| Ottaviano, Cesare Augusto | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 3. | Da “augusto” a “padre della patria” |
Nel 27 a.C. il senato romano gli attribuì il titolo onorifico di augusto (cioè “colui che ha l’autorità morale”), che in seguito diventerà sinonimo di imperatore. Fu proprio attraverso la propria autorità morale (auctoritas) che egli accentrò nella propria persona titoli e poteri un tempo attribuiti esclusivamente ai magistrati repubblicani, senza giungere mai a una vera e propria modifica di carattere costituzionale; assunse anzi il ruolo formale di difensore delle istituzioni repubblicane, dando vita così a una vera e propria finzione: di nome, continuava a esistere la repubblica, di fatto vi era una gestione del potere di tipo monarchico.
Nel 23 a.C. Ottaviano ricevette la potestà tribunizia a vita, che comportava il diritto di veto e il controllo sulle assemblee dei tribuni della plebe. Il senato lo investì a vita anche della dignità proconsolare sulle province, conferendogli poteri superiori a quelli degli altri proconsoli.
L’insieme di queste prerogative, sommate alla carica di console che assunse tredici volte durante il regno, conferì ad Augusto il potere assoluto su tutto l’impero; oltre all’auctoritas, di cui si è detto, deteneva infatti la potestas (cioè l’autorità civile), conseguita proprio attraverso l’assunzione della potestà tribunizia (tribunicia potestas), e l’imperium (cioè il potere di comandare gli eserciti), implicito nelle funzioni consolari e proconsolari. Si fece dunque chiamare Imperator (“colui che ha l’imperium”), Caesar (“il successore di Giulio Cesare”, divenuto cesare egli stesso), Divi Caesaris filius (“figlio del divo Cesare”), Octavianus (quel che restava del suo vero nome), Augustus (“colui che ha l’autorità morale”), ideando uno schema di titolatura che verrà adottato dai suoi successori; e quando, nel 12 a.C., venne proclamato pure pontifex maximus (“pontefice massimo”), la più alta carica sacerdotale dello stato, anche la sfera religiosa divenne di sua stretta pertinenza.
Instancabile fu la sua attività per organizzare al meglio il nuovo grande organismo politico-amministrativo che aveva creato. Promosse l’accrescimento della rete stradale, funzionale alle comunicazioni tra le varie regioni dell’impero e Roma e, soprattutto, all’approvvigionamento della sempre più popolosa capitale. Cercò di mantenere una sostanziale equità nella politica fiscale e fu pure molto attento nella politica monetaria; certamente non scordò mai la necessità di mantenere una costante attenzione per i bisogni delle classi più umili, il consenso delle quali era fondamentale per il mantenimento del suo potere.
Riformò inoltre l’amministrazione territoriale dei domini romani, suddividendo l’Italia in undici regioni e distinguendo le province romane fra senatorie e imperiali; ove riteneva che i confini fossero più seriamente minacciati, stanziò contingenti fissi di legioni per difenderli. Promosse la formazione e l’ascesa sociale di una nuova categoria di burocrati appartenenti all’ordine equestre, impiegata in prima persona nelle attività amministrative dello stato.
Dal punto di vista militare, ampliò i confini dell’impero con vittoriose campagne nel Norico, nella Rezia (16-15 a.C.) e in Pannonia (12-9 a.C.). Nel 2 a.C. ricevette il titolo onorifico di pater patriae (“padre della patria”), che andò a completare la titolatura della quale già si è detto.
Per quanto riguarda la cultura, Augusto fu amico e protettore dei poeti, soprattutto Orazio e Virgilio; comprese infatti l’importanza di lusingare e influenzare gli intellettuali del suo tempo, capaci di garantirgli – se opportunamente stimolati – forme di consenso e propaganda di ampia risonanza: preziosissimo fu, in questo senso, il ruolo dell’amico e collaboratore Mecenate, fondatore di un noto circolo culturale filoaugusteo. Patrocinò l’architettura e promosse la costruzione di monumentali opere pubbliche.
Cercò di far rivivere gli antichi valori – quelli del mos maiorum – in un’epoca che giudicava di eccessivo permissivismo: per porre un freno all’immoralità dei costumi emanò leggi che miravano a limitare il lusso e che si proponevano anzi di rafforzare l’istituto della famiglia. In campo economico promosse lo sviluppo dell’agricoltura in Italia, con un’operazione che aveva anche una forte coloritura ideologica, poiché mirava a recuperare i valori tipicamente “agricoli” della Roma delle origini.
Augusto si sposò tre volte; dalla seconda moglie, Clodia, ebbe una figlia, Giulia. La terza moglie fu Livia Drusilla, che aveva già due figli da un precedente matrimonio, Tiberio e Druso Maggiore. Morti Druso e Giulia, ma anche – in un inarrestabile susseguirsi di lutti – i due mariti di quest’ultima, Marcello e Agrippa, e i figli Gaio e Lucio, l’unico possibile successore rimase il figliastro Tiberio, che Augusto adottò nel 4 d.C.
Vari sono stati i giudizi degli storici antichi e moderni su Augusto: alcuni condannarono la sua brama di potere, alla quale furono imputate le spietate proscrizioni al tempo del triumvirato; altri, come lo storico Tacito, pure di sentimenti repubblicani, lodarono alcuni aspetti del suo regime, visto come l’unico antidoto possibile alle guerre civili.
Gli studiosi moderni, pur riconoscendone un certo cinismo politico e le tendenze autoritarie, gli attribuiscono tuttavia il merito di aver creato un governo stabile e bene amministrato, e soprattutto – come già appunto Tacito aveva scritto – di aver portato la pace e la prosperità nelle dissestate province dell’impero.