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| 3. | Lo scetticismo nella filosofia greca |
I sofisti greci nel V secolo a.C. elaborarono concezioni di matrice scettica, rispecchiata nella massima di Protagora “l’uomo è la misura di tutte le cose” e nell’affermazione di Gorgia: “nulla esiste; se qualche cosa esiste, non può essere conosciuta”.
I principi dello scetticismo trovarono tuttavia la prima formulazione esplicita nel pirronismo, una scuola di filosofia greca che derivò il nome dal fondatore, Pirrone di Elide. Questi, interessato soprattutto all’etica, riteneva che non fosse possibile conoscere nulla della natura della realtà; il saggio doveva pertanto limitarsi a una sospensione del giudizio (epoché). Il discepolo di Pirrone, Timone di Fliunte (325-230 ca.), condusse lo scetticismo a conseguenze estreme asserendo che potevano essere sempre addotte buone ragioni sia pro sia contro qualsiasi tesi filosofica.
I membri dell’Accademia media (sviluppatasi nel III secolo a.C. dall’Accademia platonica) e dell’Accademia nuova (II secolo a.C.), capeggiata da Carneade, elaborarono uno scetticismo più sistematico ma meno radicale dei pirroniani, affermando che nulla è dimostrabile definitivamente, ma alcune tesi sono più probabili di altre. Gli scettici più importanti della tarda antichità furono il filosofo greco Enesidemo, che elaborò una serie di argomenti atti a giustificare la sospensione del giudizio sulla natura delle cose, e il medico greco Sesto Empirico, che rivalutò l’osservazione e il senso comune in funzione antiteorica.