni gravidiche costituisce un grave problema sanitario soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove, a un più alto numero di gravidanze per donna rispetto ai paesi occidentali, non corrispondono assistenza e misure igienico-sanitarie adeguate, né, in molti casi, l’accesso ai farmaci; la gestosi, di conseguenza, rappresenta ancora una frequente causa di morte prematura del feto o della stessa gestante.
| 2. | Insorgenza della pre-eclampsia |
Dallo studio condotto da Ananth Karumanchi del Centro medico Beth Israel Deacones di Boston (USA) e pubblicato nel marzo del 2003, la pre-eclampsia, che colpisce il 5% delle gestanti, sarebbe correlata a valori elevati di una proteina detta sFlt1 (forma solubile del tipo fms della tirosinachinasi-1). Il gruppo di ricerca statunitense ha studiato l’espressione dei geni nel tessuto della placenta, cioè i tipi di proteine sintetizzati per effetto della regolazione genica in questo importante organo di comunicazione tra madre e feto. La somministrazione della proteina sFlt1 a femmine di topi gravide ha determinato l’insorgenza dei sintomi della pre-eclampsia, evidenziando una relazione di causa-effetto.
La proteina sFlt1 fa parte del gruppo dei fattori di crescita angiogenici, tra cui il fattore di crescita endoteliale vascolare (VEGF) e il fattore placentare di crescita (PIGF), che promuovono lo sviluppo di nuovi vasi sanguigni; una diminuzione dei livelli di questi fattori, mediata dalla sFlt1, interferisce con il buon funzionamento dei vasi e favorisce l’insorgenza della pre-eclampsia.
| 3. | Travaglio e parto |
Il parto è il processo attraverso cui il bambino viene espulso dall’utero e, attraversando il canale vaginale, viene alla luce. Esso è detto “a termine” se avviene da 275 a 295 giorni dopo la data di inizio dell’ultima mestruazione; è invece definito “prematuro” se avviene da 180 a 275 giorni dopo tale data. Non sono del tutto conosciuti i meccanismi che scatenano l’inizio del processo di nascita del bambino: sembrano in gioco fattori ormonali diversi e stimoli meccanici di distensione della parete uterina.
Il parto è preceduto da una serie di eventi che tendono ad adattare il corpo della donna al passaggio del bambino e ad allargare l’apertura dell’utero. Questo periodo è chiamato travaglio. Uno o due giorni prima del parto in genere si verifica la perdita del cosiddetto tappo mucoso, ossia di un massa mucosa e densa che chiude il collo dell’utero; inoltre, inizia un processo di accorciamento e appiattimento del canale vaginale e, successivamente, di dilatazione dell’imboccatura dell’utero, che raggiunge la larghezza di circa 10 cm.
Nello stesso periodo si verificano contrazioni involontarie della muscolatura uterina (doglie), prima brevi (della durata di 1-2 secondi), irregolari e piuttosto lontane fra loro (ogni 20-30 minuti), pertanto poco dolorose; quindi, tali contrazioni si fanno più ravvicinate, prolungate e dolorose, e assumono un ritmo regolare.
Nelle gestanti primipare, che cioè partoriscono per la prima volta, il travaglio dura circa 12 ore, che scendono a 8-9 ore o anche meno nelle donne che abbiano già partorito. Prima del travaglio, o nel corso di esso, si verifica inoltre la rottura del sacco amniotico e la fuoriuscita del liquido in esso contenuto (la cosiddetta “rottura delle acque”).
Completata la dilatazione della bocca dell’utero, ha inizio il parto vero e proprio, in cui, con potenti contrazioni espulsive, il nascituro viene spinto all’esterno. Questa fase espulsiva dura da 30 minuti a 1-2 ore.
Infine, dopo circa 10-20 minuti dalla nascita del bambino, si verifica il cosiddetto “secondamento”, ossia l’espulsione della placenta.
Per facilitare e accelerare il parto si può praticare l’episiotomia, che consiste in un taglio dalla vulva al perineo che riduce il rischio di lacerazione dei tessuti degli organi genitali della madre.
Pur esistendo farmaci che possono alleviare i dolori del parto, il loro uso è limitato, in quanto vengono trasportati rapidamente dal sangue materno alla placenta e, raggiungendo il nascituro, potrebbero danneggiarlo. Dosi elevate di anestetici, ad esempio, possono ridurre la vitalità del neonato dopo il parto.
Un’altra possibilità per rendere il parto meno doloroso per la madre è rappresentata dalle tecniche di anestesia locale, in cui vengono anestetizzate solo le zone del corpo interessate dal dolore del parto. Queste metodiche comprendono il blocco paracervicale (del collo dell’utero) e l’anestesia epidurale, in cui viene anestetizzata la regione pelvica.
Verso la fine degli anni Sessanta, anche per contrastare l’eccessiva medicalizzazione del parto, alcune cliniche hanno rivalutato le tecniche del parto naturale, cioè del parto senza intervento di farmaci o di manovre chirurgiche. Il parto naturale si effettua dopo un periodo di preparazione della gestante (preparazione psicoprofilattica al parto), che inizia mesi prima della data presunta del parto e coinvolge anche il padre del nascituro. In questo periodo vengono spiegati i processi relativi al parto e vengono fatti eseguire particolari esercizi di ginnastica, di rilassamento e di respirazione, allo scopo di mettere la gestante in condizione di affrontare l’evento senza paure.
Nei primi giorni successivi al parto molte donne sono vittime di una particolare forma di depressione, denominata depressione postparto, la cui origine non è del tutto chiara; sembrano comunque rilevanti nella sua insorgenza gli assestamenti ormonali che seguono al parto e fattori psicologici.
A volte la donna può entrare in travaglio prima della data prevista, dando alla luce un bambino prematuro. Sono prematuri, cioè nati prima della trentasettesima settimana di gestazione, circa il 6-15% dei bambini. Al contrario, la gravidanza può protrarsi oltre il termine previsto. In tal caso, se comunque essa procede normalmente, si attende la quarantaduesima settimana; superata questa, si può indurre il travaglio mediante l’applicazione di prostaglandine a livello della vagina o sul collo dell’utero, per cercare di innescare un travaglio che poi prosegue con modalità e con tempi fisiologici. Se questo non inizia o se è necessario indurre la nascita in tempi più brevi, si procede alla rottura artificiale del sacco amniotico, così da provocare la rottura delle acque; infine, si può intervenire più drasticamente iniettando per via endovenosa un preparato contenente l’ormone ossitocina, che induce in breve tempo le contrazioni dell’utero.
Una modalità di parto diversa da quella naturale è il parto cesareo, in cui il bambino viene estratto dall’utero tramite un intervento chirurgico; in genere questa pratica viene eseguita solo per motivi medici specifici, ossia quando le condizioni di salute della paziente o del nascituro rendono urgente la nascita di quest’ultimo.