Mar Mediterraneo
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Mar Mediterraneo
4. Flora e fauna
1. Specie mediterranee protette

Diverse specie che vivono nelle acque del Mar Mediterraneo sono a rischio d’estinzione e per questo, sia a livello internazionale che nazionale, esiste una serie di norme di tutela. Tutti i cetacei e i rettili marini sono inclusi nelle Appendici I e II della Convenzione di Washington (“Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora”, nota con l’acronimo CITES) e le specie presenti nei mari europei vengono trattate dall’Unione Europea come specie dell’Appendice I, ovvero come specie il cui commercio è proibito, in quanto considerate in pericolo d’estinzione.

Nei mari italiani sono presenti tre specie di tartarughe (Caretta caretta, Dermochelys coriacea e Chelonia mydas) che, seppur protette dalla legge, sono seriamente minacciate dalla pesca con le reti a strascico. Solo la prima frequenta le spiagge dell’Italia meridionale e insulare nel periodo riproduttivo, mentre le altre due sono occasionali e non si riproducono mai sulle nostre spiagge.

Le acque italiane sono inoltre frequentate da almeno otto specie di cetacei, tra cui la balenottera comune (Balaenoptera physalus, vedi Misticeti) e il capodoglio (Physeter macrocephalus). Analisi recenti stimano la popolazione mediterranea di balene in circa 3000 individui, che frequentano le acque del largo, anche se non sono rari gli incontri sottocosta. Molto più numerosi sono naturalmente i delfinidi; in particolare tre specie (Tursiops truncatus, Stenella coeruleoalba e Delphinus delphis) sono frequenti sulla piattaforma continentale, anche se il delfino comune (Delphinus delphis) sembra in forte declino numerico in tutto il Mediterraneo, in concomitanza con un aumento della Stenella. Altre specie sono rarissime e accidentali, quali l’orca (Orcinus orca) e lo steno (Steno bredanensis).

L’istituzione di una vasta zona di tutela biologica nel mar Ligure tra Toscana, Francia e Corsica (il cosiddetto Santuario dei cetacei), in un’area caratterizzata da fenomeni di divergenza e molto frequentata dai cetacei per l’abbondanza di cibo (in gran parte costituito dall’eufausiaceo Meganyctiphanes norvegica), e il divieto dell’uso delle reti pelagiche, favorirà certamente la salvaguardia di queste specie.

Divenuta rarissima in seguito alla caccia esercitata per secoli dai pescatori ai quali provoca danni alle reti, la foca monaca (Monachus monachus, vedi Pinnipedi) è oggi la specie marina più vicina all’estinzione in Italia. Considerando lo sviluppo nautico e l’uso della fascia litorale, sembra difficile che questa specie, molto timida, possa tornare a frequentare stabilmente le coste italiane.

Per quanto riguarda le specie d’interesse economico, in Italia le leggi che disciplinano la pesca marittima (963/1965; 41/1982; 381/1988), fissano le dimensioni minime di prelievo consentite e vietano la pesca del novellame. Inoltre è d’obbligo rigettare in mare le femmine di astice (Homarus gammarus) e di aragosta (Palinurus elephas) di qualsiasi lunghezza, che rechino uova sotto l’addome. La pesca subacquea della cernia bruna e di specie affini è regolamentata e un sub non può pescare più di una cernia al giorno.

Il D.M. 3 maggio 1989 vieta di pescare, detenere, trasportare o commerciare cetacei, testuggini e storioni. Per tutelare l’integrità dell’ambiente infralitorale, è vietata in Italia (D.M. 20 agosto 1988) la pesca del dattero di mare (Litophaga litophaga) che viene condotta smantellando la roccia in cui il mollusco vive, provocando gravi danni alla struttura delle biocenosi litorali. Un’altra pesca regolamentata è quella del corallo rosso (Corallium rubrum) che prevede un numero programmato di licenze di pesca, dimensioni minime nella taglia di prelievo, rotazione di pesca sui banchi.

Qualche preoccupazione (anche perché difficili da studiare e quindi da comprendere) destano i fenomeni di mortalità massiva che colpiscono singole specie marine e che potrebbero portare alla loro scomparsa. Negli ultimi anni, nel Mediterraneo, si sono registrate mortalità massive di spugne cornee (Spongia, Hippospongia), gorgonie (Eunicella, Paramuricea), bivalvi (Spondylus), ricci di mare (Paracentrotus, Arbacia). Non è possibile sapere se in tempi storici questi fenomeni si siano già ripetuti, per cui è difficile dare spiegazioni plausibili e spesso non è nemmeno possibile porli in relazione con l’inquinamento, poiché il fenomeno tende a svilupparsi in aree molto estese anche lontane da fonti inquinanti. Tuttavia non si può escludere che alcune sostanze chimiche introdotte nell’ambiente marino, come i policlorodifenili (PCBs), possano aver diminuito il livello d’efficienza del sistema immunitario di queste specie, favorendo infezioni batteriche e virali, come sembra sia stato dimostrato per alcune popolazioni di foche nell’Atlantico.

2. Specie introdotte nel Mediterraneo

Per specie introdotta (o alloctona) si intende una specie non nativa di una determinata area geografica che, per motivi accidentali o di interesse commerciale, vi è stata introdotta e dove ha trovato condizioni favorevoli al suo sviluppo.

Le importazioni di specie sono operazioni rischiose perché è difficile prevedere come queste si possano adattare alle nuove condizioni ambientali e interagiscano con le specie autoctone che coprono nicchie ecologiche molto vicine. Inoltre introducendo una nuova specie, si introducono spesso anche molte altre specie indesiderate di parassiti (ad esempio, virus, batteri patogeni, protozoi) e predatori (ad esempio, gasteropodi, platelminti), che possono creare problemi alle specie autoctone. Molti casi di morie massive di molluschi nel mar Adriatico sono stati recentemente collegati alla presenza di forme accidentalmente introdotte insieme a specie d’interesse commerciale. Infine, bisogna tenere conto che la coesistenza forzata tra specie estranee, ma geneticamente affini, può favorire la formazione di ibridi che potrebbe creare problemi (ad esempio, diminuzione della potenzialità riproduttiva di una popolazione) non facilmente prevedibili.

In Italia alcune importazioni hanno avuto un buon successo commerciale, ma un effetto devastante sulle popolazioni native: la vongola filippina (Tapes philippinarum), importata a Comacchio, ha in pochi anni completamente soppiantato la specie mediterranea (Tapes decussatus). L’importazione dell’ostrica giapponese (Crassostrea gigas) è ancora troppo sporadica per poter convalidare l’efficacia economica dell’operazione. Meno interessanti, dal punto di vista economico, sono i tentativi di introduzione di diverse specie subtropicali di gamberi appartenenti alla famiglia dei peneidi (mazzancolle) che, pur adattandosi piuttosto bene alle differenti condizioni climatiche dei nostri mari, sembrano mostrare problemi riproduttivi.

A parte le specie volontariamente introdotte, si è assistito, negli ultimi decenni nel Mediterraneo, a un notevole incremento di specie alloctone e che, in molti casi, una volta arrivate, hanno costituito popolazioni stabili.

Le vie d’accesso al Mediterraneo sono molteplici e spesso anche di difficile identificazione. La più nota, e forse la principale, è il canale di Suez, la cui realizzazione ha permesso la migrazione lessepsiana, il più importante avvenimento biogeografico della storia moderna, così chiamato in onore di Ferdinand-Marie Lesseps, il progettista del Canale. Nel 1869, con l’inaugurazione del canale che unisce il Mar Rosso al Mediterraneo, venne attuato il ricongiungimento tra due regioni biogeografiche (il Mediterraneo e l’oceano Indiano) che erano rimaste isolate fin dall’inizio del Miocene, permettendo la più spettacolare invasione biologica mai registrata. Attraverso questa nuova via d’acqua sono penetrate nel Mediterraneo, negli ultimi 130 anni, oltre 250 specie di pesci, invertebrati e alghe provenienti dal Mar Rosso.

Rarissime sono, al contrario, le specie mediterranee che sono riuscite a compiere la strada inversa. Negli ultimi anni abbiamo assistito nel canale a un’accelerazione del fenomeno migratorio sud-nord, probabilmente in seguito all’abbassamento della salinità nei laghi Amari che ha diminuito la barriera salina che divide il Mar Rosso dal Mediterraneo. La maggior parte di queste specie è rimasta localizzata nel bacino orientale del Mediterraneo, nella cosiddetta Provincia lessepsiana. Queste presenze indopacifiche sono oggi segnalate anche lungo i litorali ionici e adriatici: tra queste ricordiamo Halophyla stipulacea, fanerogama marina tipica del Mar Rosso (che si sta diffondendo lungo le coste orientali siciliane), il piccolo mitilide Brachidontes pharaonis e diverse specie di gasteropodi.

Il canale non è comunque l’unica via di colonizzazione. Circa il 60% di invertebrati alloctoni presenti oggi nel Mediterraneo, escludendo le specie lessepsiane, sembra comparso dopo il 1970. Ciò è dovuto, in parte, a un’accresciuta attenzione dei ricercatori per questo fenomeno, ma anche alla commercializzazione di prodotti ittici extramediterranei, che hanno agevolato l’introduzione, accidentale o meno, di nuove specie per l’ambiente mediterraneo.

Le navi sono un mezzo di trasporto per molte specie: il fouling, ovvero l’insieme di tutti gli organismi marini che si insedia alla carena, e le acque di zavorra (ballast water) delle petroliere sono vettori preferenziali in questi ultimi anni, anche se non si può escludere che tale processo sia iniziato con la storia della navigazione.

In alcuni casi si è assistito a improvvise invasioni, anche di notevole importanza quantitativa, come è accaduto per il gasteropode muricide Rapana venosa, un forte predatore di molluschi, e il bivalve Scapharca inaequivalvis nell’Adriatico e per lo ctenoforo Mnemiopsis macradyi nel Mar Nero.

Questa “medusa” eurialina ed euriterma dell’Atlantico settentrionale americano, predatrice di zooplancton e in particolare di larve di pesci, è stata accidentalmente introdotta, probabilmente con acque di zavorra, nelle acque del Mar Nero, dove ha raggiunto densità elevatissime, provocando seri danni all’attività di pesca.

Anche l’acquariologia, che importa grandi quantitativi di specie esotiche in Europa, può essere un vettore di nuove specie. Il caso più clamoroso è l’improvvisa proliferazione lungo le coste del Mediterraneo occidentale dell’alga Caulerpa taxifolia, una specie circumtropicale molto diffusa in acquariologia e che, accidentalmente liberata, si è sviluppata rapidamente su qualsiasi substrato, soffocando i popolamenti nativi. Apparsa per la prima volta nel 1987 nelle acque del Principato di Monaco, si è andata diffondendo sia lungo il litorale italiano sia lungo quelli francese e spagnolo, sollevando molta apprensione. Un’altra alga, sempre appartenente allo stesso genere (Caulerpa racemosa), ma questa volta di provenienza lessepsiana, è stata recentemente segnalata anche nelle acque dell’Italia meridionale e nel Mar Ligure, ma sembra creare meno problemi rispetto a C. taxifolia.