Acclimatazione
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Acclimatazione
2. Acclimatazione alle alte quote

Nell'uomo l'acclimatazione a condizioni estreme avviene mediante modificazioni dei normali processi fisiologici. Ad esempio, chi si trasferisce da un clima temperato a uno secco e caldo determina nel proprio organismo variazioni del battito cardiaco e della temperatura corporea, in modo da diminuire la sudorazione (vedi Apparato tegumentario) e limitare la perdita d'acqua e sali. Chi invece sale a un'altitudine di 7500 m, per sopravvivere deve inizialmente respirare ossigeno ad alta pressione, fornito da bombole, e solo dopo un lento processo di acclimatazione può arrivare a respirare l'aria ambiente; ciò si verifica non perché nell'aria si riduce la percentuale di ossigeno (la sua composizione resta pressoché identica), ma perché con la riduzione della pressione atmosferica, che scende dai 760 mmHg a livello del mare a circa 300 mmHg a 7500 m, si riduce la pressione parziale dei gas che compongono l'aria e quindi diminuisce la saturazione di ossigeno nel sangue arterioso.

Nel corso del processo di acclimatazione, che può durare qualche settimana, l'ipossia, cioè la diminuzione della pressione parziale di ossigeno nel sangue arterioso, provoca un aumento della profondità e del numero degli atti respiratori, e, con la mediazione dell'ormone eritropoietina prodotto a livello renale, aumenta il numero dei globuli rossi (fenomeno chiamato policitemia) e quindi dell'emoglobina, molecola responsabile del trasporto di ossigeno a livello del sangue.