Libero arbitrio
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Libero arbitrio
2. Aspetti filosofici

Nella storia del pensiero, la libertà del volere ha rappresentato inevitabilmente un campo di indagine della metafisica. Il tentativo era quello di formulare teorie che spiegassero la natura delle realtà ultime e la relazione tra uomo e universo. Alcuni filosofi sostenevano che, se l'universo è razionale, esso deve fondarsi su una concatenazione necessaria di cause ed effetti: nulla accade infatti senza una ragione o una causa e ogni effetto appartiene a una successione causale che risale fino alla Prima Causa, cioè a Dio. Un atto assolutamente libero, compiuto da un essere umano, rappresenterebbe un atto incausato all'interno della catena causale; accettare la possibilità di un atto incausato, tuttavia, significherebbe negare la razionalità dell'ordine divino e rende irrazionale l'universo. D'altro canto i sostenitori del libero arbitrio non negano l'esistenza di motivazioni che spingono ad agire, ma affermano che la libertà consiste nell'indifferenza rispetto a esse, cioè nel fatto che la volontà non dipende da tali motivazioni. Questa concezione, detta della libertà d'indifferenza, suscitò un ampio dibattito nel Medioevo e trovò un'esemplificazione nel celebre dilemma conosciuto come l''asino di Buridano', attribuito a Giovanni Buridano: si tratta di un paradosso che assume come esempio l'asino che muore di fame non sapendo decidere, tra due mucchi di fieno uguali, quale mangiare, laddove invece l'uomo, dotato di libertà d'indifferenza, può effettuare arbitrariamente una scelta. La legittimità del libero arbitrio ha costituito anche l'argomento di notevoli dibattiti fra i filosofi della morale: un sistema etico implicherebbe necessariamente il libero arbitrio, poiché negare la facoltà di scegliere come agire parrebbe negare la possibilità di un giudizio morale, e un individuo sprovvisto di giudizio morale non è responsabile delle proprie azioni. Tentando di risolvere il problema, i filosofi hanno assunto una grande varietà di posizioni. Sebbene nel pensiero greco antico, prima di Aristotele, manchi una concezione della libertà e della volontarietà delle azioni, già nei dialoghi di Platone possiamo ravvisare un'affermazione della libertà e della responsabilità dell'uomo quanto alle sue scelte: tuttavia soltanto le azioni concordi con il bene o l'armonia universale sono ritenute realmente libere.

In epoca moderna, Baruch Spinoza negò il libero arbitrio degli uomini, affermando che tutti gli eventi e le azioni sono causati dalla sostanza unica, o Dio; l'unica libertà è quella della sostanza divina, perché 'Dio agisce per le sole leggi della sua natura e non costretto da alcuno'. La libertà coincide in questo caso con la necessità stessa dell'ordine cosmico, identico a Dio. Gottfried Wilhelm Leibniz rifletterà sul problema di conciliare la libertà dell'uomo con la prescienza divina, accordando la responsabilità morale dell'uomo con la concatenazione delle cause e degli effetti nell'universo. Dal canto suo Immanuel Kant, pur escludendo la libertà dall'ambito della concatenazione meccanica dei fenomeni naturali, riteneva irrinunciabile riferirsi a essa come a un postulato necessario della coscienza morale. In questa maniera Kant distingue il mondo fenomenico e sensibile, retto dal determinismo e dalla legge delle causalità, e il mondo 'noumenico', cioè intelligibile, in cui è possibile l'iniziativa libera e autonoma dell'uomo.