| Gravidanza e parto | Articolo | ||||
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| 3. | Travaglio e parto |
Il parto è il processo attraverso cui il bambino viene espulso dall’utero e, attraversando il canale vaginale, viene alla luce. Esso è detto “a termine” se avviene da 275 a 295 giorni dopo la data di inizio dell’ultima mestruazione; è invece definito “prematuro” se avviene da 180 a 275 giorni dopo tale data. Non sono del tutto conosciuti i meccanismi che scatenano l’inizio del processo di nascita del bambino: sembrano in gioco fattori ormonali diversi e stimoli meccanici di distensione della parete uterina.
Il parto è preceduto da una serie di eventi che tendono ad adattare il corpo della donna al passaggio del bambino e ad allargare l’apertura dell’utero. Questo periodo è chiamato travaglio. Uno o due giorni prima del parto in genere si verifica la perdita del cosiddetto tappo mucoso, ossia di un massa mucosa e densa che chiude il collo dell’utero; inoltre, inizia un processo di accorciamento e appiattimento del canale vaginale e, successivamente, di dilatazione dell’imboccatura dell’utero, che raggiunge la larghezza di circa 10 cm.
Nello stesso periodo si verificano contrazioni involontarie della muscolatura uterina (doglie), prima brevi (della durata di 1-2 secondi), irregolari e piuttosto lontane fra loro (ogni 20-30 minuti), pertanto poco dolorose; quindi, tali contrazioni si fanno più ravvicinate, prolungate e dolorose, e assumono un ritmo regolare.
Nelle gestanti primipare, che cioè partoriscono per la prima volta, il travaglio dura circa 12 ore, che scendono a 8-9 ore o anche meno nelle donne che abbiano già partorito. Prima del travaglio, o nel corso di esso, si verifica inoltre la rottura del sacco amniotico e la fuoriuscita del liquido in esso contenuto (la cosiddetta “rottura delle acque”).
Completata la dilatazione della bocca dell’utero, ha inizio il parto vero e proprio, in cui, con potenti contrazioni espulsive, il nascituro viene spinto all’esterno. Questa fase espulsiva dura da 30 minuti a 1-2 ore.
Infine, dopo circa 10-20 minuti dalla nascita del bambino, si verifica il cosiddetto “secondamento”, ossia l’espulsione della placenta.
Per facilitare e accelerare il parto si può praticare l’episiotomia, che consiste in un taglio dalla vulva al perineo che riduce il rischio di lacerazione dei tessuti degli organi genitali della madre.
Pur esistendo farmaci che possono alleviare i dolori del parto, il loro uso è limitato, in quanto vengono trasportati rapidamente dal sangue materno alla placenta e, raggiungendo il nascituro, potrebbero danneggiarlo. Dosi elevate di anestetici, ad esempio, possono ridurre la vitalità del neonato dopo il parto.
Un’altra possibilità per rendere il parto meno doloroso per la madre è rappresentata dalle tecniche di anestesia locale, in cui vengono anestetizzate solo le zone del corpo interessate dal dolore del parto. Queste metodiche comprendono il blocco paracervicale (del collo dell’utero) e l’anestesia epidurale, in cui viene anestetizzata la regione pelvica.
Verso la fine degli anni Sessanta, anche per contrastare l’eccessiva medicalizzazione del parto, alcune cliniche hanno rivalutato le tecniche del parto naturale, cioè del parto senza intervento di farmaci o di manovre chirurgiche. Il parto naturale si effettua dopo un periodo di preparazione della gestante (preparazione psicoprofilattica al parto), che inizia mesi prima della data presunta del parto e coinvolge anche il padre del nascituro. In questo periodo vengono spiegati i processi relativi al parto e vengono fatti eseguire particolari esercizi di ginnastica, di rilassamento e di respirazione, allo scopo di mettere la gestante in condizione di affrontare l’evento senza paure.
Nei primi giorni successivi al parto molte donne sono vittime di una particolare forma di depressione, denominata depressione postparto, la cui origine non è del tutto chiara; sembrano comunque rilevanti nella sua insorgenza gli assestamenti ormonali che seguono al parto e fattori psicologici.
A volte la donna può entrare in travaglio prima della data prevista, dando alla luce un bambino prematuro. Sono prematuri, cioè nati prima della trentasettesima settimana di gestazione, circa il 6-15% dei bambini. Al contrario, la gravidanza può protrarsi oltre il termine previsto. In tal caso, se comunque essa procede normalmente, si attende la quarantaduesima settimana; superata questa, si può indurre il travaglio mediante l’applicazione di prostaglandine a livello della vagina o sul collo dell’utero, per cercare di innescare un travaglio che poi prosegue con modalità e con tempi fisiologici. Se questo non inizia o se è necessario indurre la nascita in tempi più brevi, si procede alla rottura artificiale del sacco amniotico, così da provocare la rottura delle acque; infine, si può intervenire più drasticamente iniettando per via endovenosa un preparato contenente l’ormone ossitocina, che induce in breve tempo le contrazioni dell’utero.
Una modalità di parto diversa da quella naturale è il parto cesareo, in cui il bambino viene estratto dall’utero tramite un intervento chirurgico; in genere questa pratica viene eseguita solo per motivi medici specifici, ossia quando le condizioni di salute della paziente o del nascituro rendono urgente la nascita di quest’ultimo.