Epicuro
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Epicuro
4. L'etica

Dopo aver dimostrato l'assurdità del timore degli dei e l'errore di temere la morte, Epicuro vuole dimostrare che 'il bene è facile a procurarsi' e 'facile a tollerarsi il male'. Il bene è identificato da Epicuro con il piacere, secondo una prospettiva che prende il nome di edonismo. Esso non consiste però nel semplice godimento sensibile, ma nel 'piacere stabile', da intendersi come privazione del dolore. L'ideale di felicità cui si ispira Epicuro risulta pertanto caratterizzato soprattutto in maniera privativa (come 'assenza di dolore' e 'assenza di turbamento'), non diversamente da come i filosofi stoici a lui contemporanei teorizzavano l''apatia', cioè la liberazione dalle passioni. Nondimeno Epicuro, distinguendosi in ciò dal rigorismo morale degli stoici che respingono il piacere come criterio di valutazione etica, ammette quei piaceri derivanti dalla soddisfazione dei bisogni naturali, che non arrecano danno o dolore fisico all'individuo. Il dolore, in cui consiste il male, se è intenso non è mai destinato a crescere illimitatamente (la morte infatti vi pone fine) e, se è prolungato, allora è mite e facile da tollerare.

Nella concezione di Epicuro non vi è spazio per una partecipazione alla vita politica, per quanto egli raccomandasse al saggio di non commettere mai ingiustizia. 'Vivi nascosto' era una delle massime fondamentali dell'etica epicurea, nella quale l'amicizia fra simili, più che la vita in società, costituisce la migliore garanzia della felicità e della libertà interiore per l'individuo.